Il Seminatore
E
disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4 E mentre seminava una parte del
seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. 5 Un’altra parte
cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il
terreno non era profondo. 6 Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo
radici si seccò. 7 Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la
soffocarono. 8 Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il
cento, dove il sessanta, dove il trenta. 9 Chi ha orecchi intenda”. (Mt 13, 3(2) - 9)
Una lettura superficiale di questo brano può fare pensare a un seminatore poco abile, che semina sulla strada, sul terreno sassoso, in mezzo ai rovi e nel terreno buono. E` risaputo che seminando un terreno fertile, e dunque buono, il risultato è ottimale e immediato.
I seminatori del tempo erano soliti seminare proprio nel modo descritto nella parabola; poi dove c’erano le pietre le toglievano, dove c’erano i rovi li tagliavano, dove c’era il sentiero (era uso camminare per i campi per trovare scorciatoie) ci passavano con l’aratro. Questo per ottenere il massimo da ogni metro di terra.
Tutte queste attenzioni per fare crescere al meglio le piantine di grano sono esattamente le cure che il Signore presta a noi che siamo il suo orto. In noi c’è il terreno duro che non riesce ad accogliere il seme della Parola. C’e’ il terreno sassoso che accoglie con entusiasmo la Parola, ma dove non sempre riesce a mettere radici; rimane, purtroppo, in superficie. Quando arrivano i problemi secca e rimangono solo le pietre. Tutto come prima; continuiamo a vivere come se questo seme non fosse mai arrivato. Poi ci sono i rovi, dove il seme cresce, ma è soffocato. La parola di Dio cresce, ma le preoccupazioni di ogni giorno la soffocano e le impediscono di portare frutto. Poi c’è il terreno buono, che accoglie e fa fruttificare. Dice Gesù che questo seme caduto nel terreno buono porta molto frutto: a volte cento, a volte sessanta e altre volte trenta.
Gesù non chiede a tutti cento, ma solo quello che siamo in grado di portare. La cosa straordinaria è che quello che siamo in grado di portare è tantissimo. Il buon seme, quello che riesce a portare frutto abbondante, da’ al massimo il dieci per uno. Il Signore parla anche di cento per uno. Chi accoglie la Parola da frutto abbondante e non soltanto quello che già di per se il buon seme può portare, ma molto di più.
Il seme, però, per portare frutto, deve morire. Se il seme rimane in superficie, se non perde se stesso, rimane da solo. Il seme è chiamato a morire per dare frutto. Gesù è entrato nelle viscere della terra, è stato sepolto e ha dato frutto. Un frutto grandissimo, incommensurabile.
Che cosa è stato nel corso di duemila anni quel dare la vita!
Morire a se stessi, significa non guardare a se stessi, non essere noi la misura del risultato che riusciamo a portare.
Geremia, al Signore che lo chiama a essere suo profeta, dice: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”(Ger1, 6).
Geremia non ha lo sguardo rivolto al Signore, ma a se stesso. Non sta ponendo la sua attenzione sulla parola di Dio, che gli viene chiesto di portare. La Parola non si lascia limitare dalla pochezza dei nostri mezzi, da quello che siamo. A noi uomini è stato affidato il compito di seminare in abbondanza e dappertutto. Non dobbiamo fare distinzioni, perché la parola di Dio non è solamente per i buoni, ma per tutti gli uomini.
La parola di Dio è per tutti quegli uomini che sono disposti a fare lavorare Gesù, che è il contadino delle nostre anime. Gesù toglie le pietre dal nostro cuore, strappa i rovi della nostra ipocrisia, passa l’aratro la dove c’è bisogno.
La Parola appare piccola e debole,
come piccolo e debole è un seme non ancora piantato
nella terra, ma che come il seme porta in se una forza di vita incredibile. La
Parola deve essere
seminata nei cuori per dare frutto e, come il seme che muore, sprigiona e
trasmette vita in abbondanza.
Chiediamo al Signore di essere seme. Lasciamoci toccare da Lui. Facciamo in modo che quella grande capacità, quella grande potenza di vita in ciascuno di noi, che è lo Spirito stesso di Dio, possa essere fonte di vita per tutti, possa essere cibo spirituale per tutti, possa essere forza di cambiamento del nostro modo di stare insieme con gli altri.
Tutti i Santi, nel grande amore che hanno avuto per il Signore, nella grande fiducia che hanno avuto in Lui, sono riusciti a incidere nella società in cui sono vissuti.
Allora il nostro desiderio di stare con il Signore, di lasciarci toccare dalla Sua potenza, porti frutