INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.1)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Quest’anno
Quale via
seguire per conoscere meglio Paolo, la sua vita, il suo Vangelo? Lo Spirito mi
ha suggerito di fargli un’intervista. Sono salito così in cielo, dove l’ho trovato
felice e contento come una pasqua in mezzo ai santi, che sprizzavano come Paolo
gioia e contentezza da tutti i pori. Era contento, ma anche un po’ preoccupato
per le notizie dell’umanità, da lui tanto amata, che gli giungevano dalla
terra. Egli sapeva come il Vangelo da lui predicato era ben vivo in tanti, ma
anche che grandi difficoltà e lotte attraversava
Domanda: Paolo, puoi
dirci come hai conosciuto Gesù Cristo?
Risposta: Ho conosciuto Cristo perché mi è apparso. La sua
apparizione mi accecò, poi mi illuminò.
Ho conosciuto così la sua potenza e la sua gloria. Da quel momento abitarono in
me. Non ero più io che vivevo, ma Cristo viveva in me. Da quando Cristo mi
apparve, divenne veramente la mia vita, la mia nuova vita, molto diversa da
quella che vivevo quando non lo conoscevo. Fui trasformato in un uomo nuovo.
Ebbi una missione pubblica, per tutti gli uomini, della mia generazione, ma anche
per la generazione vostra, uomini del 2000. Per questo le mie lettere, che
scrissi ispirato da Dio, si leggono ancora nelle chiese durante la riunione
ufficiale dei cristiani, che voi
chiamate
Domanda: Allora tu
sei vivo in mezzo a noi, quando si leggono le tue Lettere?
Risposta: La mia missione continua in ogni generazione. Devo
annunciarvi Cristo, devo parlarvi di Lui, finché egli non apparirà sulle nubi del
cielo nell’ultimo giorno della storia, ma, prima di quel giorno, vuole apparire
nel cuore di ciascun uomo per diventare il Signore e Salvatore di ciascuno e riempirlo della sua potenza e della sua
gloria come ha riempito me e mi ha salvato. Non sono un uomo del passato, un
defunto, che ora non è più, ma, in virtù di Cristo, vivo per sempre nei cieli e
attendo il suo ritorno sulle nubi, come lo attendete voi in terra. In quel
giorno risorgerò col corpo insieme a tutti i giusti dell’umanità. Mi rivedrete allora
risorto, accanto al mio Signore, Gesù Cristo, per giudicare il mondo secondo la
parola che vi ho annunziato. Prego Dio nostro Padre, perché questa mia
intervista possa aiutarvi a conoscere Cristo come l’ho conosciuto io e siate
quindi preparati, quando nell’ultimo giorno apparirà in potenza e gloria sulle
nubi del cielo, ad affrontare tutti gli eventi che allora accadranno.
Domanda: Paolo, non
hai perduto niente del vigore e della convinzione che si sentono nelle tue
Lettere. Abbiamo appena cominciato questa intervista e già ci annunzi con forza
il ritorno di Cristo sulle nubi.
Risposta: Ormai sono passati 2000 anni dal primo annunzio del
Vangelo e il tempo non passa invano. Ogni giorno trascorso ci avvicina al
grande giorno, in cui Cristo ritornerà. Non dovete perdere tempo in affanni per
cose temporali, in vanità e cattiverie. E’ proprio quello che state facendo in
terra. Dovete prepararvi ad accogliere Cristo nella gloria, quando verrà, e
solo credendo in lui, come ci ho creduto io, sarete preparati alla sua venuta.
La sua venuta è certa più del sole che sorge ogni mattina. Non è importante
sapere il giorno e l’ora, ma che verrà, perché la sua venuta dà senso alla
vostra vita e la orienta alla speranza di beni eterni e meravigliosi, che egli
darà a quanti l’attendono con amore e s’impegnano a compiere la volontà di Dio
nella vita di ogni giorno.
Alla
sua venuta gli uomini di tutti i tempi saranno radunati alla sua presenza per
ricevere da lui l’approvazione o la riprovazione per la vita condotta in terra,
ma ci sarà prima la risurrezione dei morti. Non pensate che questo giorno
interesserà soltanto voi della terra. In quel giorno il Paradiso si svuoterà e
tutte le anime sante, che vi hanno abitato fin a quel momento, saranno in
terra, rivestite del corpo glorioso della risurrezione, che avranno quando
Cristo ritornerà. Nella pienezza dell’eredità entreremo tutti assieme, anime
del cielo e santi viventi in terra al momento del ritorno di Gesù. Sarà come
quando gli Israeliti tutti insieme entrarono nella Terra promessa, guidati da
Giosuè. Il nostro Giosuè, che verrà dal cielo per introdurci nella Terra
promessa dei cieli nuovi e terra nuova, sarà Gesù Cristo, “il beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, il
solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile che nessuno
fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre.
Amen” (1 Tm 6,14-16).
Dicendo queste ultime parole, il volto
di Paolo si illuminò ed entrò in uno stato estatico. Che cosa vedeva, non mi
era lecito saperlo, ma il suo viso trasmetteva una luce ancora più forte di
quella che già aveva. Un santo allora si avvicinò e mi spiegò che ciò indicava
una particolare visita che Cristo faceva ai santi tutte le volte che questi lo
glorificavano.
Mi misi anch’io a pregare e sentii nel
cuore un forte desiderio di conoscere Gesù Cristo, come lo conobbe Paolo. Come
è vero, che, praticando i santi, si diventa più santi! Ascoltando Paolo, mi
parve come se tutto il tempo di quaggiù fosse passato in un attimo ed, ecco,
era già presente per me il momento in cui ero davanti a Gesù Cristo. Ma mi
sentivo tremendamente impreparato. Mi
rivolsi allora al Signore Gesù e lo pregai con queste parole, che mi sgorgavano
dal cuore: Signore Gesù, tu sei il mio
Salvatore. Fa’ che ti possa conoscere, amare e servire come ti ha conosciuto,
amato e servito san Paolo. Ripetevo
con sempre maggiore convinzione e desiderio questa preghiera, sentendo nel cuore
la certezza che Gesù l’avrebbe esaudita. Davanti a quel grande conoscitore di
Gesù Cristo, che era san Paolo, avvertivo tutta la poca conoscenza di Cristo,
che abbiamo noi cristiani. Capii che l’anno giubilare di san Paolo era un dono
di Dio alla Chiesa e agli uomini, perché attraverso Paolo progredissero nella
sublime scienza di Gesù Cristo.
Invito anche voi lettori a fare spesso
in questa settimana questa preghiera, perché il vostro cuore sia pieno di
Cristo come lo era il cuore di Paolo, il suo grande apostolo (continua).
Saulo di
Tarso, in seguito nominato Paolo,
anche se chiamato per ultimo ad essere apostolo, occupa un posto di primaria
importanza tra i primi apostoli di Cristo. Negli scritti del Nuovo Testamento
la sua personalità è dominante, seconda dopo quella di Gesù. Ciò mette in
evidenza il suo carisma o dono di grazia specifico, quello di essere
“l’apostolo dei pagani” per eccellenza. E’ soprattutto per suo mezzo che il
Vangelo è stato predicato nel mondo greco-romano di allora. Per questo dobbiamo
sentire in modo particolare Paolo come nostro padre nelle fede e attingere dal
suo insegnamento la purezza del Vangelo, cui crediamo per grazia e che ci
conduce alla salvezza.
Di Paolo conosciamo la vita e l’insegnamento più
degli altri apostoli. Gli Atti degli Apostoli dedicano il capitolo 9 al racconto della conversione di Paolo e del suo primo
apostolato. Nei capitoli 11,29-30-12,25
si accenna ad una missione di Paolo e Barnaba in soccorso dei poveri di
Gerusalemme. Dal capitolo 13 al 28, poi,
è tutto un lungo racconto riguardante la vita missionaria di Paolo, predicatore
del Vangelo e fondatore di chiese nell’Asia Minore e in Grecia, fino ad
arrivare a Roma.
Il Nuovo Testamento comprende inoltre 14 Lettere di Paolo ad alcune Chiese
del tempo. Queste lettere manifestano la grandezza dell’intelligenza di Paolo,
che per mezzo dello Spirito scruta fin in fondo le ricchezze del Vangelo di
Dio, e la latitudine senza fine del suo amore per Cristo e per i cristiani,
verso cui era disposto a dare non solo il Vangelo, ma la sua stessa vita.
Scriverà infatti ai Tessalonicesi: “Così affezionati a voi, avremmo desiderato
darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita perché ci siete
diventati cari” (1 Ts 2,8). Grande intelligenza, grande cuore: ne abbiamo a sufficienza per
poterci arricchire di molto nello spirito a suo contatto.
Notizie storiche su san Paolo (1)
(dalla Bibbia di Gerusalemme)
Nato
a Tarso di Cilicia (At 9,11; 21,39; 22,3) verso
l’anno 10 della nostra èra da una famiglia giudaica
della tribù di Beniamino (Rm 11,1; Fil 3,5), ma nello stesso tempo cittadino romano (At
16,37s; 22,25-28; 23,27), fin dalla giovinezza Paolo ricevette a Gerusalemme,
da Gamaliele, una profonda educazione religiosa
secondo le dottrine dei farisei (At 22,3; 26,4s; Gal 1,14; Fil
3,5). In un primo momento persecutore accanito della giovane chiesa cristiana
(At 22,4s; 26,9-12; Gal 1,13; Fil 3,5) e coinvolto
nell’assassinio di Stefano (At 7,58;b 22,20; 26,10), fu poi improvvisamente
mutato, sulla via di Damasco, dall’apparizione di Gesù risorto che,
manifestandogli la verità della fede cristiana, gli espresse la sua speciale
missione di apostolo dei pagani (At 9,3-19; Gal 1,12.15 s; Ef
3,2s). A partire da quel momento (verso l’anno 36) egli dedica tutta la sua
vita al servizio di Cristo che l’ha “afferrato” (Fil
3,12) (continua)
Suggerimenti per un uso comunitario del
testo:
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n. 2)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Finita l’estasi, Paolo ritornò a me per
continuare l’intervista. La pace lo riempiva da ogni parte e mi faceva sempre
più desiderare di entrare nei segreti del suo Vangelo, che lo aveva reso tanto
famoso in terra e lo rende così beato in cielo. Tutto cominciò dalla “luce del
cielo”, che lo avvolse sulla via di Damasco. Cercai quindi di fargli parlare
maggiormente della sua conversione.
Domanda: Che cosa ti
capitò sulla via di Damasco? L’episodio lo sappiamo, perché è scritto negli
Atti degli Apostoli più volte, ma vorrei che tu parlassi della tua esperienza
interiore.
Risposta: Ciò che scrissi a Timoteo circa la mia condotta
prima del mio incontro col Messia, lo ripeto anche ora: “Per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un
violento” (1 Tm
1,13). Avevo in odio il Messia e i suoi seguaci. Questi avevano grande paura di
me perché “fremevo minaccia e strage” (At 9,1) contro di loro. Con questa ira nel cuore andavo a Damasco
per trovare cristiani e condurli in catene a Gerusalemme. Ero ben poco adatto
ad una conversione, ma ebbi misericordia, perché “agivo senza saperlo, lontano dalla fede” (1 Tm 1,13). E questa misericordia mi
cadde letteralmente addosso senza preavviso e preparazione, nel momento del mio
massimo impegno contro i cristiani. All’improvviso, vicino alla città di
Damasco, una luce dal cielo mi avvolse, mi fece cadere in terra e una voce, che
sentirono anche i miei compagni di cammino, mi disse: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4). Non sapevo chi mi parlava, ma intuì che era il Signore e
dissi: “Chi sei, o Signore?” e la
voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti”
(At 9,5). In quel momento il muro di
incredulità e di odio che c’era tra me e Gesù crollò. Mi ritrovai nudo e senza
parola, per terra, come uno sconfitto. Gesù mi comandò, come si comanda a un
vinto, di alzarmi, di entrare in città e là mi sarebbe stato detto ciò che
dovevo fare. Ero una sua conquista e già mi considerava al suo servizio.
Pensate: da persecutore di Cristo al suo servizio, in un istante.
Domanda: E la cecità
che ti colse per tre giorni?
Risposi: Quando mi alzai, mi accorsi che non vedevo e per tre
giorni rimasi cieco, per di più senza mangiare né bere, incapace di farlo
perché privo di energie. Ero come un morto. Fu la mia prima scuola di fede e
quel che appresi con quella esperienza mi valse a comprendere in poco tempo chi
era Gesù e chi siamo noi davanti a lui. Come sta scritto: “Bene per me che sono stato umiliato, perché impari a obbedirti” (Sal 119,71). Noi
siamo tenebra, Gesù è
Domanda: E cosa
provasti, quando venne a te Anania, t’impose le mani e vedesti di nuovo?
Risposta: Fu la mia prima Pasqua, il mio primo passaggio dalle
tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Compresi che nel nome di Gesù mi era
data la vista e la vita. Non solo quella fisica, ma soprattutto quella
spirituale. In quel momento, oltre alla vista, fui colmato di Spirito Santo.
Recuperata la vista, fui subito battezzato e avvertii la potenza dello Spirito
Santo scendere in me. Capite che cosa avvenne in me in quel momento? Voi non
considerate appieno la potenza del battesimo e la grazia di misericordia che
Dio riversa su noi, poveri peccatori, col battesimo. Tutto il mio passato di bestemmiatore, di
persecutore, di violento, di falso religioso, tutto, proprio tutto, fu spazzato
via. Mi sentii lavato, santificato, illuminato, giustificato da Colui che è il
Santo, il Giusto,
Mentre diceva le ultime parole, il
volto di Paolo s’infiammava, gettando tutt’intorno
vive fiamme d’amore e di luce. Con gli occhi rivolti verso l’alto, cadde in ginocchio
in un profondo atteggiamento di devozione e di ringraziamento, rivolto a Gesù
Cristo che sedeva sul trono e al Padre.
Non potei
più continuare l’intervista e caddi anch’io in un inno di lode e ringraziamento
a Gesù Cristo per la conversione di san Paolo e per la sua grande misericordia
verso noi uomini, poveri peccatori. In quel momento miriadi di angeli vennero
su di noi e proclamavano a gran voce, secondo quanto sta scritto in Apocalisse
5,12: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza, onore e gloria e benedizione”. Un coro di santi si unì a loro,
proclamando: “A Colui
che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto
di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la
potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 1,5-6).
Univo a loro la mia voce e, ricordandomi quanto Paolo aveva scritto a Timoteo
(1 Tm 1, 12-17), dicevo: Signore Gesù, grazie, grazie, grazie, che hai voluto mostrare in Paolo
tutta la tua magnanimità verso noi poveri peccatori. Veramente tu sei venuto
nel mondo per salvare i peccatori e ci ha voluto dare un segno di questo nel
far misericordia a Paolo persecutore e nel chiamarlo al tuo servizio. Grande tu
sei e senza fine è la tua misericordia.
Un santo si avvicinò a me, ricordandomi le parole del salmo 36,8-10: Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si
rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della
tua casa e li disseti al torrente delle
tue delizie. E’ in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce.
Rimasi con Paolo a lungo in silenzio,
alla pura presenza di Dio. (continua)
Notizie storiche su san Paolo (2)
(dalla
Bibbia di Gerusalemme)
Dopo un soggiorno in Arabia e un ritorno a Damasco (Gal 1,17), dove già
predica (At 9,20), Saulo sale a Gerusalemme verso l’anno 39 (Gal 1,18; At 9,
26-29), poi si ritira in Siria-Cilicia(Gal 1,21; At
9,30), da dove è portato ad Antiochia da Barnaba,
insieme al quale insegna (At 11,25s; cf. già 9,27).
Una prima missione apostolica, tra il 45 e il 49, gli fa annunziare il Vangelo
a Cipro, in Panfilia, Pisidia e Licaonia
(At 13-14); allora, secondo san Luca, egli incomincia a portare il nome greco
di Paolo a preferenza di quello ebreo di Saulo (At 13,9) e ad avere anche una
precedenza su Barnaba (At 14,9) (continua)
Come si citano gli Atti degli Apostoli
e le Lettere di san Paolo
Ognuno di questi testi è diviso in
capitoli e ciascun capitolo in versetti, segnati all’inizio da un numero.
Nella citazione, il primo numero indica
il capitolo e il secondo numero, dopo la virgola, indica i versetti. Se sono
più di uno, il primo indica l’inizio dei versetti, poi c’è un trattino, e
l’ultimo numero indica la fine dei versetti citati.
Nota
ecumenica: i protestanti in genere, quando citano
Atti degli Apostoli = At - Lettera ai Romani = Rm -
Prima Lettera ai Corinti = 1 Cor
- Seconda Lettera ai Corinti = 2 Cor -
Lettera ai Galati = Gal - Lettera agli Efesini
= Ef -
Lettera ai Filippesi = Fil -
Lettera ai Colossesi = Col - Prima Lettera ai Tessalonicesi
= 1 Ts -
Seconda Lettera ai Tessalonicesi =
2
Ts - Prima
Lettera a Timoteo = 1 Tm - Seconda Lettera a Timoteo = 2 Tm -
Lettera a Tito = Tt -
Lettera a Filemone = Fm - Lettera agli Ebrei = Eb
Gli
altri libri del Nuovo Testamento: Vangelo di Matteo = Mt -
Vangelo di Marco = Mc - Vangelo di Luca = Lc -
Vangelo di Giovanni = Gv - Lettera di Giacomo = Gc - Prima Lettera di Pietro =
2
Gv -
Terza Lettera di Giovanni = 3 Gv - Lettera di Giuda = Gd
Suggerimenti per una Lectio Divina privata o comunitaria:
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.3)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo un lungo silenzio, in cui ci
sentivamo avvolti dalla Divina Presenza, ricominciammo a dialogare. San Paolo manifestava un vivo desiderio di
parlare della sua vita e delle cose meravigliose che in lui aveva fatto il
Signore. Effettivamente, dopo Maria, uno dei personaggi della storia che più
può dire: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, è proprio Paolo. Gli
chiesi quindi:
Domanda: Paolo, che cosa facesti dopo il battesimo?
Risposta: In un primo tempo stetti con i cristiani di Damasco.
Andai poi in Arabia (Gal 2,17), nella
regione della Nabatea, a est di Damasco. Ritornai poi
nella città (Gal 2,17) e con tutto
l’impeto del mio cuore cercavo di convincere i Giudei che Gesù era il Messia.
Ero andato a Damasco per entrare nelle case dei cristiani e costringerli con la
forza a rinnegare Cristo. Invece, a Damasco entravo nelle sinagoghe dei Giudei
per convincerli che Gesù era il Messia e il Figlio di Dio! Non potevo
trattenere in me la buona notizia: il Messia era con noi. Gesù l’aveva detto: “Avrete forza dallo Spirito Santo che
scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta
Domanda: E come scampasti a Damasco dalle insidie dei Giudei?
Risposta: I Giudei avevano deciso di uccidermi. Saputa la
notizia, i miei nuovi fratelli cercavano come farmi partire da Damasco, ma non
era facile, perché i Giudei facevano la guardia alle porte della città, giorno
e notte, per impedire che lasciassi Damasco. Riuscii a fuggire per mezzo di uno
stratagemma. I discepoli mi calarono dalle mura della città, di notte, in una
cesta. Dopo un po’ di tempo andai a Gerusalemme, ma le comunità dei credenti in
Gesù non avevano fiducia in me e nel mio cambiamento di vita, perché la mia
fama, come feroce persecutore dei discepoli di Gesù, era ben nota e avevano
paura. Allora Barnaba mi prese con sé e mi presentò agli apostoli a
Gerusalemme. In quel momento c’erano solo Pietro e Giacomo. Rimasi con loro
quindici giorni (Gal 1,18-20).
Barnaba raccontò loro come il Signore mi era apparso e come avevo predicato con
coraggio a Damasco. Essi si rallegrarono intensamente di ciò e mi onorarono
della loro amicizia. Riconobbero in me la grande grazia che avevo ricevuto,
soprattutto la chiamata all’apostolato, che sempre più mi urgeva dentro. Come
mi ero mostrato zelante nel perseguitare Cristo, molto più zelante volevo
essere ora nel portarlo alle genti. Da allora la mia testimonianza divenne
accolta da tutta la comunità dei credenti, che glorificavano Dio per la mia
conversione e la testimonianza che con tanta forza davo a Gesù. Ma gli Ebrei di
lingua greca, chiamati “Ellenisti”, con cui discutevo sulla fede in Gesù, mi volevano
uccidere. I discepoli allora mi fecero lasciare Gerusalemme, dicendomi di
ritornare a Tarso (At 9,26-30). Così
feci ritorno alla mia città.
Domanda: Paolo, come giudichi la chiusura di Israele al
Messia?
Risposta: Già scrissi di ciò ai Corinzi. Essi hanno come un
velo steso sul loro cuore, per cui non vedono la “sovraeminente gloria della Nuova Alleanza” (2 Cor 4,10) che brilla sul volto di
Gesù. Anche l’Antica Alleanza era gloriosa, ma di una gloria effimera e
passeggera. Per questo Mosé, reduce dal monte
Sinai o quando usciva dal colloquio col
Signore nella Tenda di convegno, dopo aver parlato agli israeliti (vedi Es 35,29-35),
poneva un velo sul suo volto che splendeva, per simboleggiare il carattere
passeggero dell’Alleanza del Sinai (2 Cor
4,12-13). I Giudei sono rimasti attaccati a questa alleanza, che non ha più
splendore e non comunica più vita, ed hanno preso in odio la luce vera e
imperitura della Nuova Alleanza, piena di grazia e di verità.
In quel momento Paolo si mise a
piangere. Era un pianto silenzioso, profondo, intenso, che non turbava la
serenità del suo volto, ma rendeva manifesto un suo dolore intimo, un desiderio
che ancora non era appagato e per questo piangeva. Capivo che Paolo piangeva
perché aveva in cuore l’ intenso desiderio che i suoi fratelli secondo la
carne, gli ebrei, riconoscessero il loro Messia come lo aveva riconosciuto lui.
Mi ricordai di quanto Paolo lasciò scritto di sé nella Lettera ai Romani: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e
la mia coscienza ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un
grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso
anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei
secondo la carne” (Rm 9,1-1-3). E più avanti dice: “Fratelli, il desiderio del mio cuore e
la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza. Rendo infatti loro
testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza (Rm 10, 1-2). Ero
ammutolito davanti al pianto di Paolo. Pensavo che in Paradiso non si piangesse
più, eppure vedevo Paolo ancora intimamente coinvolto dal rifiuto di Cristo da
parte del suo popolo e anelante a vedere il giorno della sua conversione. Gli
chiesi allora:
Domanda: Paolo, vuoi che in terra preghiamo per la
conversione degli ebrei a Cristo?
Risposta: E’ come se domandassi a un assetato se vuole bere. Desideravo
ardentemente la conversione del mio popolo al Messia, quando entravo nelle loro
sinagoghe per annunziare loro Gesù, ed ora che sono in cielo e vedo il volto
del Signore, ancora di più lo desidero. Conosco bene il desiderio ardente di
Gesù, che non vede l’ora di rendere suo Corpo il popolo da cui è nato secondo
la carne. Rientra nel Grande Disegno del
Padre. E’ Sua Volontà che a tempo debito si realizzerà. Gesù
è il Messia, mandato prima agli ebrei e poi ai pagani, e il rifiuto del suo
popolo non ha estinto in lui il desiderio di riabbracciarli come fratelli non
di carne, ma di spirito. Era lo stesso desiderio che aveva Giuseppe, figlio di
Giacobbe, di farsi riconoscere dai suoi fratelli, che pure avevano tentato di
ucciderlo (Vedi Es
43,24-34). Se Giuseppe non lo fece subito, fu perché i suoi fratelli dovevano
fare un cammino per arrivare al riconoscimento del fratello tanto odiato. Così
è per l’Israele che ha rifiutato il suo Messia. Ha dovuto fare un lungo cammino
per ritornare a Gesù, ma si sta avvicinando con grande rapidità il tempo del
riconoscimento. Vuoi affrettarlo anche tu? Ti voglio insegnare una preghiera
semplice, ma molto efficace perché gli ebrei riconoscano Gesù come il loro
Messia: Padre, fonte di ogni fede in
Gesù, come convertisti a Gesù Saulo persecutore, così oggi converti a Gesù
“tutto Israele” secondo quanto promettesti per mezzo di Paolo: “Allora tutto
Israele sarà salvato: da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà di
Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro, quando distruggerà i loro
peccati” (Rm
11,26-27). Ti assicuro che unirò la tua richiesta alla preghiera che
incessantemente faccio per Israele, e la presenterò al Padre. Di’ spesso e più
volte questa preghiera con tutto il cuore e affretterai il giorno in cui vi
troverete a fianco tutto Israele nell’amore a Gesù. Questo giorno sarà un
grande bene e una immensa gioia per tutta l’umanità.
Ero strabiliato. Le parole di Paolo mi
aprirono il cuore. Compresi molte cose nuove intorno al momento attuale
dell’Israele di Dio. Prima di tutto rifulse davanti ai miei occhi Israele come
“l’Israele di Dio”! Oh, che splendore, che splendido diadema nelle mani del Re!
Non l’Israele della carne, ma l’Israele dello spirito. Mi parve di vedere un
bellissimo diamante, che usciva fuori da una grande melma scura in cui era
immerso e che, uscito da quella melma, in poco tempo si purificava e
risplendeva di nuovo.
Compresi in modo nuovo perché Dio
all’inizio della Chiesa aveva preso un ebreo, che perseguitava i credenti in
Gesù, per farlo apostolo delle nazioni e fondamento della nuova Chiesa. Sentivo
una voce che mi diceva: Vedi, quella
grazia che diedi a Saulo persecutore, ora la voglio dare a “tutto Israele”, che
finora, in un modo o nell’altro, è stato nemico di Gesù e ha detto tanto male
di lui. E’ venuta la sua ora, l’ora
profetizzata da Paolo. Da Sion uscirà il liberatore d’Israele. L’ebreo Gesù
toglierà le sue empietà e per mezzo di lui farò alleanza con “tutto Israele”,
perché l’ebreo Gesù, che è mio Figlio, distruggerà i peccati di “tutto Israele”.Ciò che disse Geremia ora si realizzerà per “tutto
Israele”.
A quella voce vidi come una grande luce
che si diffondeva su tutta la terra e la voce continuò: Se un solo ebreo, persecutore dei miei figli, potette fare con la mia grazia
tanto bene al mondo, quale grande bene verrà al mondo quando “tutto Israele”
con la mia grazia si convertirà a Gesù e lo annunzierà al mondo? La luce
che vedevo era il grande bene che sarebbe venuto al mondo dalla conversione a
Gesù di “tutto Israele”.
Caddi per
terra davanti a Paolo e compresi di quali grandi misteri era portatore
l’apostolo di Gesù Cristo. Alzai le mani al cielo per ringraziare Dio di
avercelo dato e lo ringraziai anche perché la sua Santa Chiesa, mediante
Benedetto XVI, aveva istituito l’anno di san Paolo allo scopo di rinnovare la
conoscenza del Vangelo di Dio nel cuore degli uomini. Mai come in quel momento
ciò che scrisse Paolo nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani intorno alla
incredulità degli ebrei davanti a Gesù,
rifulse vero e attuale davanti ai miei occhi e così spero che
rifulgerà davanti agli occhi dei lettori
di questa intervista (continua).
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.4)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Eravamo entrati in un argomento molto
delicato e anche attuale per i nostri tempi. Il conflitto Israele-Palestinesi
è una delle tensioni più gravi dei nostri giorni a livello politico, ma lo
stessa tensione è esistita ed esiste tuttora, a livello religioso, tra
l’Ebraismo ortodosso e
Domanda: Paolo, tu sei passato alla storia come “l’apostolo
dei Gentili”, perché predicasti il Vangelo ai Gentili del tempo. Eppure la tua
vicenda di zelante osservante ebreo prima e persecutore di Cristo poi, la tua
conversione a Cristo, le tue sofferenze interiori ed esteriori legate al
rifiuto di Cristo da parte tuo popolo, a mio parere, ti meritano il titolo di
“apostolo degli ebrei”, almeno degli ebrei di oggi che si convertono a Cristo.
Risposta: (dopo avermi
guardato a lungo in silenzio) E’ la mia vocazione attuale. Già ti ho detto
che io non sono un morto, che non influisce più nella storia di voi viventi in
terra. In virtù dello Spirito il mio carisma vive nella storia e con esso sono
io che vivo in mezzo a voi. Io mi posso vantare di essere ebreo più di tanti
che si vantano di questo, come scrissi ai Filippesi: “Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe
d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge;
quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia
che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3, 5-6). Inoltre, io non sono
solo un ebreo chiamato, ma un ebreo convertito. I primi discepoli e apostoli di
Gesù, Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri, aderirono a Gesù per una semplice
chiamata più che per conversione. Fu per loro un passaggio naturale, per me fu
una profonda conversione, un passaggio traumatico. Gesù ha voluto che fossi un
segno per gli ebrei di oggi che devono arrivare al Messia dopo secoli di
bestemmie che hanno detto contro Gesù. Se lungo i secoli spesso gli ebrei sono
stati perseguitati dall’antisemitismo dei cristiani, gli ebrei sono stati fermi
nei secoli nell’odio verso Gesù, nel rifiutate i suoi apostoli, nel bestemmiare
il suo nome. Sono stati come ero io nel cuore prima della conversione, anche se
esteriormente gli ebrei non potevano perseguitare più
Domanda: Paolo, nella Chiesa dei Gentili entrò la convinzione
che Israele, dopo aver rifiutato in massa Gesù, non fosse più “il popolo di
Dio” e che popolo di Dio fosse invece
Risposta: Israele è nato come “popolo di Dio” in mezzo alle
nazioni della terra e Dio si è legato a lui come suo popolo con un’alleanza
eterna. Israele rimane per sempre nella storia, in tutte le sue vicende,
“popolo di Dio”. Come ho scritto, “i doni
e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,28), e
gli ebrei, “quanto all’elezione, sono
amati a causa dei padri” (id.).
Dio quindi non ha mai rigettato Israele come suo popolo, anche se Israele non
ha vissuto sempre secondo la vocazione alla santità e alla verità che l’essere
“popolo di Dio” comportava. Leggete le Scritture dell’Antico Testamento e
vedrete come, prima del rifiuto del Messia, Israele rifiutava spesso nella sua
storia
Domanda: Paolo, quanto è bello ciò che ci dici! Ciò apre il
cuore alla speranza nella misericordia di Dio.
Risposta: (dando segni
di grande commozione interiore) Quanto è grande la misericordia di Dio
verso il suo popolo! L’ho espresso in quelle mirabili parole, che scrissi nella
Lettera ai Romani, dopo aver parlato
del ritorno degli ebrei a Gesù. Ogni volta che queste parole mi ritornano in
mente, mi commuovo nel profondo del mio spirito: “Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto
misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati
disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi
ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per
usare a tutti misericordia!” (Rm 11,30-32). Siamo tutti immersi nella misericordia di Dio
come siamo immersi nell’aria per respirare e vivere.
In quel momento assistetti ad un evento
pentecostale. L’atmosfera celeste in cui stavamo immersi cominciò a riempirsi
di fiamme di fuoco, sempre più, sempre più, sempre più. Venivano da ogni parte
e riempivano quel luogo. Io e Paolo
guardavamo meravigliati, stupiti. Paolo mi spiegò: Il Signore, il Misericordioso, benedetto Egli sia nei secoli, ci sta
dando un segno della Sua Grande Misericordia. Essa si effonderà sulla terra
come tante fiamme di fuoco, che riempiranno l’atmosfera terrestre ed entreranno
nel cuore degli uomini per trasformarli e convertirli a Cristo. Queste fiamme
di fuoco sono destinate soprattutto al suo popolo, agli ebrei. Ovunque
entreranno queste fiamme, comunicheranno nuova vita e sapienza e Cristo vivrà
in modo nuovo in loro. Vieni, dobbiamo pregare intensamente, perché questo è un
momento favorevole. Non parliamo più, ma preghiamo. Immediatamente cademmo
in ginocchio e con le braccia tese verso l’alto, come un fiume, uscirono dal
nostro cuore parole di lode, di ringraziamento, di adorazione rivolte alla
Grande Misericordia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo insieme a
suppliche perché Dio abbia misericordia di tutti gli uomini, in modo
particolare degli ebrei, che sono ancora chiusi a ricevere il Vangelo.
Dopo un certo tempo, le fiamme di fuoco
si ritirarono e tutto ritornò nella pace e nella calma di prima. Ci alzammo e Paolo,
come uscendo da un estasi profonda, pronunziò solennemente e lentamente le
parole che scrisse nella Lettera ai Romani, dopo aver parlato della Grande
Misericordia di Dio verso tutta l’umanità disobbediente: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti,
chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo
consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il
contraccambio? Perché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui
la gloria nei secoli. Amen” (Rm 11,33-36). E,
prostrato per terra, adorò. (continua)
Notizie storiche su san Paolo (3) (continua
dalla seconda puntata)
(dalla
Bibbia di Gerusalemme)
Quattordici anni dopo la conversione (Gal 2,1), nel
49, sale a Gerusalemme per partecipare al concilio apostolico, dove si ammette
e sancisce, in parte anche sotto il suo influsso, che la legge giudaica non
obbliga i cristiani convertiti dal paganesimo (At 15; Gal 2,3-6); nello stesso
tempo la sua missione di apostolo dei pagani riceve un riconoscimento ufficiale
(Gal 2,7-9) ed egli riparte per nuovi viaggi apostolici. Il secondo viaggio (At
15,36-18,22) e il terzo (At 18,23-21,17) occupano rispettivamente gli anni
50-52 e 53-58. Nel 58 viene arrestato a Gerusalemme (At 21,27-23,22) e tenuto
prigioniero a Cesarea di Palestina fino al 60 (At 23,23-26,32), quando sotto
scorta è inviato a Roma (At 27,1-28,16). Vi dimora due anni (At 28,30), dal 61
al 63. Concluso il processo con l’assoluzione, viene messo in libertà. Allora
forse si reca in Spagna (Rm 15,24.28). Le Lettere
pastorali suppongono nuovi viaggi in Oriente. Un’ultima prigionia a Roma si
conclude con il martirio, attestato dalla più antica tradizione e che può
essere collocato nel 67.
Suggerimenti per un lavoro attivo
personale o comunitario
A. Condividi con altri ciò che ti ha colpito in questa puntata
dell’Intervista.
B. Comincia a leggere il primo viaggio missionario di Paolo in At 13 e 14,
segna su un quaderno ogni luogo in cui va Paolo e descrivi a parole tue quanto
avvenne. Puoi anche consultare una cartina geografica biblica, in cui sono
disegnati i viaggi di san Paolo e i luoghi da lui visitati.
Fermati a meditare sulle parole e sui fatti che più ti colpiscono e ti
parlano al cuore e trai qualche insegnamento per la vita cristiana di oggi, tua
personale e comunitaria.
Concludi con una preghiera.
Ricorda le preghiere che abbiamo
formulato finora:
Signore
Gesù, tu sei il mio Salvatore. Fa’ che ti possa conoscere, amare e servire come
ti ha conosciuto, amato e servito san Paolo.
(dalla prima puntata)
Padre,
fonte di ogni fede in Gesù, come convertisti a Gesù Saulo persecutore, così
oggi converti a Gesù “tutto Israele” secondo quanto promettesti per mezzo di
Paolo: “Allora tutto Israele sarà salvato: da Sion uscirà il liberatore, egli
toglierà le empietà di Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro, quando
distruggerò i loro peccati”. (dalla terza puntata)
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.5)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo un lungo silenzio, in cui
assaporammo
Domanda: Paolo, nelle Lettere che ci hai lasciato, la prima
cosa che dici, dopo il tuo nome, è l’appellativo di “apostolo di Gesù Cristo” (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1; ecc.; vedi l’inizio delle altre Lettere). Scrivendo ai Galati lo affermi in modo ancora più perentorio: “Paolo apostolo non da parte di uomini, né
per mezzo di uomini, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre” (Gal 1,1) e in seguito dici loro che le
cose che annunzi “le avevi ricevute e
apprese non da uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo (Gal 1,12). Ora ti chiedo: che cosa
voleva dire per te essere “apostolo di Gesù Cristo”?
Risposta: Dovete distinguere le due grazie, che caddero su di
me fin dall’inizio della mia vita in Cristo: la conversione e la chiamata ad
essere apostolo. Tanti si convertono, ma non ricevono la chiamata apostolica.
Io ricevetti entrambi le grazie. Compresi che Dio mi convertì in modo così
clamoroso e improvviso perché mi aveva scelto ad essere apostolo di Gesù
Cristo. Questa vocazione mi fu data direttamente da Dio, non da parte di un
uomo, che precedentemente già aveva avuto la vocazione apostolica, come erano i
primi apostoli di Gesù. Io personalmente fui cosciente di questa mia vocazione
non per mezzo di uomo. Perciò scrissi ai Galati: “Ma quando piacque a colui che, fin dal seno
di mia madre, mi prescelse e mi chiamò mediante la sua grazia, di rivelare in
me il Figlio suo, perché lo annunziassi ai pagani, immediatamente, senza
prendere consiglio dalla carne e dal sangue e senza salire a Gerusalemme da
quelli che prima di me erano apostoli, mi recai in Arabia e poi tornai di nuovo
a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per far visita a Cefa…” (Gal 1,15-17).
Se vuoi un paragone, fu per me come avvenne per la santa madre di Dio, Maria di
Nazareth. La sua vocazione alla maternità verginale e divina le venne
direttamente da Dio e non ebbe bisogno di essere assicurata da uomo per essere
certa di questo. Come la mia conversione fu straordinaria, anche la mia
chiamata ad essere apostolo fu straordinaria. Non ci fu spazio per l’uomo in
esse, ma furono soltanto opera diretta di Dio.
Domanda: Paolo, che cose meravigliose ci dici! Veramente Dio
ha fatto in te grandi cose. Grande è il Suo Nome! Sei una purissima opera di
Dio, pensata e realizzata da Dio per manifestare le imperscrutabili ricchezze,
che Cristo avrebbe riversato sui popoli della terra, a cui ti mandava.
Risposta: Fai bene a mettere in relazione la mia straordinaria
chiamata alle straordinarie grazie che Dio avrebbe riversato sulle nazioni
della terra in Cristo Gesù. Se la mia elezione ad essere apostolo è
straordinaria, anche la vostra vocazione ad essere figli di Dio è
straordinaria. Per la maggior parte di voi ha un inizio più modesto del mio.
Eravate appena nati, quando i vostri genitori vi portarono al fonte
battesimale, ma considerate che quell’umile gesto
manifestava per voi l’elezione e la predestinazione del Padre, che vi destinava
“ad essere conformi all’immagine del
Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che
ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche
giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30).
Vedete di quante grazie veramente incredibili e straordinarie voi cristiani
siete oggetto da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Agli Efesini poi scrissi: “In
Cristo il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e
immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli
adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà”
(Ef 1,
4-6). La predestinazione ed elezione di Dio nei nostri confronti è uno dei più
alti misteri di Dio, di cui ben poco possiamo comprendere. Risplende in modo
eccezionale nei grandi eletti e predestinati, fra cui ci sono io, ma è presente
in modo generale in tutti i chiamati alla salvezza e accompagna la vita dei
salvati fino al raggiungimento della gloria finale.
Domanda: Paolo, rendo grazie con tutto il cuore al Padre per
quanto mi dici. Gloriandoci della tua chiamata ad essere apostolo di Gesù
Cristo, è come se ci gloriassimo della nostra chiamata ad essere figli di Dio.
Siamo sullo stesso piano, un solo piano di elezione e predestinazione divina,
che ha Gesù Cristo come centro e fine.
Risposta: Vedo che conosci bene la rivelazione che ebbi da
parte di Dio. Ne devi parlare e scrivere, senza stancarti, in tutte le forme
che lo Spirito ti suggerirà. L’opera di Dio va avanti in tutte le generazioni
senza stanchezza, per la potenza dello Spirito Santo che la sostiene e la porta
avanti. Come io ero pieno di Spirito Santo, così voi dovete essere pieni di
Spirito Santo. Ai vostri giorni c’è bisogno di una nuova evangelizzazione,
perché gli uomini si sono raffreddati nella carità di Cristo e si dilettano
delle opere tenebrose del male piuttosto che della luce di Cristo. Quello che
scrissi a Timoteo, lo ripeto a te e a quanti hanno a cuore la causa del
Vangelo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a
Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e
il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non
opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà
giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il
prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le
proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle
favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la
tua opera di annunciatore del vangelo, adempi il tuo ministero” (2 Tm 4,1-5).
Domanda: Paolo, mentre noi evangelizziamo in terra, tu
accompagnaci con la tua preghiera. Sappiamo quanto hai a cuore la causa del
Vangelo, per cui ha dato la tua stessa vita. Prega soprattutto per gli
evangelizzatori perché siano riempiti della stessa scienza di Dio e carità di
Cristo, di cui eri pieno tu.
Riposta: Vieni, ti voglio insegnare una preghiera per
l’evangelizzazione breve, ma efficace: Padre,
che tutta la terra sia ripiena della tua Gloria. Che il Nome di Cristo sia
glorificato dagli uomini da lui tanto amati. Che lo Spirito Santo porti a
compimento l’opera per cui l’hai mandato sulla terra. Poi annunzia il
Vangelo con fiducia. Farai parte di quell’esercito
del cielo, che segue il Cavaliere di Dio nella guerra contro i nemici di Dio,
di cui parla Giovanni nell’Apocalisse (Ap 19,14). Il Cavaliere è il “Verbo di Dio” (Ap 19,13).
In quel momento sentii una particolare
presenza dello Spirito Santo su di me. Era come se lo Spirito venisse a
confermarmi l’esortazione di Paolo all’evangelizzazione e mi riempisse di
energie per un nuovo slancio nell’annunzio del Vangelo. Sentivo che mi riempiva
anche di una nuova creatività per proclamare il mistero di Dio, di cui Paolo
era stato il grande rivelatore. Allora mi inginocchiai davanti a Paolo e gli
chiesi la sua benedizione, dicendogli: Paolo, grande apostolo di Gesù Cristo, benedicimi perché ora tocca a me,
finché vivo in terra, di continuare l’opera che tu con tanta donazione di te
stesso hai compiuto ai tuoi giorni, e, come me, benedici quanto sono chiamati
oggi da Dio alla stessa opera.
Paolo allora mi coprì con le sue mani, piene di un calore e di un profumo
ineffabili, e pregò per me con profonda partecipazione di cuore. Infine mi
disse: Quello che scrissi a Timoteo lo dico anche a te: “Ravviva il dono di
Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato
uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti
dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in
carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato
dalla forza di Dio” (2 Tm 1,6-8).Mentre Paolo parlava e sentivo le sue mani sul
suo capo, avvertii come non mai che colui che mi aveva imposto le mani sul capo
al momento della mia ordinazione sacerdotale (21 giugno 1970), non era il
vescovo che lo fece, ma l’apostolo Paolo mediante le mani del suo successore.
Difatti i vescovi sono i successori degli apostoli. Mi sentii ad un tratto
attaccato alla radice della mia vocazione apostolica nella Compagnia di Gesù.
Mi sentivo come Timoteo, così caro al cuore di Paolo, a cui l’Apostolo affidava
di continuare la sua missione. Pensai che dal quel momento sentirò sempre Paolo
apostolo come il mio superiore mistico nella missione di predicare il Vangelo.
Cercherò di imitarlo secondo la grazia che mi sarà data e di aver sempre
fiducia nelle sue preghiere per me. Ma penso che l’esperienza che feci in quel
momento vale anche ad incoraggiare quanti hanno oggi la missione di
evangelizzare e sono molti (continua).
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La personalità di Paolo apostolo (1)
(dalla Bibbia di Gerusalemme)
Le Lettere e gli Atti ci tracciano un ritratto
impressionante della personalità dell’apostolo. Paolo è un appassionato,
un’anima di fuoco che si consacra senza riserve a un ideale essenzialmente
religioso. Per lui Dio è tutto ed egli lo serve con una lealtà assoluta, in un
primo tempo perseguitando coloro che considerava eretici (1 Tm
1,13; cf. At 24,5.14), poi predicando il Cristo non
appena ha compreso che solo in lui c’è la salvezza. Questo zelo incondizionato
si traduce in una vita di totale abnegazione al servizio di Colui che ama.
Travagli, fatiche, sofferenze, privazioni, pericoli di morte (1 Cor 4,9-13; 2
Cor 4,8 s; 6,4-10; 11, 23-27), nulla di tutto questo potrebbe separarlo
dall’amore di Dio e del Cristo (Rm 8,35-39); o
piuttosto tutto questo è prezioso perché lo conforma alla passione e alla croce
del suo Signore (2 Cor 4,10s; Fil 3,20). Il
sentimento della sua singolare elezione fa sorgere in lui ambizioni immense.
Quando si attribuisce la preoccupazione di tutte le chiese (2 Cor 11,28; cf. Col 1,24), quando dichiara di aver lavorato più degli
altri (1 Cor 15,10; cf. 2 Cor 11,5), quando domanda
ai suoi fedeli di imitarlo (2 Ts 3,7+), questo non è
orgoglio, ma la fierezza legittima e profondamente umile di un santo; egli si
riconosce l’ultimo di tutti – lui il persecutore – (1 Cor 15,9; Ef 3,8) – e attribuisce unicamente alla grazia di Dio le
grandi cose che si compiono per mezzo suo (1 Cor 15,10; 2 Cor 4,7; Fil 4,13; Col 3,7). (continua)
Suggerimenti
per la riflessione e condivisione:
1.
Sottolinea le espressioni che più ti hanno colpito e ti hanno illuminato di
questa puntata e condividile con qualcuno.
2. Approfondisci singoli punti, leggendo e meditando i
testi indicati dai versetti.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.6)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo la benedizione e la preghiera
ricevuta da Paolo, riprendemmo la nostra conversazione. Come era fruttuosa per
l’anima mia questa intervista con Paolo e spero che possa esserlo anche per
quanti la leggeranno. Gli chiesi quindi:
Domanda: Paolo, parlaci un po’ della tua vita missionaria
come apostolo.
Risposta: Immagina queste cinque realtà: i pulpiti, le strade,
le navi, le case, le prigioni. Sono stati i luoghi dove ho passato la mia vita
missionaria, mentre abbandonavano in me le consolazioni di Dio insieme alle
tribolazioni a causa del Vangelo e dei pericoli della vita, che non mi hanno
risparmiato. Ma in tutto ho visto l’onnipotente mano di Nostro Signore che mi
proteggeva, mi guidava e mi faceva portare a termine la missione, per cui mi
aveva mandato. Riguardo alle tribolazioni senza numero che mi hanno seguito nel
mio apostolato, non ti devi meravigliare. All’inizio anch’io mi ribellavo
davanti ad esse, soprattutto per ciò che ho chiamato “una spina nella carne”, “un
inviato di satana, incaricato di schiaffeggiarmi” (2 Cor 12, 7). Non ne potevo più. Mi sentivo umiliato all’estremo.
Mi pareva che, se ne fossi stato liberato, la mia operosità per il Vangelo
sarebbe cresciuta. Come scrissi ai Corinti, “per ben tre volte ho pregato il Signore che
l’allontanasse da me” (2 Cor 12,8).
Ma sai che mi ha risposto? Ebbi per risposta: “Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si dimostra pienamente
nella debolezza” (1 Cor 12, 9).
Che luce, che ammaestramento! Mi fece cadere a terra allo stesso modo di come
caddi a terra, quando la grande luce dal cielo mi apparve sulla via di Damasco.
Ero cieco, non capivo il valore di quella tribolazione. Gesù con quella risposta
me lo fece capire. E penso che ciò che disse a me sarà di luce anche a tanti
che si trovano ora nella mia condizione di allora. In quel momento mi sembrò di
vedermi come una fragile vaso, povero e umile in sé, in cui Dio aveva messo una
potenza irresistibile, che vinceva tutte le forze che volevano distruggerlo,
pensando di poterlo fare, perché lo vedevano fragile, povero e umile, senza
difesa. Mi sentii allora come una potenza irresistibile, perché abitava in me
la potenza di Cristo, e che ero destinato ad essere quel cavaliere bianco
dell’Apocalisse, che esce “vittorioso per
vincere ancora” (Ap
6,2). Capii allora che la tribolazione
dell’angelo di satana serviva a farmi sentire vaso povero e umile, a farmi
rimanere nell’umiltà e a dimostrare chiaramente che la potenza straordinaria
che mi faceva vincere veniva da Dio e non da me come scrissi ai Corinti: “Però noi
abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza
straordinaria viene da Dio e non da noi” e poi aggiunsi per essere più
concreto: “Siamo infatti tribolati da
ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati;
perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e
dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si
manifesti nel nostro corpo” (2 Cor
4,10). Se sapessi quanti episodi ti potrei raccontare in cui ho vissuto
realmente queste cose!
Domanda: Grazie, Paolo, veramente ti dico con tutto il cuore:
grazie. Sapessi quanto bene ha fatto a tante anime la tua esperienza di
debolezza umana e forza divina, che tu per primo hai vissuto! Ora capisco
perché hai detto: “Mi vanterò quindi ben
volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor 12,9).
Risposta: Continua, non ti fermare. Ho aggiunto per
completare: “Perciò mi compiaccio nelle
mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle
angosce sofferte per Cristo; quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Oltraggi, necessità,
persecuzioni, angosce sofferte per Cristo: ecco le mie debolezze. Il Signore ha
voluto fare di me un segno della debolezza della croce, che lui per primo ha
portato e con cui ha salvato il mondo. Alla debolezza di Cristo, per lui non
naturale, ma voluta per farsi simile a noi, è seguita la debolezza di noi
apostoli, per noi naturale e lasciata da Dio in noi, perché si manifestasse
attraverso questa debolezza la potenza di Cristo. Come attraverso la debolezza
di Cristo si manifestava in lui la potenza del Padre, così attraverso la nostra
debolezza di inviati di Cristo, si manifestava in noi la potenza di Colui che ci inviava. Grande
mistero è essere apostolo di Cristo! Fin quando non si capisce che la potenza
di noi, apostoli di Cristo, si manifesta nella nostra debolezza, nessuno mai sarà un vero apostolo di Cristo!
Non siamo grandi noi, apostoli di Cristo, siamo polvere e cenere come tutti gli
uomini. Chi è grande e ha fatto grandi cose in noi è solo Gesù Cristo, nostro
Signore.
In quel momento, come già aveva fatto
altre volte, Paolo uscì in una potente preghiera di glorificazione e di lode
rivolta al Padre. Alzò solennemente le braccia al cielo e pronunziò in modo
chiaro e forte quanto scrisse nella Lettera agli Efesini,
cap. 3,20-21: A Colui che ha in
tutto il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare
secondo la potenza che già opera in noi, a Lui la gloria nella Chiesa e in
Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen. Detta la lode, si rivolse a me e mi disse:
Ricordati che il nostro Dio, quello che io ho servito e che tu ora servi, è
Colui che trasse dal nulla tutte le cose con la sola potenza della sua Parola
ed è gradito a Lui chi non confida in se stesso per esistere ed operare, ma
solo in Lui. Così eravamo noi suoi apostoli, araldi della sua Parola, suoi
ambasciatori presso i popoli. La nostra fiducia era Lui e la potenza della Suo
Spirito, che visibilmente ci sosteneva ed operava in noi.
Domanda: In molti punti delle tue Lettere hai scritto di
questo tuo atteggiamento interiore davanti a pericoli e uditorii
di ogni tipo, che dovevi affrontare. Mi ha colpito quanto scrivesti nella tua
seconda Lettera ai Corinti: “Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che
ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze,
sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuta la sentenza di
morte per imparare a non riporre fiducia in se stessi, ma nel Dio che risuscita
i morti. Da questa morte però egli ci ha liberato e ci libererà per la speranza
che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra
cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci
da molte preghiere, siano rese grazie per noi da parte di molti” (2 Cor 1, 8-11).
Risposta: Sì, fu una
gravissima malattia, che mi ridusse in fin di vita. Ma Dio sovrabbondò di
grazia in quella mia estrema tribolazione. Il Signore mi guarì miracolosamente
e fui liberato dalla morte. Molti pregarono per me e resero grazie a Dio per la
mia guarigione, così che la nostra fiducia in Dio che ascolta le nostre
preghiere e ci libera da tanti pericoli crebbe sempre più e aumentò in tutti la
fiducia nel predicare il Vangelo in mezzo a opposizioni di ogni tipo. Per
questo dico a tutti voi quello che scrissi ai Filippesi:
“Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo
ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è
vicino. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le
vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio,
che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in
Cristo Gesù” (Fil
4,4-7).
Una grande pace mi scese in cuore a
quelle parole. Pensavo da quale persona mi venivano. Mi venivano da uno che fin
dall’inizio aveva avuto su di sé rivelato che avrebbe molto sofferto per il
Nome di Gesù (At 9, 16) e che di fatto aveva annunziato il Vangelo in mezzo a
prove e tribolazioni di ogni tipo.
Eppure quest’uomo mi parlava di gioia, di
allegria, di piena fiducia in Dio, di non angustiarsi nelle tribolazioni, di
preghiere e rendimento di grazie a Dio in ogni cosa che fanno superare ogni
problema. E perché la nostra gioia avesse un fondamento stabile e non
passeggero, aveva scritto ai Corinzi: Il
momentaneo leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità
smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose
visibili, ma su quelle invisibili (2 Cor
4,17-18). (continua)
La personalità di Paolo apostolo (2)
(dalla
Bibbia di Gerusalemme)
L’ardore del suo cuore sensibile si traduce chiaramente nei
sentimenti verso i propri fedeli. Pieno di abbandono fiducioso verso quelli di Filippi (Fil 1,7s; 4,10-20), di
commossa tenerezza verso quelli di Efeso (At 20,17-38), egli sussulta di sdegno
quando quelli della Galazia si apprestano a tradire
la fede (Gal 1,6; 3,1-3) e prova un doloroso imbarazzo di fronte all’incostanza
vanitosa di quelli di Corinto (2 Cor 12,11-13,10). Per riprendere gli
incostanti egli sa adoperare l’ironia o anche i duri rimproveri. Ma è per il
loro bene (2 Cor 7, 8-13). E subito tempera le ammonizioni con accenti di
commovente tenerezza (2 Cor 11,1-2; 12,14 s): non è forse il loro unico padre
(1 Cor 4,14 s; 2 Cor 6,13; cf. 1 Ts
2,11; Fm 10), la loro madre (1 Ts
2,7; Gal 4,19)? Di fatto egli se la prende meno con loro che con gli avversari
che tentano di sedurli: quei giudei che gli resistono ovunque o quei cristiani guidaizzanti che vogliono ricondurre i suoi convertiti
sotto il giogo della legge. Per essi non ha riguardi (1 Ts
2,15s; Gal 5,12; Fil 3,2). Alle loro pretese
orgogliose e carnali oppone l’autentica potenza spirituale che si manifesta
nella sua debole persona (2 Cor 10,1-12,12) e nella sincerità del suo
disinteresse (At 28,3+). Si è preteso che i suoi rivali fossero i grandi
apostoli di Gerusalemme. Nulla lo prova; si tratta piuttosto dei
giudeo-cristiani integristi che si richiamavano a
Pietro (1 Cor 1,12) e a Giacomo (Gal 2,12) per distruggere il credito di Paolo.
Di fatto egli rispetta sempre l’autorità dei veri apostoli (Gal 1,18; 2,2) pur
rivendicando un uguale diritto ad essere testimone di Cristo (Gal 1,1,11s: 1
Cor 9,1; 15,8-11); e se gli succede di resistere perfino a Pietro su un punto
particolare (Gal 2,11-14), sa anche mostrarsi conciliante (At 21,18-26) e mette
grande cura nella colletta a favore dei poveri di Gerusalemme (Gal 2,10) vista
come il miglior pegno dell’unione tra i cristiani della gentilità
e quelli della chiesa madre (2 Cor 8,14; 9,12-13; Rm
15,26). (continua)
Domande per la riflessione personale e comunitaria: 1. Quale
insegnamento ricavo per la mia vita sul significato delle prove e tribolazioni
della tua vita cristiana alla luce delle prove e tribolazioni di Paolo? 2.
Leggi attentamente le citazioni bibliche di questa puntata, meditandole col
cuore. Se sei in un gruppo, può seguire una condivisione. 3. Formula in
concreto quali atteggiamenti nuovi nella vita ti suggerisce l’esempio di Paolo
e fai una preghiera su questi propositi.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.7)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Le parole di Paolo sulle sue
tribolazioni di apostolo, di cui egli si vantava come fonte della sua fecondità
spirituale, mi avevano colpito. Per questo insistetti a interrogarlo
sull’argomento.
Domanda: Paolo, le tue parole sulla potenza di Cristo che si
manifestava nella tua debolezza, mi hanno aperto gli occhi. Capisco ora che tu
non sei stato solo un predicatore di Cristo crocifisso, ma un portatore di
Cristo crocifisso al mondo con la tua vita crocifissa.
Risposta: Lo scritto più volte nelle mie Lettere. Soprattutto
ai Galati, tentati di abbracciare la circoncisione
come segno di salvezza, manifestai il grande valore che era non l’essere
segnati dalla circoncisione, ma dalla croce di Cristo. Conclusi la mia lettera,
affermando che per me l’unico vanto era la croce di Gesù: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore
nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso,
come io per il mondo” (Gal 6,14).
Anche se come ebreo fui circonciso, non mi vantavo più di portare nel mio corpo
questo segno di elezione, che non valeva più niente davanti a Dio, ma le ferite
e le percosse ricevute per amore di Cristo. Per questo scrissi ancora: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi,
difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17). E poco prima, avevo scritto: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me. La mia vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio,
che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Hai capito che ciò che conta nella nostra vita di
cristiani è portare in noi l’immagine di Gesù come nostra nuova identità?
Domanda: Paolo, sei illuminante. Ora capisco meglio la
risposta che desti a quanti volevano impedirti di andare a Gerusalemme perché
là i profeti annunciavano e tu stesso sapevi che i Giudei ti avrebbero preso e
consegnato ai pagani.
Risposta: Erano i miei cari fratelli di Cesarea, che volevano
impedirmi di andare a Gerusalemme, mentre stavo con loro. Venne a noi un
profeta di nome Agabo, proveniente da Gerusalemme,
prese la mia cintura, si legò mani e piedi e profetizzò: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura
sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato ai pagani”
(At 21, 10-11). Alle loro premure
risposi: “Perché fate così, continuando a
piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto ad essere legato,
ma morire a Gerusalemme per il nome del
Signore Gesù” (At 21, 12-13). Non
avevano capito fin in fondo come la nostra sorte di apostoli di Cristo
ricalcasse quella del nostro Maestro. Era volontà di Dio che io a Gerusalemme
trovassi la stessa sorte che trovò Gesù: il rifiuto del suo popolo e la
consegna in mano ai pagani. Ma non era ancora venuta la mia ora. Questa sarebbe
venuta più tardi, nella nuova capitale della fede, Roma. Se Cristo fu
crocifisso a Gerusalemme, io e Pietro fummo messi a morte per Cristo a Roma.
Dovevamo morire per la fede per fecondare con la nostra morte la corsa della
fede che da Roma avrebbe invaso tutto il mondo pagano. Questa è stata la
sorgente della nostra fecondità apostolica: la nostra assimilazione al nostro
Salvatore crocifisso. E l’ardente amore per lui che lo Spirito faceva bruciare
nel cuore di noi apostoli mi rendeva pronto a fare questo passo: morire per
Cristo.
Domanda: Paolo, le tue parole mi stanno aprendo sempre più il
cuore a comprendere anche la tua predicazione sulla stoltezza e debolezza della
croce come sapienza e potenza di Dio per la salvezza degli uomini.
Risposta: E’ il cuore del mio Vangelo. Ho vissuto questo
mistero e l’ho predicato, perché lo Spirito me lo fece comprendere fino in
fondo. Il Signore mi aprì la mente sul mistero di Dio onnipotente, che, venendo
nel mondo per salvarlo e vincere tutti i suoi nemici (potenze tremende e
numerosissime), ha operato in povertà e umiltà,
rivestito di umiliazioni e persecuzioni, fino ad autoannientarsi
nell’ora della sua morte per opera dei suoi nemici. Ma ecco il mistero: ciò che
era debolissimo per il mondo, si manifestava massimamente efficace per
instaurare il Regno di Dio e vincere i suoi nemici. L’umiltà e la povertà di
Dio – debolezza e follia per il mondo - si rivelarono più sapienti e più forti,
ai fini della salvezza, di ogni sapienza e potenza umana. Per questo scrissi ai
Corinti: “Mentre
i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo
Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro
che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e
sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini,
e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1,22-25).
Domanda: Allora il comprendere questa sapienza e fare l’esperienza
di questa potenza divina che si manifesta nell’umiltà della croce, non è solo
per te, ma anche per noi.
Risposta: Ho scritto: “Per
coloro che sono chiamati”. Non c’è altra via di salvezza che venga da Dio
se non questa che passa per la conoscenza e assimilazione nostra alla croce di
Cristo. A questa via di salvezza, così diversa dalle vie, verso cui gli uomini
si dirigono per trovare una qualche salvezza, si può accedere solo se Dio
chiama e dà l’illuminazione sul valore salvifico di questa via. Se eravamo
nelle tenebre, come potevamo uscirne, se non prendeva l’iniziativa Colui che
creò la luce ed è capace di farla risplendere là dove prima regnavano le
tenebre? Per questo scrissi ai Corinti: “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle
tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della
gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor 4, 6) e agli Efesini: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai
morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14).
Domanda: Come sono illuminanti le tue parole! Esse diradano
le tenebre del mondo con la luce vera, venuta a illuminare questo mondo.
Veramente, Paolo, come tu dicesti: “Tutta
la sapienza del mondo è stoltezza davanti a Dio” e “che dobbiamo farci stolti per diventare sapienti” (1 Cor 3,18-19).
Risposta: Capire questo è proprio dei perfetti nella fede, che
Dio ha reso dotti mediante l’ignoranza della fede. La fede vera non vuole
conoscere niente di umano, ma solo ciò che Dio comunica all’uomo che si
abbandona completamente alla sua rivelazione. Questo atteggiamento per il mondo
è ignoranza e stoltezza, ma per Dio è quel vuoto che può riempire della
conoscenza della Sua Verità senza alcun impedimento umano. Il pensiero umano,
con tutto il rispetto che si deve alle sue acquisizioni, di fronte alla luce
sfolgorante di Dio, è pura ignoranza. Per questo ho scritto che dobbiamo “farci stolti per diventare sapienti”,
conoscitori di quella luce dove Dio inabita e che Dio
ci vuol far conoscere. Per questo scrissi ai Corinti:“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza,
ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo
che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che
è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra
gloria” (1 Cor 2, 6-7).
Aveva appena finito di dire quelle
parole che, all’improvviso, schiere di angeli ardenti, provenienti da ogni
parte, ci avvolsero. Innalzavano una Croce luminosissima che gettava luce da
ogni parte. Mi sembrava che
Restammo a
lungo a contemplare questa scena, che rappresentava al vivo la gloria della
Croce. Quella visione mi è rimasta impressa nel cuore come un segno indelebile.
Sentivo di aver ricevuto con essa la sapienza della croce, che tanto innalza a
Dio, nel regno della luce, quanto rende l’uomo umile e povero davanti a Dio.
(continua).
La personalità di Paolo apostolo (3)
(dalla
Bibbia di Gerusalemme)
La sua
predicazione è anzitutto il “kerigma” apostolico (At
2,22+), proclamazione di Cristo crocifisso e risorto secondo le Scritture (1
Cor 2,2; 15,3-4; Gal 3,1). Il “suo” Vangelo (Rm 2,16;
16,25) è quello della fede comune (Gal 1,6-9; 2,2; Col 1,5-7); ha soltanto
un’applicazione speciale alla conversione dei pagani (Gal 1,16; 2, 7-9)., nella
linea universalistica inaugurata ad Antiochia. Paolo
è solidale con le tradizioni apostoliche (1 Cor 11,23-25; 15,3-7), alle quali
deve certamente molto. Sembra che non abbia conosciuto il Cristo durante la sua
vita (cf. 2 Cor 5.16+), ma conosce i suoi insegnamenti
(1 Ts 4,15; 1 Cor 7,10s; at 20,35). D’altronde egli è
anche testimone diretto e la sua convinzione irresistibile è poggiata su una
esperienza personale; infatti ha visto il Cristo, prima vicino a Damasco (At
9,17; 22, 14s; 26,16; 1 Cor 9,1; 15,8) e più volte in seguito (At 26,16;
22,17-21). Egli ha beneficiato di rivelazioni e di estasi (2 Cor 12,1-4). Ciò
che ha ricevuto dalla tradizione può anche attribuirlo in tutta verità alle
comunicazioni dirette del Signore (Gal 1,12; 1 Cor, 11,23). Si sono voluti
attribuire questi fenomeni mistici a un temperamento esaltato e malato. La cosa
è del tutto privo di fondamento. La malattia che lo ha trattenuto in Galazia (Gal 4, 13-15) fu forse soltanto una crisi di
malaria; e la “spina nella carne” (2 Cor 12,7) potrebbe essere l’ostilità
irriducibile dei giudei, suoi fratelli “secondo la carne” ( Rm
9,3). (continua)
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Domande per
la riflessione personale e comunitaria: 1. Quali dei pensieri espressi in questa puntata ti hanno colpito di
più? Perché? 2. Quali applicazioni ti
viene di fare di quanto dice Paolo sulla sapienza e potenza salvifica della
croce per la tua vita cristiana di ogni giorno? 3. Prova ed esprimere in
preghiera i sentimenti e i pensieri che ti hanno suscitato la lettura e la
riflessione su questa puntata.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.8)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo la visione della gloria della
croce di Cristo, tutto mi era diventato più chiaro. Compresi che la
risurrezione di Cristo nella potenza di Dio era il frutto più bello della
croce. Per questo sentii il desiderio di interrogare Paolo sulla risurrezione:
Domanda: Paolo, finora abbiamo parlato del tuo coinvolgimento
nel mistero di morte di Gesù. Vuoi dirci qualcosa del tuo coinvolgimento nel
mistero della sua risurrezione?
Risposta: Lo vidi risorto e lo vedrò risorto, quando sarò con
Lui nei cieli e quando con i miei occhi nuovi lo vedrò al Suo Ritorno, nel mio
nuovo stato di risorto da morte. La mia chiamata e la mia vita si iscrivono
nella risurrezione di Gesù, così come la terra iscrive la sua corsa quotidiana
nella luce del sole, che l’avvolge da un mattino all’altro. Così è il Cristo risorto, il Sole della Nuova
Creazione, come scrisse il profeta Isaia: “Il
sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della
luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore”
(Is 60,19-20). Ecco, Isaia si rivolge alla
Nuova Creazione, che è cominciata nel giorno in cui Gesù risuscitò da morte per
diventare il suo Sole.
Domanda: Paolo, è meraviglioso ciò che mi dici. Mi dici, in
altre parole, che con la risurrezione di Gesù è cominciata
Risposta: Bravo, mi hai capito perfettamente. Aggiungi alla
risurrezione il Ritorno di Gesù nella gloria, in cui il Nuovo Sole, che è Cristo, si rivelerà
pubblicamente per dare inizio alla manifestazione della Nuova Creazione. Il Logos di Dio, come Giovanni chiama Gesù
(Gv 1,1), è
Domanda: Paolo, come apprendesti la notizia della
risurrezione di Gesù?
Risposta: Quand’ero nell’odio verso tutto ciò che sapeva di
Cristo, pensavo, come tutti i giudei, che la risurrezione di Gesù fosse un
inganno inscenato dai discepoli. La voce di Gesù sulla via di Damasco fece
crollare la mia incredulità e mi diede la certezza: Gesù era veramente risorto da morte. Ma i fatti che avvennero nel
momento della risurrezione, la tomba vuota e le apparizioni ai discepoli, li
appresi dalla comunità cristiana di Damasco e poi dalla viva voce dei testimoni
della risurrezione. Ero affamato di conoscere sempre più notizie di Cristo. Non
lo conobbi secondo la carne, ma, una volta convertito a lui, avevo un desiderio
insaziabile di sapere quanto aveva detto e fatto Gesù nella sua vita terrena.
Così appresi delle apparizioni di Gesù e di questo scrissi ai Corinti: “Vi ho
trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo
morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto e risuscitato il
terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa
e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una
sola volta; la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.
Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti
apparve anche a me come ad un aborto” (1
Cor 15,3-7).
Domanda: Perché questa tua insistenza sulle tante apparizioni
di Gesù dopo la risurrezione?
Risposta: Dio ha predisposto che questa notizia inaudita e
così importante per la realizzazione del Suo Disegno di salvezza fosse
sostenuta da molte testimonianze e testimoni. La prima testimonianza veniva
dalle Antiche Scritture, in cui leggiamo nel salmo 118, che è un salmo
profetico della risurrezione di Cristo, questa espressione: “La pietra scartata dai costruttori è
divenuta testata d’angolo: ecco l’opera del Signore” (v.22-23).
Questo testo, letto nello Spirito, si applica alla risurrezione di Gesù. Gesù
stesso profetizzò più volte la sua risurrezione ai discepoli, ma questi non
sapevano di che parlasse (Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34). Poi ci fu la tomba trovata
vuota e l’annunzio dell’angelo alle pie donne (Gv 20,1-10; Lc
24,1-8). Ma ciò non bastava. Era necessario che Gesù risorto apparisse non ad
uno solo, ma ad una moltitudine di persone, così che l’unanimità della
testimonianza di molti rendesse certa tutta
Domanda: E gli uomini, a cui predicavi la risurrezione di
Gesù, come accolsero questa notizia?
Risposta: Sai bene che gli ebrei, a cui per primi lo Spirito
mi mandava, la rifiutarono in massa, tranne qualche eccezione. Ma anche i
pagani opposero resistenza e rifiuto. Il primo grande rifiuto da parte dei pagani
l’ebbi ad Atene, quando annunziai Cristo risorto all’Aeropago.
Nel discorso che feci, cominciai con l’elogiare la loro religiosità, ma quando
annunziai Cristo risorto, avvenne ciò che è scritto negli Atti degli Apostoli: “Quando sentirono parlare di risurrezione di
morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra
volta” (At 17,32). Da là andai a
Corinto e qui trovai molti che accolsero il lieto annunzio di Cristo risorto,
ma, in seguito, dovetti scrivere a lungo ai Corinti
sulla risurrezione perché alcuni non credevano più a causa di molte domande che
si facevano circa lo stato in cui noi risorgeremo, a cui non sapevano dare
risposta. Ci fu anche il caso di due, Imeneo e Fileto,
che, nella comunità affidata a Timoteo, interpretavano la risurrezione di Gesù
come se fosse già avvenuta e così sconvolgevano la fede di alcuni (2 Tm 2,17,18).
Tra incredulità e false interpretazioni
Domanda: Paolo, tu hai scritto ai Corinti
che “se Cristo non è risuscitato, è vana
la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15,14). Vuoi spiegarci meglio
questa tua affermazione?
Risposta: Noi non predichiamo un uomo, che ha fatto grandi
cose nel passato ed ora non è più. Se Cristo fosse stato così, vana sarebbe la
nostra fede in lui. Sarebbe bastata la fede che avevamo nei profeti di Dio, che
ora sono morti. A somiglianza di questa fede, vi è quella dei musulmani, che
credono nel profeta Maometto che era, ma ora non è più perché è morto. Noi
predichiamo, invece, un uomo che era morto, ma ora vive per sempre ed ha potere
sopra la morte e sopra gli inferi. Così si presentò Gesù risorto a Giovanni, il
profeta dell’Apocalisse. In quella circostanza si diede questo nome nuovo: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente”
(Ap
1,17-18). In questo Vivente noi speriamo
per essere vivificati nella nostra misera carne al soffio della sua Parola,
quando egli discenderà dal cielo, si presenterà di nuovo e ci farà risorgere
dai nostri sepolcri.
Domanda: Nella Chiesa si parla della risurrezione di Gesù, ma
ben poco della risurrezione dei corpi alla sua venuta.
Risposta: In genere, nella Chiesa si parla della venuta di
Cristo nel mondo e della sua missione in termini di salvezza, di liberazione,
di riconciliazione con Dio, di santificazione, di vita nuova nello Spirito.
Tutte cose vere ed anch’io ne ho parlato in più punti delle mie Lettere. Se ne
parla un po’ meno in termini di risurrezione da morte, perché a noi manca
l’esperienza della risurrezione da morte, mentre possiamo fare l’esperienza
della riconciliazione con Dio, del perdono dei peccati, della santificazione,
della vita nuova nello Spirito. Ma tutto questo ha un fondamento e il
fondamento è la risurrezione dalla morte. Se ai diversi aspetti della salvezza
mancasse questo della risurrezione dalla morte, mancherebbe il sigillo finale,
a cui tutto il resto è preparazione. Fondamento poi della risurrezione da morte
è la risurrezione di Gesù. Per questo la venuta di Cristo può essere espressa
in termini di risurrezione, che ricapitolano in sé tutti gli altri: Cristo è venuto nel mondo per far risorgere
i morti e perché i morti risorti non muoiano più, ma abbiano la vita eterna.
Le venute visibili e personali di Cristo nel mondo sono due: la sua nascita
nella carne e il suo ritorno nella gloria.
Entrambe hanno come sigillo l’opera della risurrezione. Nella prima venuta Gesù
è risuscitato nel suo corpo crocifisso. Nella seconda venuta, che verrà più
certamente di quanto splende il sole in terra ogni giorno, il Vivente farà
risorgere dalla morte il suo Corpo, costituito dai “suoi”, quanti gli
appartengono per la fede e l’amore in lui. Il programma di Gesù nelle due
venute è simile: dare la vita agli uomini e darla in abbondanza (Gv 10,10). Gesù, venendo in un mondo di
morti, non può dare la vita se non risuscitandoli dalla morte.
Appena Paolo terminò quelle parole,
nell’atmosfera che ci circondava cominciò a sentirsi un suono potente come di
tromba, che aumentava sempre più di potenza e, mentre suonava, sentivo entrare
in me uno spirito nuovo, che in un istante mi fece cambiare personalità. Non mi
sentivo come composto di carne, ma di luce, eppure ero nella carne. Inoltre mi
sentivo animato da una vitalità non composta, ma semplice, unitaria, che era
tutta in tutte le parti del corpo, non come la vitalità che sentiamo in terra, distribuita
nelle varie parti del corpo, per cui la
vitalità generale dipende dal contributo vitale delle singole parti. Ero esterefatto. Paolo si avvicinò e mi spiegò: Ecco, Dio ti ha
concesso il privilegio di sperimentare ciò che avverrà quando risorgeremo da
morte. Tu lo hai sperimentato da vivo così come sperimenteranno il passaggio
alla risurrezione quanti alla venuta di Gesù saranno in vita. Di questo scrissi
ai Corinti: “Ecco,
io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati,
in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà
infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.
E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità
e questo corpo mortale si vesta ci immortalità” (1 Cor 15,51-53). (continua)
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.9)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
L’esperienza della trasformazione nella
risurrezione del corpo passò ed io rimasi profondamente eccitato. La realtà della
risurrezione da morte come nostro destino ultimo mi si era impressa nella
carne. Non era più solo nella mia mente di credente. Ero pieno di domande su
questo tema da porre a Paolo e lui, come se si aspettasse che volevo continuare
su questo argomento, si mise subito a mia disposizione:
Domanda: Le tue parole mi hanno messo chiaramente davanti al
risurrezione di Cristo. E’ veramente il centro della nostra fede. Se Cristo non
fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede. La nostra fede non è soltanto di tipo
profetico, basata sugli annunci di profeti, mandati a noi da Dio, ma si basa su
Cristo, veramente risorto da morte e che ha il potere sulla morte e sugli
inferi. Ma, Paolo, Gesù risorto è scomparso dagli orizzonti della vita umana ed
è veramente difficile vivere nella fede di Uno che è sì risorto, ma non vive
più con noi.
Risposta: La tua domanda dimostra che valuti poco la potenza
della fede e la realtà nuova del Vivente. Chiamo con questo nome colui che voi
chiamate normalmente “il Risorto”. Lo chiamo così perché Gesù stesso, apparendo
a Giovanni a Patmos,
si è autoproclamato con questo nome (Ap 1,17-18). Che cosa vuol dire che il Risorto è il
Vivente? Il “Vivente” è uno dei Nomi divini più propri del Dio di Abramo e dei
profeti. Il nostro Dio è “il Dio Vivente”.
Questo nome indica che Egli è al di fuori dello spazio e del tempo, in
cui noi abbiamo esperienza della vita. E’ il Vivente senza condizioni, in
assoluto. E’ il Vivente, perché è
Domanda: Beato te, Paolo, che hai avuto sempre viva e
palpabile l’esperienza della presenza di Gesù nella tua vita! Ma per noi,
comuni cristiani, non è lo stesso. Soprattutto oggi che viviamo in un mondo
secolarizzato, in cui si vive come se il soprannaturale non esistesse e si fa
di tutto per non parlarne e, se se ne parla, si fa di tutto per cogliere solo i
suoi aspetti umani, la realtà della presenza del Vivente alla vita di quaggiù,
è ben poco avvertita nell’aria.
Risposta: In questo ti do ragione. D’altra parte Gesù disse
che ai piccoli sono rivelati i misteri del Regno dei cieli, mentre i sapienti e
gli intelligenti di questo mondo nulla ne sanno (Mt 11, 25-26). Ora la conoscenza
del Vivente può essere appresa solo per rivelazione e la sua presenza attiva
nel nostro cuore e nella vita degli uomini è percepibile solo in virtù di una
fede attiva, che ogni giorno cerca il Signore. Tramite te, vorrei esortare
tutti i cristiani di essere vigilanti su questo punto. Ripeto a tutti ciò che
già scrissi più volte nelle mie Lettere. Dovete far di tutto per rimanere
svegli, in attesa del giorno in cui il Vivente si manifesterà nella gloria.
Ripeto ciò che scrissi ai Tessalonicesi: “Noi, che siamo del giorno, dobbiamo essere
sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la
speranza della salvezza” (1 Ts 5,8). Dovete essere come le vergini sagge e non come
quelle stolte, di cui parlò Gesù (Mt 25,1-12). In questo modo sarete visitati da illustrazioni
divine come quelle che avevo io, che vi renderanno la presenza del Vivente così
viva nella vostra vita da non dubitarne mai più.
Domanda: Allora veramente il Vivente opera in mezzo al popolo
dei credenti, anche in questo tempo di secolarizzazione?
Risposta: Alla fede aggiungi lo spirito di sapienza e di
rivelazione per una più profonda conoscenza del Vivente e lo vedrai splendere
sul mondo come il sole di giorno splende sulla terra. Agli Efesini
scrissi che pregavo per loro perché “possa
Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere….qual
è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo
l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò
dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni
principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che
si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto
infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo
della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza
interamente in tutte le cose” (Ef 1,18-23).
Domanda: Allora alla Chiesa di tutti i tempi è dato di
sperimentare non la presenza visibile del Vivente, ma quella potenza che lo
risuscitò dalla morte, cioè la potenza della risurrezione?
Risposta: Esatto. E la potenza della risurrezione si manifesta
in opere concrete, che noi uomini non possiamo fare con le nostre forze, ma il
Vivente può fare e di fatto fa continuamente in mezzo a noi, come segno che è
sempre con noi. Egli continua ad operare,
ma in molte di queste opere, animate dalla potenza della risurrezione,
agisce non direttamente, ma attraverso i suoi piccoli e grandi discepoli di
tutti i tempi come egli stesso disse: “E
questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome
scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti
e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai
malati e questi guariranno” (Mc 16,17-18). Agli apostoli poi disse: “Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio, perché io vado
al Padre” (Gv
14,12). Posso testimoniarti di quante volte nella mia vita di apostolo di
Cristo ho visto la realizzazione di queste parole. Vedevo così evidente la
potenza di Gesù che mi accompagnava, facendomi operare le stesse cose che Lui
faceva in terra, quando evangelizzava. Non ero io che operavo, ma Cristo
operava in me. E come avveniva in me, avvenne nella vita di tanti santi della
Chiesa e avviene attualmente nei santi che oggi operano tra voi.
Domanda: Meraviglioso! Ma tu hai scritto pure che la realtà
del Vivente in mezzo a noi è presente in ogni battezzato, per lo stesso fatto
di essere battezzato.
Risposta: Bravo! Si vede che conosci bene le mie Lettere.
Infatti io scrissi ai Romani che ignoravano il vero significato del rito del
battesimo, che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati
battezzati nella sua morte e che, in virtù di questa unione battesimale con la
morte di Cristo, siamo stati risorti con lui, allo stesso modo di come egli è
risuscitato (Rm
6,1-4). Il battesimo è come la fede, di cui dissi: “E’ potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Il
battesimo compie l’opera della fede, ci comunica quella salvezza per fede, che
Dio vuole che ricevano tutti i credenti nel suo Figlio. Il rito esteriore del
battesimo è carico di una potenza spirituale immensa, di cui poco ci rendiamo
conto. Voi moderni, che avete l’elettricità, potete paragonare il rito del
battesimo ad un filo di corrente elettrica attraversato da una potentissima
corrente. Non è importante il filo, ma la corrente che lo percorre. E’ questa
corrente che poi si trasforma in luce e vita.
Domanda: Allora Il Vivente vive già in noi battezzati e il
segno di questa sua vita in noi non sono solo le opere carismatiche, di cui
prima parlavamo, ma una vita nuova nello Spirito, di cui tu puri parli a lungo
nelle tue Lettere.
Risposta: E’ proprio così. Difatti scrissi ai Romani, sempre a
proposito del battesimo e dei suoi effetti: “Se
infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo
saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio
è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi
non fossimo più schiavi del peccato….ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rm 6,5-11). Il
più grande segno della presenza del Signore Gesù, vivo e vero in mezzo a noi, è
la vita di santità di tanti cristiani, in cui non c’è più alcuna traccia
dell’uomo vecchio peccatore, ma solo il buon profumo della vita di Cristo, che
è vita di pura santità. Questa è la vita del Vivente ed è anche la vita di
coloro che vivono veramente in Cristo, pur stando nella carne e in mezzo al
mondo. Vieni, non parliamo più, ma ringraziamo con tutto il cuore il Padre, che
da peccatori che eravamo ci ha eletti al possesso della sua stessa vita in
Cristo Gesù, il Vivente e il Vivificante.
Paolo mi
prese per mano ed insieme alzammo le mani al cielo, mentre schiere innumerevoli
di angeli si unirono a noi e cantavano in modo ineffabile l’Inno cherubico:
“Santo, Santo, Santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che
viene” (Ap
4,8). Sul capo di Paolo apparve una
corona tutta d’oro. Non l’avevo vista prima, perché Paolo l’aveva tolta dal suo
capo per l’intervista, ma nel momento della preghiera vidi che l’aveva sul
capo. Paolo mi disse: Vedi questa corona? E’ la corona dei vincitori che
Dio dà a coloro che sono passati da questo mondo al Padre con la palma della
vittoria. Si chiama “corona della giustizia”. Detto questo Paolo, rapito dallo Spirito, con un movimento di
ineffabile riverenza, si tolse la corona dalla testa e la gettò lontano, in
direzione del trono dei Dio, prostrandosi in profonda adorazione davanti al
trono. Mi sembrò di vedere la scena che Giovanni aveva visto in cielo, così
descritta nell’Apocalisse: “E ogni volta che questi esseri viventi
rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei
secoli dei secoli, i 24 vegliardi si prostravano a adoravano Colui che vive nei
secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: Tu sei
degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e
sussistono” (Ap
4,9-11).(continua)
Suggerimenti per la riflessione e la
condivisione
1. Che cosa ti ha colpito di più sul tema della
risurrezione di Gesù, trattato in questa puntata?
3. Componi una preghiera di adorazione e di
glorificazione rivolta al Vivente, Gesù Signore.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.10)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo aver trattato con Paolo il mistero
della risurrezione di Cristo e della nostra risurrezione in Cristo, compresi
che era il momento di chiedergli qualcosa sul grande Disegno di Dio sulla
storia, di cui lui ha avuto conoscenza per rivelazione come egli stesso scrisse
agli Efesini: “Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a
me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere
il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente. Dalla lettura di ciò che ho
scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. Questo
mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come
al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello
Spirito” (Ef
3,1-4).
Domanda: Paolo, tu hai compreso molto meglio di noi il
Disegno di Dio nei confronti delle nazioni della terra, a partire da Gesù
Cristo. Più volte hai spiegato questo punto nelle tue Lettere. Vuoi continuare
a dirci qualcosa a riguardo?
Risposta: Dopo l’ora di Gesù Cristo, venne l’ora degli
apostoli di Cristo. Se notate gli scritti del Nuovo Testamento appartengono a
queste due ore. I Vangeli testimoniano dell’ora
di Gesù Cristo; gli Atti degli Apostoli e le Lettere dell’ora degli apostoli. L’Apocalisse poi è un genere tutto suo,
che testimonia l’ora del compimento del
Disegno di Dio.
Domanda: Che cosa intendi dire, quando parli dell’”ora degli
apostoli”?
Risposta: Il Disegno di Dio sugli uomini, che, scrivendo agli Efesini, ho chiamato “il
mistero di Dio” o “mistero di Cristo”
(Ef 3,1-5)
si realizza a tappe nella storia. Queste sono segnate dall’invio al mondo di
uomini eletti, chiamati e mandati da Dio per realizzare ciò che Egli, benedetto
sia il Suo Nome, si propone in ogni
tappa. Ogni tappa è un “kairòs” (un tempo) di Dio, rappresenta un intervento di Dio nuovo, inedito,
con cui Dio porta avanti nella storia il Suo progetto sugli uomini e sul mondo.
Dopo che Gesù ascese al cielo e diede il comando ai suoi apostoli di
evangelizzare i popoli della terra, cominciò il “kairòs”
degli apostoli. Mediante noi apostoli Dio si proponeva di realizzare il Cristo,
suo Figlio, nel cuore degli uomini, di trasformarli in Cristo, di chiamarli
dalle tenebre e dalla schiavitù al male alla luce e alla libertà dei figli di
Dio, rendendoli capaci di ereditare il suo regno. Una missione mirabile, formidabile la nostra,
in cui si doveva manifestare al mondo la
misericordia di Dio Padre per tutta l’umanità, la luce del Figlio, posto a luce delle nazioni, la
potenza dello Spirito Santo, capace di trasformare gli uomini da peccatori
in santi.
Domanda: Non ti ha spaventato l’ampiezza della missione che
Gesù ti affidava, l’essere apostolo dei pagani?
Risposta: A un servo non tocca formulare il progetto, ma
obbedire ad esso. Abramo credette al progetto di Dio
su di lui e si realizzò, pur sembrando impossibile. Maria, la madre del Messia,
credette al progetto di Dio su di lei e si realizzò,
pur essendo umanamente impossibile. Della fede di Abramo ne ho parlato nella Lettera ai Romani, dicendo che la nostra fede di cristiani o è simile alla
sua o non è una fede che possa piacere a Dio ed ottenerci la salvezza (Rm 4). La fede e
obbedienza che Dio chiedeva ai noi apostoli erano dello stesso tipo di quelle
di Abramo e di Maria. Gesù scelse all’inizio dodici ebrei che non avevano né
cultura né fama nel mondo, scelse poi me, che ero un suo persecutore, per
assegnarci un compito mastodontico, assolutamente superiore alle nostre
capacità: evangelizzare il mondo, fare suoi discepoli gli uomini. Nella fede
tutto è possibile. Non quello che pensiamo noi si realizza, ma quello che Dio
vuole che noi pensiamo e abbracciamo: la sua volontà. Per questo preghiamo nel Padre nostro: Sia fatta la tua volontà
in terra come si compie in cielo. Non dobbiamo spaventarci della volontà di Dio
quando si manifesta, ma essere certi che si realizzerà, se noi vi aderiamo con
buona volontà. Questa fede è stata tutta la forza di noi apostoli e come vorrei
che fosse la forza di voi dei cristiani di questi giorni per vincere i mille
nemici della fede, da cui siete oggi attorniati.
Domanda: Come vedi la situazione di noi, nazioni neo-pagane
di oggi, davanti al Vangelo di Dio?
Risposta: Non si può dare un giudizio univoco, perché il grano
buono e la zizzania devono crescere insieme fino alla fine del mondo. C’è tanto
grano buono oggi nel mondo insieme a tanta zizzania, che cerca di soffocare la
crescita del grano buono. Potete applicare alla vostra situazione di oggi
quanto già scrissi nella Lettera ai
Romani, quando parlai della Bontà e
della Severità di Dio (Rm 11,22-24). Il
mio Vangelo è e rimarrà sempre un Vangelo di grazia e di misericordia per
l’umanità peccatrice e bisognosa di un Salvatore, Gesù Cristo, e della sua
salvezza. Conforme al mio Vangelo, Dio in ogni tempo della storia opera per la
salvezza della generazione presente e chi accoglie veramente Gesù Cristo come
suo Signore e Salvatore sperimenterà le benedizioni di Dio, di cui scrissi agli
Efesini all’inizio della mia lettera. Ma io ho
scritto pure della Severità di Dio verso le nazioni pagane, che si chiudono al
Vangelo di Dio e lo rigettano, anche se in primo tempo vi hanno aderito: “Considera dunque la bontà e la severità di
Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a
condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai
reciso” (Rm
11,22).
Domanda: Paolo, tu ci metti davanti agli occhi
Risposta:
Le parole di
Paolo mi trafissero il cuore. Le trovai profondamente vere. Parlava con un
intima sofferenza. Da una parte sentivo in lui un annunciatore della grazia e
misericordia di Dio conforme al suo Vangelo, ma, d’altra parte, era evidente la
sua sofferenza per il rifiuto del Vangelo.
Suggerimenti
per la riflessione personale e per la condivisione:
1.
Quale punto di questa intervista ti ha colpito di più?
2.
Che cosa pensi della Bontà e Severità di Dio?
3.
Come puoi giudicare la storia privata tua personale e quella dell’umanità in
genere alla luce degli interventi di Dio (kairòs)
nella tua storia privata e dell’umanità intera?
4 Prova a trasformare in preghiera quanto hai
compreso dei misteri di Dio in questa puntata.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.11)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Il giudizio di Paolo sulla situazione
spirituale del mondo attuale mi aveva impressionato e desideravo approfondire
con lui l’argomento. Gli chiesi quindi:
Domanda: Paolo, tu parli della cultura atea contemporanea
come una cultura di morte, di morte dell’uomo, non di Dio. Vuoi spiegarci
meglio questo concetto?
Risposta: Nella Lettera
ai Romani ho affermato una verità che è valida per tutti i tempi: “In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo
contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità
nell’ingiustizia” (Rm
1,18). Che cos’è l’ateismo se non “soffocare la verità nell’ingiustizia”? In
che modo si presenza questa ingiustizia? Sotto forma di falsi ragionamenti che
conducono alla negazione di Dio e di accuse ingiuste alla Chiesa. Che cos’è la
verità se non la conoscenza di Dio che l’Universo proclama da ogni parte, ma è
soffocata dall’ateismo degli uomini, capaci di annullare con i loro
ragionamenti la rivelazione di Dio attraverso l’Universo? Per questo ho scritto
nella Lettera ai Romani: “Ciò che di Dio si può conoscere è loro
manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del
mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con
l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e
divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur
conoscendo Dio non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio,
ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente
ottusa” (Rm 1, 19-21). Ebbene su questo ateismo dei
pagani brilla la luce che Cristo ci ha portato proprio per farci uscire dalle
tenebre dell’ateismo e dell’idolatria religiosa, dandoci la conoscenza del vero
Dio, che è suo Padre. Ora si è
verificato ciò che scrissi a Timoteo: “Verrà
giorno in cui non si sopporterà la sana dottrina, ma per prurito d’udire
qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le loro voglie,
rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Tm 4,3-4). E
su questa mentalità che tutto ascolta, ma non ascolta più il Vangelo della
verità, si manifesta l’ira di Dio “contro
ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia”
(Rm 1,8).
Domanda: E da questo soffocamento della conoscenza di Dio,
che non brilla più nella mente dell’uomo, ecco che nasce la cultura di morte
dell’uomo verso l’altro uomo e verso se stesso.
Risposta: In parte questa cultura di morte nasce come
conseguenza della perdita di riferimento nella conoscenza di Dio per tutto ciò
che riguarda l’uomo e il suo comportamento. Per un’altra parte questa stessa
cultura di morte è il castigo che Dio dà all’umanità a causa del rifiuto che
essa oppone al Vangelo.
Domanda: Ti vuoi spiegare meglio.
Risposta: La perversione verso il Centro produce la
perversione verso ciò che è il riflesso del Centro. Mi spiego. Dio è il Centro
dell’uomo; l’uomo è il suo riflesso, perché creato a immagine e somiglianza di
Dio, suo Centro. L’uomo, negando Dio nelle varie forme con cui questa negazione
si attua, perverte il suo orientamento verso Dio-Centro, facendo centro
dell’uomo se stesso o qualche creatura umana al posto di Dio. Nasce il fenomeno
dell’idolatria di cui scrissi: “Mentre si
dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria
dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di
uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,22-23). Corrotta la
conoscenza di Dio, si corrompe anche la conoscenza dell’uomo, della sua vera
natura e dei suoi doveri da compiere per portare a compimento in modo felice la
sua missione sulla terra. Già il libro della Sapienza aveva stigmatizzato la
perversione dell’idolatria con sentenze memorabili: “L’invenzione degli idoli fu l’inizio della corruzione, la loro
scoperta portò la corruzione della vita. Essi non esistevano al principio né
mai esisteranno. Entrarono nel mondo per la vanità dell’uomo” (Sap 14,12-14); “L’adorazione di idoli senza nome è
principio, causa e fine di ogni male…Tutto è una grande confusione: sangue e
omicidio, furto e inganno, corruzione, slealtà, tumulto, spergiuro; confusione
dei buoni; ingratitudine per i favori, corruzione di anime, perversione
sessuale, disordini matrimoniali, adulterio e dissolutezza” (Sap 14,25-26).
Domanda: Fermati, Paolo! Stai parlando di quello che ogni
giorno accade in mezzo a noi.
Risposta: Sto mettendo il dito sulla piaga. La causa di ogni
corruzione morale dell’uomo è l’ottenebramento in lui della conoscenza del vero
Dio, che risplende in modo facile per gli uomini attraverso la luce della
Creazione e del Vangelo, ma gli uomini, ottenebrati come sono, oppongono
resistenza alla vera luce e le fanno guerra. Lo scrisse il grande Giovanni: “
Domanda: Cosa intendi, Paolo, per “ira di Dio”?
Rispondi: Due cose: il movimento in Dio che lo conduce ad
intervenire contro “ogni empietà e
ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” e, nello
stesso tempo, l’opera concreta di castigo in cui prende forma il movimento di
Dio contro il male. Un figlio gravemente disobbediente può sperimentare l’ira
del padre contro le sue disobbedienze mediante delle punizioni adeguate. Se non
ci fossero le punizioni, il figlio non sperimenterebbe la giusta indignazione
del padre se non a parole. Ma le parole in questo campo non bastano, ci
vogliono i fatti. Che cosa sono le prigioni se non l’espressione dell’ira della
giustizia umana contro i malfattori? Tutto ciò è un’immagine dell’ira di Dio “contro ogni empietà e ingiustizia di uomini
che soffocano la verità nell’ingiustizia”
Domanda: E che forma prende questa ira punitiva di Dio?
Risposta: L’ho detto sempre nella Lettera ai Romani, continuando il tema di cui stiamo parlando. Per
comprendere quanto scrissi, devo spiegarti un’espressione, che voi moderni
siete portati a interpretare male. Infatti scrissi: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro
cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato
la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al
posto del creatore, che è benedetto nei secoli” (Rm 1,24-25).
Domanda: Ho capito, Paolo. L’espressione che noi non
comprendiamo bene è questa: “Dio li abbandonati”. E’ il castigo di cui parli.
Una vita condotta nelle perversioni sessuali di cui tu parli e che oggi sono
sbandierate dagli atei come libertà di espressioni lecite e onorevoli è già un
castigo di Dio?
Rispondo: E’ proprio quello che cerco di farvi comprendere e
che la cultura moderna, opponendosi al Vangelo, non capisce per niente. Io
affermo una cosa che nei discorsi attuali sulle perversioni sessuali ed – io
aggiungo: sataniche - di oggi, pochi di voi fanno. Questi fenomeni così
dilaganti e pubblici sono la manifestazione dell’ateismo e chiusura al Vangelo,
che domina nella mente di molti. Lo dico ben due volte in questa parte della
mia Lettera ai Romani. Dopo una prima
volta, che già ho citato, lo ribadisco una seconda volta quando scrissi: “E poiché hanno disprezzato la conoscenza di
Dio, Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicché
commettono ciò che è indegno” (Rm 1,28). Non si tratta solo di perversioni
sessuali, ma di ogni tipo di vizio, che fuoriesce dal cuore umano senza più
alcun ritegno. Perciò continuai: “Colmi
come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia;
pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori,
maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male,
ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur
conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la
morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm 1, 28-32).
Mentre Paolo parlava, mi sentivo
trafiggere il cuore. Paolo stava fotografando tante espressioni della società
moderna, di cui tutti ci lamentiamo, ma da cui difficilmente arriviamo a dire:
Dipende dal fatto che gli uomini non conoscono Dio e non vogliono conoscerlo.
Non solo i piccoli, ma i grandi della cultura e delle arti, i ricchi e i
potenti che governano le nazioni. E’ veramente scomparsa dalla faccia della
terra quella conoscenza di Dio, che fa diventare gli uomini puri come angeli.
Ed ecco che compaiono a loro posto uomini simili a demoni per la perversità dei
loro comportamenti.
Paolo (vedendomi
sopra pensiero): Ricordati della parabola del figliol
prodigo, che Gesù ci ha raccontato. Sai bene che cosa fece il padre, quando il
figlio gli chiese la parte del patrimonio che gli spettava. La richiesta del
figlio è simbolo dell’uomo che chiede a Dio l’uso indiscriminato della libertà
come un diritto che gli spetta. Il padre, invece di castigarlo per questa
richiesta insensata e ingrata, lo accontentò. Certamente sapeva che tipo di
vita il figlio avrebbe vissuto lontano dalla casa paterna, ma non fece nulla
per impedirlo. Lo abbandonò al suo destino. In tal modo gli dava il castigo,
abbandonandolo alla vita di miseria che l’avrebbe colto. Dice infatti la
parabola che, finiti i suoi averi e per una carestia sopraggiunta nella
regione, per sopravvivere si mise a fare il guardiano dei porci, animali
immondi per gli ebrei, desideroso di mangiare le carrube dei porci, ma nessuno
glieli dava. Dio è quel padre. Gli uomini, che sono i suoi figli, rivendicano
l’uso indiscriminato della libertà per vivere secondo i loro desideri. Pur di
vivere così, a loro non importa niente di offendere Dio e di vivere lontano da
lui. Considerano la lontananza da Dio libertà, mentre la casa di Dio appare
come una prigione. E’ quanto ho scritto nella Lettera ai Romani nella parte di
cui abbiamo parlato finora. L’unica speranza è che qualcuno, dal fondo della
sua corruzione, si ravveda e torni alla casa del Padre celeste come fece il figliol prodigo! Per questo è necessario predicare ancora
il Vangelo di salvezza.
Suggerimenti per la riflessione
personale e la condivisione: 1. Che cosa ti ha colpito di più di questa
intervista a san Paolo 2. Prova a
sintonizzarti con il giudizio di Paolo e a farne criterio di discernimento
spirituale per alcune situazioni esistenziali che vivi a casa, nel lavoro e, in
genere, nella vita. 3. Prova a
leggere il capitolo 2 della Lettera agli Efesini per
capire il grande dono del Vangelo che Dio ha fatto all’umanità perduta di ogni
tempo.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n. 12)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Quanto avevamo detto circa la cultura
di morte del mondo contemporaneo a causa dell’ateismo dominante, fece sorgere
in me una domanda. Paolo, quando si convertì a Cristo, non era ateo, ma un
forte credente nel Dio d’Israele e osservante della sua Legge. Come mai anche
lui dovette convertirsi?
Domanda:Paolo,
tu eri un osservante ebreo molto zelante, quando Gesù ti apparve e ti convertì.
Non ti eri mai allontanato dalla casa del Padre, come il figliol
prodigo della parabola di Gesù, che ora mi hai ricordato. Eppure anche tu hai
avuto bisogno di convertirti a Cristo. Questo proprio non lo capisco. Non
bastava
Risposta:
Non si può chiedere ad un uomo di
respirare per vivere, perché respira prima ancora che glielo chiediate. Il
respiro è naturale per l’uomo, è la prima esperienza che lo tiene in vita. Io
ho imparato a respirare Dio fin quando ho cominciato a respirare per vivere. I
miei genitori mi hanno messo al mondo due volte, dandomi la vita fisica ed
educandomi alla religione, ma poi ero io a vivere, fisicamente respirando,
spiritualmente praticando la religione dei miei padri. Voglio dirti che la
religione è stata naturale per me come il respiro. E nella religione ebraica, a
cui i miei genitori mi hanno iniziato, tre cose io respiravo continuamente: Dio,
Prima di
tutto, il senso di Dio. Era il Dio dei miei padri, il Dio del mio popolo, ma
anche il mio Dio, quello che il salmista cerca ogni mattina come il cervo
assetato che va alla fonte. Per dissetarmi, Dio era per me la sorgente di
tutto, dell’esistenza, del cosmo, del mio popolo, di ogni cosa. Tutto aveva luce
e significato in lui. Lo conoscevo per tradizione, ma un intimo senso della sua
importanza e del suo timore mi seguiva giorno e notte, man mano che a casa e
nella sinagoga apprendevo la storia del mio popolo, legato così profondamente a
Dio, alla sua Legge, alle sue promesse. Questo senso di Dio lo avevo ancora
prima della mia conversione a Cristo e devo ringraziare il mio popolo di
avermelo dato.
Domanda:
Non sei stato mai nell’indifferenza riguardo alla religione o nel dubbio circa
la verità di quanto praticavi?
Risposta:
Al contrario ero zelante nella sua osservanza e fermamente convinto della sua
verità. Convertirmi a Cristo non è stato per me rigettare il profondo senso di
Dio, che vivevo nell’ebraismo o passare a un’altra verità, ma completare la mia
appartenenza all’ebraismo con l’aderire al Messia, la cui venuta e azione nel
mondo costituisce il cuore della realizzazione della religione ebraica e
dell’azione di Dio nel mondo. Ma prima del Messia, devo parlarvi della Legge,
della Torah
di Mosé, di cui tanto ho scritto nelle mie Lettere,
non sempre in modo positivo, soprattutto in relazione alla sua capacità di
rendere giusto l’uomo davanti a Dio. Su questo punto è importante che
comprendiate il mio insegnamento.
Domanda:
Effettivamente il tuo cambiamento da osservante ebraico a uomo libero riguardo
all’osservanza di questa Legge è sorprendente. Tu metti chiaramente il tuo
cambiamento in relazione alla conoscenza del Messia e al ruolo che Gesù Cristo
ha al posto della Legge. Vuoi spiegarci meglio queste cose?
Risposta:
E’ difficile per voi cristiani, nati nella religione cristiana e provenienti da
radici non ebraiche, comprendere che cosa è per gli ebrei
Domanda:
Già, perché? Così anche gli ebrei osservanti di oggi giudicano Gesù come un
sovvertitore della Toràh.
Uno di questi, il rabino Neusner,
nel suo recente libro su Gesù, immagina di essere ai suoi tempi e di mettersi
in ascolto dei discorsi, in cui Gesù dichiara la sua posizione nei confronti
della Toràh.
Neusner osserva con molto acume come Gesù si ponga
non all’interno della Toràh
come erano gli antichi profeti, che Dio mandava per incitare i fedeli all’osservanza
della Toràh,
ma al di fuori della Toràh,
per attirare gli uomini a sé, prima gli ebrei e poi i pagani, perché avessero
in Lui la vita e non nella Toràh. Riguardo a questi discorsi Neusner
si traccia le vesti e dichiara empio e nemico d’Israele Gesù tale e quale come
facevi tu, prima che conoscessi veramente Gesù.
Risposta:
Hai fatto bene a citare Neusner, perché l’anima del
rabbinismo, che nel corso dei secoli ha innalzato
Domanda:
Paolo, sei radicale nelle tue affermazioni. Metti in crisi ciò che gli ebrei
hanno di più caro:
Risposta;
Non sono radicale io, ma Gesù. Non ha Gesù detto agli ebrei: “Se non credete che Io sono, morirete nei
vostri peccati” (Gv 8,24)? Non è drastica la mia parola, ma
Domanda:
Perché è tanto importante la superiorità di Gesù su tutti gli uomini, anche sui
più grandi mediatori tra Dio e gli uomini scelti da Dio prima di lui?
Risposta:
Perché tutti gli uomini hanno bisogno di salvezza, ma Gesù, pur essendo uomo,
non ha bisogno di salvezza. Il Salvatore dei salvati non può essere un salvato.
Non può essere come Abramo, Mosé, Buddha,
Maometto o qualsiasi altro uomo, non può essere sottomesso ad una Legge di
salvezza, come sono coloro che sono sotto
Aveva
appena detto quelle parole che miriadi e miriadi di angeli riempirono il luogo
dove stavamo e cominciarono ad intonare un canto così spirituale rivolto a Gesù
da farmi comprendere in un attimo la sublime dignità di Gesù più di ogni altro
discorso. Ripetevano a più voci i titoli sublimi di Gesù, ma quando arrivavano
a dire: Figlio di Dio,della stessa
Sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, si prostravano in adorazione davanti a Lui come quando adorano
l’Eterno Padre. Anch’io e Paolo ci prostrammo in adorazione davanti a Gesù,
mentre la sua luce sfolgorante ci avvolse e vedemmo per un attimo il Figlio di Dio nel seno del Padre (continua).
Suggerimenti per la riflessione personale e momenti
di condivisione:
Questa intervista a san Paolo vuole condurti ad una
più profonda conoscenza di Gesù Cristo seguendo il cammino che Paolo ha fatto
fino ad arrivare a conoscerlo. Domande: 1. Quale conoscenza attuale hai di Gesù
Cristo? (per “conoscenza” non si intende una conoscenza nozionistica, ma
spirituale, che ti permette di vivere alla luce di quanto conosci di Cristo).
2. C’è stato nella tua vita un cammino di conoscenza sempre più profonda di
Cristo, oppure lo conosci in modo superficiale, senza ricevere luce dalla
conoscenza di Cristo? 3. Che cosa pensi di dover fare per crescere nella
conoscenza di Gesù Cristo? (Ricordati della preghiera che facemmo alla prima
puntata: Signore Gesù, tu sei il mio
Salvatore. Fa’ che ti possa conoscere, amare e servire come ti ha conosciuto,
amato e servito san Paolo).
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.13)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Dopo
la visione della grandezza del Figlio di Dio, ritornai a parlare con Paolo, ma
nel guardarlo rimasi fortemente impressionato. Mi sembra di vedere Cristo in lui,
come se Paolo e Cristo fossero la medesima cosa. Non potetti fare a meno di
dirgli:
Domanda: Paolo, mi
sembri Cristo. Quel Cristo, che entrambi chiamiamo “Nostro Signore”, ti riempie
completamente così da farti sembrare lui. Mi spieghi questo mistero?
Risposta: Lo scrissi ai
Galati: “Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Non è solo un fenomeno devozionale.
E’ naturale che, in quanto devoto di Cristo, il mio pensiero e il mio cuore
vanno sempre a lui e, come anche ho aggiunto, la mia vita nella carne “la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi
ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal
2,20). C’è qualcosa di più. E’ un fenomeno dello Spirito Santo, che ha unito
talmente la mia vita a Cristo, che non vivo più io, ma è Cristo che vive la sua
vita in me. Come dissi ai Corinti: “Chi si unisce al Signore forma con lui un
solo spirito” (1 Cor 6,17). E’ un
fenomeno simile all’unione esistente tra Gesù e il Padre, che fece dire a Gesù:
“Chi ha visto me, ha visto il Padre”
(Gv 14, 9). Gesù, sopra tutti i fedeli,
desidera essere intimamente unito a noi, scelti da lui ad essere suoi apostoli
e ministri. Egli è la nostra fecondità apostolica, perché senza di lui non
possiamo fare nulla (Gv
15,1-6). Egli è la nostra forza, perché la potenza straordinaria che
manifestiamo viene da lui e non da noi, che siamo vasi di creta (2 Cor 4,7).
Domanda: Allora per
voi apostoli, Cristo non è solo l’oggetto del vostro annunzio, ma anche colui
che parla e opera attraverso voi?
Risposta: Hai capito
perfettamente. Ripeto. Non è solo un fatto devozionale
come il ricordo costante di una persona cara che portiamo nel cuore o come il
ricordo del maestro da parte di un discepolo, che ne vuole seguire gli
insegnamenti. Io, gli altri apostoli, tutti gli altri fedeli di Cristo siamo il
“suo completamento”. Parlo di completamento non in senso allargato come se
dicessi di un pescatore che, ritornando a casa con un bel carico di pesci
pescati, è completato dalla pesca in quanto pescatore. Allo stesso modo Gesù,
essendo il Salvatore degli uomini, è completato da tutti i salvati come il
pescatore dalla sua pesca. C’è qualcosa di più. Ho espresso questa realtà
veramente misterica ai Romani, quando ho scritto: “Quelli che da sempre ha conosciuto Dio li
ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia
il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Questa “immagine di Gesù”, di cui Dio ci vuole
rivestire, non aderisce a noi esteriormente, ma è una nuova creazione interiore
del nostro spirito, dove sta la nostra identità più profonda. Per questo è
opera principale dello Spirito Santo nel nostro spirito. Il nostro spirito
diventa così spirito di Cristo e lo spirito di Cristo in noi ci fa ragionare
naturalmente come ragiona Cristo, ci fa sentire come sente Cristo, ci fa vedere
come vede Cristo, ci fa operare come opera Cristo.
Domanda: E’
meraviglioso ciò che ci dici! Non si tratta di imitare Cristo dall’esterno, ma
di essergli conformi per identità di spirito.
Risposta: E’ questo è
possibile solo se riceviamo e ci apriamo sempre più ad accogliere la totalità
dello spirito di Cristo, che il Padre vuol far regnare in noi al posto dello
spirito della carne, con cui nasciamo e che è la radice del nostro essere
peccatori.
Domanda: Fermati,
Paolo! Non aggiungere troppi concetti, altrimenti i nostri lettori non ci
seguiranno. Che cos’è questo “spirito della carne”, che ci fa essere peccatori?
Risposta: L’ho spiegato
ai Romani. Il centro della nostra vita interiore può essere dominato e diretto da
due principi dinamici opposti, che io ho chiamato: “lo Spirito” e “la carne”.
Per cui ho scritto: “Quelli che vivono
secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono
secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano
alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace.
Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si
sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo
la carne non possono piacere a Dio” (Rm 8,5-8). La carne è la
“dannazione” dell’uomo. Le sue opere infatti conducono l’uomo alla perdizione.
Domanda: E quali sono
queste opere?
Risposta: I vostri
quotidiani e i vostri programmi televisivi sono pieni di queste opere. Sono
opere ben note, come scrissi ai Galati. Ciò vi
dimostra come la “carne” è ben presente nella vostra vita privata e sociale,
purtroppo anche nella vita della santa Chiesa di Dio, in cui si dovrebbe vivere
solo seguendo lo Spirito. Ma come sai, il regno di Dio in terra, presente nella
Chiesa, raccoglie nel suo seno pesci buoni e pesci cattivi. La selezione sarà
fatta solo alla fine (Mt
13,47-50). Ora ti ricordo alcune delle opere della carne, di cui ho parlato ai Galati. Prendi un quotidiano e cerca di catalogare le opere
degli uomini riportate secondo quanto indico come “opere della carne”. “Del resto le opere della carne sono ben
note: fornicazione, impurità,
libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia,
divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere: circa queste
cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno
di Dio” (Gal 5,19-21). Ai Corinzi
scrissi: “Non illudetevi: né immorali, né
idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né
ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1 Cor
6,9-10). Da tutte queste cose Gesù Cristo è venuto a lavarci in vista della
santificazione e giustificazione come ho scritto: “E tale eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, siete stati
santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello
Spirito del nostro Dio!” (1 Cor
6,11).
Domanda: Allora il
Vangelo è quanto mai attuale!
Risposta: Attuale?
Attualissimo! Ieri come oggi Gesù Cristo è sempre vivo e attivo per salvare i
peccatori. Questa è le perenne vitalità del Vangelo di Dio. Io, come tu e tanti altri, siamo solo “ministri di Cristo a amministratori dei
misteri di Dio” (1 Cor 4,1). Noi non salviamo nessuno. E’ Cristo in noi che
continua a illuminare gli uomini sulla verità di Dio, sul senso vero
dell’esistenza e a tirarli fuori dagli abissi dell’ignoranza e delle malvagità
in cui vivono.
Domanda: Ma tanti si
ritengono gente per bene e si impegnano per la giustizia senza far ricorso al
Vangelo!
Risposta: E aggiungi: mentre tanti che si
professano cristiani e credono al Vangelo si comportano peggio di quelli che
non ci credono. E’ la solita obiezione. Anch’io, prima che mi comparisse Gesù
Cristo, mi ritenevo a posto con Dio, perfetto osservante della legge di
giustizia, che Dio aveva proclamato mediante Mosé al
Sinai. Solo il Signore giudica le coscienze. Non spetta a noi e nessun
tribunale umano di farlo. E’ certo però che tra le opere della carne ne esiste
una che si chiama “autogiustificazione”, con cui
l’”io” superbo dell’uomo fa di tutto per non riconoscersi in debito con Dio e
con la giustizia così da dover ammettere: Sono un ingiusto come tutti gli altri
ed ho bisogno di essere perdonato. Gesù tra i suoi ascoltatori dovette faticare
non poco per convincere di peccato i falsi “giusti” del suo tempo, che
opponevano la loro giustizia alla giustizia vera che Cristo proclamava. Il
spirito della carne è cieco e rende ciechi chi lo possiede. Una delle forme più
gravi di cecità è il non riconoscere più lo stato di peccato in cui si vive,
tanto da scambiarlo per uno stato di giustizia, per cui non c’è niente da cui
convertirsi.
Domanda: Paolo,
abbiamo toccato un argomento che merita veramente un approfondimento
perché la nostra vita quotidiana è fatta
di peccatori nascosti e pubblici, di falsi giusti e di veri giusti. Ma vorrei
concludere questo nostro incontro, richiamando quanto ci hai detto all’inizio.
Il Padre vuole che viviamo secondo lo Spirito e non secondo la carne e che
vivere secondo lo Spirito vuol dire rivestirci dell’immagine di Cristo in noi
per cui possiamo arrivare a dire come hai detto tu: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Risposta: Il Vangelo
non è solo la buona notizia del Padre che viene a salvare il peccatore. E’
anche la straordinaria elezione del Padre a diventare “altri Cristi”, altri
figli di Dio come Gesù. I santi di tutti i tempi dimostrano la realtà di questa
decisione del Padre, che lo Spirito Santo incide nel profondo dello spirito dei
santi, trasformandoli in autentiche immagini di Cristo. Così Cristo si completa
in noi e noi diventiamo ricchi di tutte le ricchezze di Cristo.
L’insegnamento
di Paolo mi aveva riempito il cuore di un senso vivissimo di ringraziamento verso
il Padre, che ha avuto così sublimi pensieri verso di noi poveri peccatori. Mi
sentii risvegliato nel profondo al l’impegno fondamentale della mia vita come
cristiano: in tutto e per tutto rivestirmi di Cristo, perché lui possa vivere
in me la sua vita ed la mia vita possa essere il prolungamento della sua vita
ai nostri giorni. Mi salirono alle labbra le parole de TE DEUM, il magnifico
inno con cui
Noi ti lodiamo, o Dio, ti proclamiamo
Signore./ O eterno Padre, tutta la terra ti adora.
A Te cantano gli angeli e tutte le
Potenze dei cieli/ Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua
gloria./ Ti acclama il coro degli apostoli e la candida schiera dei martiri.
Le voci dei profeti si uniscono nella
tua lode; la santa Chiesa proclama la tua gloria./ Adora il tuo unico Figlio e
lo Spirito Santo Paraclito.
O Cristo, Re della gloria, eterno
Figlio del Padre,/ Tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.
Vincitore della morte, hai aperto ai
credenti il regno dei cieli/ Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del
Padre. Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai
redento col tuo sangue prezioso./ Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei
santi.
Mentre
recitavo l’Inno, il volto di Paolo era fisso verso l’alto, mentre un raggio di
luce lo rendeva bellissimo come un Serafino, ardente d’amore per Dio.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n. 14)
a cura di P. Carlo Colonna
s.j.
La lode e il ringraziamento a Dio mi
avevano riempito il cuore di una grande gioia. Sperimentavo uno dei frutti
dello Spirito, di cui Paolo parla nella
lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito è amore,
gioia, pace” (Gal 5,22) e altre cose.. Mi ricordai di una parola di Paolo,
scritta ai Romani: “Siate lieti nella speranza” (Rm
12,12) e chiesi a Paolo:
Domanda: Paolo, parlaci della speranza che noi abbiamo in
Cristo e che ci rende tanto gioiosi.
Risposta (dopo avermi
guardato fisso negli occhi): Fondamento della speranza è quanto ho scritto
ai Corinti nella seconda Lettera: “Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose
visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle
invisibili sono eterne” (2 Cor
4,17 b). Chi ha acquisito stabilmente questa attitudine contemplativa sa bene
che “il momentaneo, leggero peso della
nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria”
(2 Cor
Domanda: Paolo, tu dal cielo sai bene che viviamo in un epoca
culturale, chiamata “secolarizzazione”, in cui sembra che esistano solo cose
che si vedono. Le cose invisibili, appartenenti al regno di Dio, sono credute
da pochi rispetto alla massa dell’umanità e anche questi pochi sono facilmente
afferrati da molti dubbi riguardo alla loro esistenza. Puoi darci qualche
rimedio a questa situazione?
Risposta: Ciò che sta
scritto, sta scritto. Il primo rimedio è quanto è scritto nella Lettera agli
Ebrei a riguardo della fede: “La fede è
il fondamento delle cose che si sperano” (Eb 11,1). La fede è proprio
credere al mondo delle cose invisibili sulla base della testimonianza che a
queste cose ha dato Dio stesso, il primo testimone, e poi i suoi inviati al
mondo, i profeti, Gesù il Messia, gli apostoli,
Domanda: Ma abbiamo qualche segno sensibile che questa
speranza si realizzerà?
Risposta: La fede stessa è questo segno. Infatti la fede, oltre
ad essere fondamento delle cose che si sperano, è anche caparra, anticipo, “prova delle cose che non si vedono” (Eb 11, 1). In che modo la fede è “prova”?
In due modi. Il primo è interiore. La fede nel credente è sostenuta
principalmente dalla testimonianza che lo Spirito Santo porta al cuore
dell’uomo, convincendolo della verità riguardo a ciò che Dio ha rivelato, anche
se la persona non ne capisce a fondo il contenuto. Ciascun credente,
cominciando da me che ti parlo, può dire: Non so perché credo, ma credo, perché
avverto in me una forza e una convinzione interiore, che non è farina del mio
sacco, ma del sacco di Dio. E’ la forza dello Spirito Santo che mi fa dire: Credo. E’ ciò che scrissi ai Corinti: “Nessuno può
dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Come lo Spirito Santo è in
noi l’autore, il garante, il sostenitore della nostra fede, così è l’autore, il
garante, il sostenitore della nostra speranza. Dalla fede, quindi, allo Spirito
Santo. Se la nostra fede e la nostra speranza fossero basate su menzogne, ne
sarebbe colpevole lo Spirito Santo, ma lungi da noi pensare una tale bestemmia
o possibilità, perché quando noi uomini nominiamo questo Nome ineffabile: Spirito Santo, dobbiamo pensare a Colui
che è essenzialmente luce e verità e fondamento di tutto ciò che è luce e
verità nella mente dell’uomo. La fede in Cristo, la vita eterna, la
risurrezione corporea dalla morte sono luce e verità come pura luce e verità è
lo Spirito Santo.
Mentre Paolo diceva questa parole, mi
sentii riempire da una presenza nuova dello Spirito Santo. Era una presenza
invisibile, ma potente, del tutto interiore, che mi invadeva le profondità del
cuore e della mente. Avvertii come non mai la forza che sta a fondamento della
mia fede di cristiano, e mi sentii particolarmente confermato nella fede, nella
speranza e acceso di nuova carità verso Dio, Cristo e i fratelli. Dissi allora
a Paolo:
Domanda: Quanto è vero ciò che dici! Proprio adesso l’ho sperimentato.
Lo Spirito Santo è veramente il garante e il sostegno della nostra fede e
speranza.
Risposta: Tutta la vita spirituale del cristiano, che si
sviluppa sul fondamento della fede, è una caparra, una prova della vita eterna,
perché non è altro che vita nello Spirito, inizio in forme terrene di ciò che
vivremo in forme celesti nella vita eterna promessa, nel mondo che verrà. Ma
oltre questa prova e caparra interiore, vi sono anche caparre e prove
esteriori. Dio ci ha fatto anche come uomini esteriori, legati alla conoscenza
sensibile, e uomini sociali, legati gli uni agli altri. Lo Spirito santo,
autore della fede, ha predisposto segni sensibili e segni sociali, da cui
possiamo avere come tante prove della verità delle cose invisibili, che crediamo,
speriamo e amiamo.
Domanda: E quali sono questi segni esteriori e sociali?
Risposta: Io, Paolo, sono stato e sono per i secoli uno di
questi segni. Faccio parte dei testimoni della fede che sono presentati con
tanta abbondanza di notizie nel capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei.
In conclusione sta scritto: “Anche noi,
dunque, circondati da un così grande nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che
è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa
che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore
della fede” (Eb
12,1-2). Dio ha creato e crea continuamente nuovi santi nella Chiesa, che hanno
una misura di Spirito Santo eccezionale per sostenere nella fede quanto sono
più deboli e arricchire di nuovi doni quanti sono già forti. Ogni volta che il
Papa proclama qualche santo dalla Loggia
di San Pietro, viene dato al mondo un segno sociale e sensibile della vita
eterna e della risurrezione dei santi. Se, aiutati da questi segni sensibili e
sociali, voi vi elevate alla contemplazione delle cose invisibili eterne, ecco
che la vostra speranza di raggiungere anche voi la patria beata della vita
eterna si riaccende e si ravviva nei vostri cuori.
Domanda: Ma il segno più grande che noi abbiamo è la risurrezione
di Cristo e la sua ascensione al cielo.
Risposta: E aggiungi: l’annunzio del suo ritorno in terra
nella gloria. Se Cristo non tornasse visibilmente nella gloria nel giorno della
storia, che sarà l’ultimo, neanche la sua risurrezione e la sua ascensione al
cielo sarebbero un segno sufficiente della vita eterna e della nostra
risurrezione. Vedete: c’è un certo modo parziale di presentare il Vangelo di
Cristo, che fa concludere la nostra vicenda umana sulla terra con la morte. Poi
il giudizio di Dio sull’anima disincarnata, il premio o il castigo eterno. Ma
questo non è il Cristianesimo o, almeno, non è il Cristianesimo completo che io
ho predicato. La nostra vita terrena terminerà quando Cristo tornerà
nell’ultimo giorno. Al ritorno di Cristo io e te, che siamo già morti alla
terra, ci saremo in carne ed ossa. Sarà questo l’ultimo nostro giorno terreno,
non quello che ci ha visti spirare l’ultimo respiro. In quel momento ci siamo
solo addormentati in vista del risveglio nell’ultimo giorno. La cosa più importante
che annunzia il Vangelo di Dio non è il fatto che noi andiamo da Dio dopo
morte, ma che Dio viene da noi in terra per prenderci e portarci con sé in
carne e ossa nel Regno dei cieli, che non è di questo mondo. Cristo è venuto la
prima volta per aprirci in modo umano la via da seguire per arrivare alla vita
eterna e alla risurrezione dei morti, ma ritornerà la seconda volta, all’ultimo
giorno, per far risorgere tutti i suoi santi e in un corpo nuovo, del tutto
luminoso, condurli là dove egli e Maria già stanno in anima e corpo
glorificati. Questa è la nostra speranza, infallibile speranza, meravigliosa
speranza, certissima speranza, davanti a cui, come
scrissi ai Romani, “le sofferenze del
momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere
rivelata in noi” (Rm 8,18).
Le parole di Paolo mi fecero penetrare
come non mai in quello che è l’oggetto e l’attesa della nostra speranza. Niente
di nebuloso e vago ma, al contrario, qualcosa di ben preciso e concreto. Il
ritorno di Cristo, la risurrezione dei morti e la vita eterna sono come il
tetto invisibile, posto nell’alto dei cieli, dove arriva la fune della nostra
speranza per agganciarsi a questo tetto. In quel momento, mentre pensavo a
queste cose, vidi come una fune d’oro scendere dal cielo. Era come sospesa in
aria. Si fermò davanti a me. Paolo mi disse: Arrampicati su questa fune. Ebbi
timore, perché mi sembrava sospesa nell’aria e incapace di sorreggere il mio
peso. Ma Paolo mi disse: Non temere, perché questa fune è ben solida e non
viene meno anche se un esercito numerosissimo di uomini si arrampicasse su di
essa. E’ tenuta in mano dall’Onnipotente, che tu non vedi, perché Egli è
Spirito. Egli, che sorregge col vigore della sua potenza l’universo intero, è
ben capace di sostenere chi si arrampica su quella fune. E’ la fune della
speranza. Quando l’avrai salita, tutte le speranze che hai posto nelle promesse
di Dio, si realizzeranno.
Suggerimenti per la riflessione e la
condivisione: 1. Alla luce dell’insegnamento di Paolo, cerca di
spiegare ad un’altra persona che cos’è la virtù cristiana della speranza. 2. Rifletti su te stesso e vedi che posto
occupa la speranza cristiana nella tua vita cristiana. E’ assente, fioca, forte, vitale, fonte di gioia?
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n. 15)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Finita la visione della fune del cielo,
simbolo della speranza, riprendemmo a parlare. Ormai era passato molto tempo
dall’inizio dell’intervista, ma il parlare con Paolo era così interessante che
non percepivo più il tempo. Mi sembrava ora che era ormai arrivato il tempo di
congedarmi. Vi erano però alcune cose che avevo ancora in cuore da chiedere a
Paolo e non volevo perdere l’occasione di avere da lui una risposta. Gli dissi
allora:
Domanda: Paolo, il tuo caro fratello nell’apostolato, Pietro,
ha scritto che nelle tue lettere ci sono “alcune
cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al
pari di altre Scritture, per loro propria rovina” (
Risposta: Le cose difficili a comprendersi sono le vie di Dio,
che distano dalle nostre quanto il cielo dista dalla terra, come disse Isaia: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le
mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”
(Is 55, 9).
Dio mi diede la grazia di scrutare queste vie altissime con cui Egli, benedetto
il Suo Nome, realizza la salvezza degli
uomini e la venuta del suo Regno. Comprendiamo noi uomini la sapienza della
croce? Ebbene è proprio attraverso la via altissima della croce di Gesù e delle
nostre croci quotidiane che Dio salva gli uomini e viene il suo regno. Questa
via è nascosta ad angeli, a demoni e a uomini e solo per la grazia dello
Spirito se ne può intendere l’efficacia e il significato divino. Questa via è
all’opposto delle vie degli uomini come scrissi ai Corinti:
“Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i
Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i
Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che
Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è
stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più
forte degli uomini (1 Cor
1,22-25). La prima cosa difficile da intendere e che io ho cercavo di spiegare
ad ebrei e pagani era la sapienza della croce di Cristo, in cui si manifestava
la sapienza di Dio per la nostra salvezza.
Domanda: Che cosa significa che la sapienza della croce è
scandalo per i Giudei?
Risposta: I Giudei si aspettavano un Messia, che con la forza
della regalità di Dio annientasse i nemici d’Israele, popolo di Dio. A quel
tempo i nemici erano i Romani. I Giudei sapevano bene l’Onnipotenza e Regalità
universale del loro Dio. Ne celebravano la grandezza e le grandi opere ogni
giorno con salmi e cantici spirituali, cantati nel tempio. Se leggete i salmi,
sono tutti un invito a lodare la grandezza sovrana del Dio d’Israele e Dio
delle nazioni della terra. Tutti si aspettavano un Messia che manifestasse questa
grandezza davanti agli uomini a favore d’Israele. Ma ecco il Messia, il Re
d’Israele, che muore crocifisso come un condannato a morte per misfatti,
davanti agli occhi di tutto il popolo, ad opera del giudizio del Sinedrio dei
Giudei e di Ponzio Pilato, che amministrava la
giustizia umana dei Romani. Uno spettacolo terrificante, inaudito, impossibile
a credersi! Isaia l’aveva predetto: “Chi
avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il
braccio del Signore? E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una
radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri
sguardi, non splendore per provare in lui diletto” (Is 53,1-2). Può mai essere questa
una sapienza regale? Può mai un re vincere i suoi nemici, permettendo che
questi lo crocifiggano prima?
Domanda: Paolo, è impressionante la sapienza del Signore! Per
questo Gesù non fu compreso da nessuno e dovette seguire questa via, andando
contro anche i suoi discepoli e proibendo loro di divulgare che fosse il
Messia.
Risposta: I Giudei avevano bisogno non di un Re Guerriero, ma
di un Re Sacerdote, capace di espiare realmente i peccati del popolo e
ristabilire l’alleanza con Dio, continuamente offesa e distrutta dal cuore incirconciso e peccatore dei Giudei. Gesù è quel Re
Sacerdote di cui è scritto nel Salmo 110: “Il
Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melkisedek” (v.4). Se vuoi
leggere qualcosa sulla vera natura del Messia d’Israele, Re e Sacerdote al modo
di Melkisedek, devi leggere
Domanda: Allora la regalità di Cristo è una regalità
spirituale, non mondana. Essa si afferma contro tutti i nemici dello spirito
dell’uomo, che mettono l’uomo contro Dio, facendolo peccare.
Risposta: Dio è Spirito e lo Spirito regna nelle dimensioni
della Santità e della Giustizia. Che giova all’uomo se guadagna potere su tutti
gli uomini, ma poi non è un santo e un giusto? Potrà salvarlo dal giudizio di
Dio il suo potere universale sugli uomini? Cadrà come tutti i mortali, che non
sono che polvere e cenere, e dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue opere
ingiuste. Buon per lui se sperimenta, prima del giudizio di Dio, una
umiliazione che lo fa rinsavire dalla sua folle ricerca di grandezza umana al
di fuori della santità e della giustizia. Dio gli dà così il tempo di pensare
alla cosa più importante, a diventare veramente giusto e santo.
Ecco
la sapienza della croce, propria di Cristo, e di quanti partecipano a questa
sapienza: lavare la propria anima da ogni peccato, renderla pura e splendente a
immagine di Dio, Purezza e Bellezza dell’anima, rinascere alla vita immortale
dello Spirito. Queste sono le profondità e le altezze a cui gli uomini sono
immessi, facendosi discepoli della sapienza della croce.
Domanda: Paolo, tu hai detto anche che Cristo crocifisso è
stoltezza per i pagani.
Risposta: I Giudei si gloriano della Legge, i pagani della
“gnosi”, con cui pretendono di penetrare nei misteri della divinità o nella
spiegazione di tutte le cose. A livello più generale il modo di vivere del
mondo pagano è espresso dalla esaltazione parossistica delle qualità umane e
dei beni terreni, senza alcun limite. I pagani di oggi come di ieri mettono il
loro vanto nella cultura, nella politica, nell’arte, nella letteratura, nel
divertimento, nella scienza, nella salute, nel sport, nella ricchezza e cose
simili e fuori di queste cose non vedono altro per cui vivere. Di tutto vivono
tranne che di Dio.
Domanda: Fermati, Paolo, stai parlando di molti miei
contemporanei!
Risposta: So bene come vivono tanti uomini di oggi nelle
vostra cultura secolarizzata. Sono pieni di tante cose, ma non curano la cosa
più importante, l’anima spirituale, che solo in Dio si realizza con pienezza
per mezzo della fede e della grazia di Dio. Tutto è lecito, tutto è permesso.
Non c’è Dio, non c’è Inferno. Che cosa è la croce di Cristo davanti a questa
mentalità? E’ veramente incomprensibile, stoltezza inaudita. Per questo
scrissi: “Nessuno si illuda. Se qualcuno
tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare
sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta
scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora:
Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani” (1 Cor 3,18-21). Se gli uomini vogliono imparare la vera sapienza
che dà la vita, hanno dove andare perché, come scrissi ai Colossesi,
“in Cristo sono nascosti tutti i tesori
della sapienza e della scienza” (Col 2,3).
Dio vuole che i pagani, che cercano la sapienza in cisterne screpolate che non
la contengono, la cerchino e la trovino in Cristo fino ad essere ripieni di
tutta la pienezza della Verità e della Vita.
Domanda: Paolo, ti ringrazio perché con le tue parole stai
guarendo la mia incredulità. Anch’io vengo da una mentalità pagana e vivo in
mezzo ad un mondo pagano. Anche se sono cristiano e predicatore del vangelo
come te, rischio di abituarmi a parlare della croce di Gesù senza che ne colga
tutta la profondità del suo significato. Prega Dio che la croce di Cristo sia
per me fonte continua di sapienza di vita.
Paolo: Contempla sempre con assoluta e rinnovata meraviglia
il grande mistero di Cristo sulla croce. Sia questa la tua cattedra di
sapienza. Alla tua mente, illuminata dallo Spirito Santo, si rivelerà la
grandezza senza fine dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo per
l’umanità, il suo proposito di farci santi e di portarci a vivere per sempre
nel suo Regno di luce infinita. Non si allontani mai dal tuo cuore la sapienza
della croce, ma cresca ogni giorno sempre più in te. E’ la tua arma contro
tutti i nemici della salvezza, ti farà riportare vittoria su di loro finché non
arriverai anche tu alla gloria della risurrezione che la croce di Gesù promette
a quanti la amano.
Aveva appena detto queste parole, che
ecco dal cielo apparve una croce luminosissima, irradiante luce e splendore da
ogni parte. Paolo mi disse: Vedi la sapienza della croce! La luce che emana è
simbolo della sapienza che contiene e comunica agli uomini. Poi vidi
come intorno alla croce si radunava una folla immensa di uomini. Provenivano
tutti da lontano dove si vedevano dense tenebre. Gli uomini venivano alla luce
della croce, uscendo da quelle dense tenebre. Vedevo come erano quando uscivano
dalle tenebre e come diventavano quando si andavano a mettere vicino alla croce
per essere illuminati da essa. Uscendo dalle tenebre, portavano nel loro corpo
segni di gravi deformità corporali. Così vedevo zoppi, ciechi, sordi, muti,
lebbrosi e ogni altro genere di malati. Vi erano anche dei cadaveri, portati su
barelle davanti alla croce. Man mano che venivano sotto l’influsso luminoso
della croce, i malati venivano guariti e i morti risuscitati da quei raggi e ritrovavano
tutta la bellezza e la salute che avevano perso. Infine cori angeli si
assieparono intorno alla croce, eseguendo melodie musicali celestiali. Un coro
si elevò dagli uomini ai piedi della croce. Sentii le loro parole. Erano quelle
espresse in Apocalisse 5.9-10, rivolte all’Agnello di Dio, che siede sul trono
di Dio, come sta scritto: “Cantavano un canto nuovo: Tu sei degno di prendere
il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per
Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai
costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra”
.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.16)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
La sapienza della croce non può essere compresa
da nessun intelletto naturale, ma dall’intelletto del credente, illuminato
dallo Spirito Santo. Ma c’erano altre cose, relative alla sapienza della croce,
che desideravo chiedere a Paolo.
Domanda: Paolo, tra le cose difficili a comprendersi, scritte
da te, c’è il Vangelo della giustificazione per mezzo della fede. Fu l’oggetto
della eresia di Lutero, condannata dalla Chiesa, perché Lutero disprezzò tutte
le opere buone, che
Risposta: La fede in Cristo è il fondamento della salvezza e
questo fondamento non viene da noi né dalle nostre opere, ma da Dio. E’ Dio che
ha dato a noi peccatori, di cui io sono il primo, il Salvatore e la sua opera,
e, inoltre, ci chiama alla fede in lui, per ricevere la remissione dei peccati
e la nuova giustizia. Ma su questo fondamento, che è opera di Dio, si deve innestare
l’opera nostra, senza di cui non possiamo essere salvati. Di questa “opera
nostra” scrissi ai Corinti dicendo:“Secondo la grazia di Dio che mi è stata
data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi
costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può
porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E
se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose,
legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere
quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità
dell’opera di ciascuno” (1 Cor
3,10-13). Come vedi, c’è l’opera di Dio, ma c’è anche ciò che chiamo “l’opera
di ciascuno”. L’opera della salvezza quindi comprende l’opera di Dio e l’opera
nostra sul fondamento di quella di Dio.
Domanda: Paolo, le tue parole sono illuminanti. C’è l’opera
di Dio e c’è l’opera dell’uomo.
Risposta: E questa richiede massimo impegno e massima cura.
Non c’è niente di più prezioso per l’uomo che lo stato di giustizia e santità
in cui Dio, per la sua grazia, ci permette di vivere, dopo un passato di
peccati. E’ vivendo nella giustizia che si vive per il Paradiso. Lo scrissi ai Galati: “Non vi fate
illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che
avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione;
chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non
stanchiamoci a fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo.
Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto
verso i fratelli nella fede” (Gal 6,7-10).
Come vedi, nei mie Lettere parlo sempre di entrambe le opere. Dopo aver parlato
dell’opera di Dio, parlo dell’opera dell’uomo; dopo aver parlato dell’opera
dell’uomo, parlo dell’opera di Dio, perché impariamo a saper mettere assieme le
due cose, dando sempre il primato all’opera di Dio, senza cui non possiamo
salvarci.
Domanda: Tu però parlasti molto male della Legge e delle
opere della Legge come se non fossero necessarie per la salvezza. Da qui è
scaturito l’errore di Lutero.
Risposta: Perciò Pietro scrisse che nelle mie Lettere ci sono
cose difficili da comprendere che gli ignoranti e gli instabili travisano a
loro perdizione (
Domanda: Quindi dobbiamo compiere opere buone per salvarci?
Risposta: La salvezza ha due momenti: prima della
giustificazione e dopo la giustificazione. Prima della giustificazione, l’opera
buona che Dio richiede da noi è di aprirci alla fede in Cristo che ci salva. E’
la sua grazia che infonde in noi questa fede, ma la nostra volontà vi deve
aderire liberamente e non rifiutarla. In virtù di questa fede anche il più nero
peccatore può ricevere l’opera di Cristo in lui che lo trasforma da peccatore
in santo. Comincia allora il secondo momento della salvezza, simile al cammino
di Israele nel deserto verso
Domanda: Allora in terra siamo già salvati in Cristo, ma non
ancora vittoriosi?
Risposta: E per essere annoverati tra i vittoriosi, bisogna
che la grazia in noi sia attiva nella lotta contro i nemici della salvezza, che
sono tanti, e nelle opere buone da compiere secondo la volontà di Dio. Per
essere fra i vittoriosi, ci vogliono le opere buone, non la sola fede. Si
arriva alla vittoria, infatti, solo attraverso un esame di Gesù, Giudice degli
uomini, sulle nostre opere compiute in terra come scrissi ai Corinti: “Tutti
dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la
ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10).
Domanda: E tu, Paolo, come affrontasti questo giudizio di
Cristo?
Risposta: Quando lo Spirito mi fece capire che ormai era
giunta la mia ora, scrissi a Timoteo: “Quanto
a me il mio sangue sta per essere versato in libagione ed è giunto il momento
di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia
corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il
Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma
anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4,6-8).
Come vedi, Gesù vuole che ci presentiamo davanti a lui, quando partiamo da
questo mondo, con l’abito della giustizia fondata sulla fede, per poterci poi
dare “la corona di giustizia”, il premio che lui riserva a quanti lasciano
questo mondo da giusti e non da peccatori.
Domanda: Grazie, Paolo, di averci ricordato queste cose.
Stanno scritte in lungo e in largo nelle tue Lettere, nei Vangeli e negli
scritti degli altri Apostoli, ma sentirle ripetute dalla tua viva voce ce lo
incide particolarmente nel cuore.
Risposta: Soprattutto voi cristiani di oggi avete bisogno di
non conformarvi alla mentalità atea e secolarizzata del mondo di oggi, se
volete che la fede che avete ancora, porti frutto e sia per voi efficace
strumento di giustizia che porta alla salvezza. Con quanta leggerezza e
superficialità gli uomini di oggi si mettono davanti alla Parola di Dio!
Pensano di essere saggi nel costruire l’esistenza scartando
Domanda: Proprio ai nostri giorni abbiamo avuto in Italia un
terremoto tremendo.
Risposta: Ne sono al corrente anch’io. Solo le case costruite
bene hanno resistito al terremoto. Le altre costruite male sono crollate
miseramente. E’ un simbolo del giudizio di Dio, che esaminerà la vostra
esistenza, costruita dalle vostre scelte. Se avete scelto bene, secondo
Domanda: Paolo, tu ci vuoi mettere paura!
Risposta: No, vi do pillole di pensieri seri e non di pensieri
vuoti come sono quelli di cui ordinariamente parlate in terra. Meglio
avere questo tipo di timore ora ed essere stimolati da questo timore a non
peccare piuttosto che affrontare da incoscienti il giudizio finale di Dio sulla
nostra vita, vuoti e pieni di peccati. Sarebbe meglio che fossimo stimolati al
bene e a non peccare dalla fede viva che abbiamo in Dio, unita al suo amore, ma
anche tragedie come quelle di un terremoto possono stimolare a pensare a come è
fragile la nostra esistenza di quaggiù e come la cosa più importante non è
quella di difendersi dai terremoti, ma dal peccato, che distrugge non il corpo
soltanto, ma la cosa più preziosa che abbiamo: l’anima immortale.
Le ultime parole di Paolo mi trafissero
il cuore. Realizzai quanto lontana è oggi la sapienza degli uomini dalla sapienza che manifestava Paolo. Eppure
Paolo aveva ragione! Altrimenti Cristo sarebbe morto invano. Invano sarebbe
risuscitato e invano si predica da parte della Chiesa il suo ritorno per
risuscitare i morti e giudicare tutti gli uomini. La sapienza di Paolo ha senso
solo alla luce della morte, risurrezione e ritorno di Gesù. Paolo, vedendomi
particolarmente pensoso, mi disse: “Ricordati: cielo e terra passeranno, ma non
una sola parola di Cristo,
In quel momento
un fascio di luce intensissima illuminò Paolo e mi fece vedere da quale
sorgente veniva la sua sapienza.
INTERVISTA A SAN PAOLO
(n.17)
a cura di P. Carlo
Colonna s.j.
Sentivo che ormai era venuto il tempo
di terminare l’intervista, ma non potetti fare a meno di rivolgere a Paolo un’ultima
domanda.
Domanda: Paolo, è venuto il tempo di congedarci. Ringrazio
Dio del dono di avermi dato di poterti intervistare e dei pensieri luminosi che
ci hai comunicato. Ma, prima di lasciarci, voglio chiederti di parlarci delle
chiese da te fondate. Mi ha sempre colpito l’alta visione spirituale con cui le
guardi. Fin dall’inizio delle tue Lettere
ti rivolgi loro con espressioni di alto contenuto mistico, come questa che
rivolgi alla chiesa di Tessalonica: “Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù
Cristo” (1 Ts
1,1). Inoltre chiami “santificati” e “santi” coloro a cui scrivi, usando un
termine che ora non si usa più, quando i nostri pastori si rivolgono ai fedeli.
Saluti poi i santi come se non fossi tu a salutarli, ma come se, mediante te,
fossero Dio Padre e Gesù Cristo che li salutano, dando ad essi grazie e pace.
Risposta: Ho visto nascere le chiese sotto i miei occhi come
l’opera di Dio in mezzo alle nazioni, cui ero inviato. Ho visto i pagani, che
praticavano i culti agli idoli, le arti diaboliche della magia, il furto, l’adulterio
e peccati d’ogni genere, convertiti, lavati e santificati dalla discesa dello
Spirito Santo in loro. Perciò scrissi ai Corinti: “Tali eravate alcuni di voi; ma siete stati
lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati, nel nome del Signore
nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1 Cor 6,11). La chiesa
sorgeva come la dimora tutta santa di Dio tra gli uomini; il corpo di Cristo,
di cui i santificati dallo Spirito erano le membra; la sposa del Messia, che Cristo
andava a scegliere, mentre si prostituiva nel mondo agli idoli e ai demoni.
Domanda: Tu ci parli nelle Lettere come se
Risposta: Per quanto riguarda il mondo, non te ne devi
meravigliare, perché, secondo le parole di Gesù, “il mondo non ha ricevuto lo Spirito Santo, non lo vede e non lo
conosce” (Gv 14,17), e senza la luce dello Spirito
Santo è impossibile vedere e sentire
Domanda: Ma come mai nelle Chiese sorgono falsi profeti e
falsi maestri, i fedeli litigano tra loro per sciocchezze, alcuni sacerdoti
danno scandalo, commettendo cose gravissime come l’omosessualità e l’attaccamento
al danaro, e la fede in molte parti è vissuta più per tradizione che per
convinzione? Dov’è lo Spirito Santo in tutte queste cose, che pure si
manifestano nell’ambito delle chiese?
Risposta: Già ai miei tempi litigi, scandali, falsi profeti e
apostoli percorrevano la vita delle chiese da me fondate. I cristiani di Corinto
si dividevano in partiti, litigavano, alcuni avevano gravi immoralità di vita,
celebravano l’Eucaristia in modo indegno, falsi apostoli gettavano discredito
su di me per screditare anche il mio vangelo. Come loro anche altre chiese
avevano debolezze e defezioni. Nelle sette lettere che Gesù attraverso il
profeta Giovanni mandò alle sette chiese dell’Asia Minore ben cinque di queste
hanno gravi comportamenti da cui devono ravvedersi. Come mai tutto questo? E’
il mistero d’iniquità, che opera nella Chiesa in contemporanea col mistero di
Dio. E’ la debolezza e il peccato degli uomini, che pesa sulla Chiesa come ha
pesato su Gesù Cristo, mettendolo in croce. E’ la zizzania che cresce insieme
al grano buono.
Paolo mi prese per mano e, all’improvviso,
rapiti dallo Spirito, venimmo trasportati in un luogo alto, vasto,
meraviglioso. Una luce ineffabile, dolcissima, splendeva su di noi, e ci riempiva
di pace e di gioia profonda. Questa luce proveniva da un punto posto in alto, molto
in alto e da quel punto scendeva fino a noi una scala, meravigliosa scala, splendentissima scala, tempestata di diamanti. Ciascun diamante, a sua volta, emanava una
luce propria e caratteristica, che riempiva l’atmosfera già colma di luce di
variazioni luminose, incredibili a vedersi. Poi quella scala si popolò e
miriadi e miriadi di esseri luminosi salivano e scendevano per essa. Ci
sentimmo avvolti dalla loro presenza, quando due di quegli esseri si
avvicinarono a noi, ci diedero la mano e ci dissero: “ Venite, per mezzo nostro anche voi uomini potete
salire questa scala, che vi porterà fin nel punto più alto, là dove vedete
splendere la luce splendentissima, sorgente di ogni
luce per la scala e per noi.
Paolo si
rivolse a me e mi incoraggiò a seguire l’invito e così salivo, di gradino in
gradino, mentre una luce sempre più grande mi avvolgeva. Paolo saliva con me e
mi diceva: “Nella mia vita in terra
più volte fui rapito in cielo e vidi cose ineffabili come questa che stai
vedendo te. Dio mi concedeva queste esperienze per rafforzarmi nella
testimonianza al Vangelo, che dovevo dare agli uomini in mezzo a tribolazioni
di ogni tipo. Questa esperienza è concessa anche a te, perché anche tu possa
annunziare con forza e piena convinzione il Vangelo di Dio. La scala che vedi è
In quel
momento una nube splendentissima scese su Paolo e lo
nascose al mio sguardo. La nube si sollevò e lo portò in alto verso il sommo
della scala. Capii così che la mia conversazione con Paolo era conclusa. Sentivo
una grande pace in me. Capivo che la mia vocazione era di far parte di questa
Chiesa celeste, tutta luce e tutta splendore, che avevo visto in cielo e che, per
arrivare a far parte stabilmente di essa, una miriade di angeli e di santi si
affollano attorno a me, ma più di tutti posso contare su Gesù e sullo Spirito
Santo, che sono una sola cosa col Padre e che hanno il potere di farci
diventare una sola cosa col Padre come lo sono loro. Il mistero della fede è
veramente grande! Non ci sono parole per esprimerlo. Sentii in cuore di
congedarmi dai miei lettori con le parole di Paolo nella Lettera agli Efesini: A Colui
che in tutto ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o
pensare secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e
in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen” (Ef 3,20-21).
Firmato Padre
Carlo Colonna SJ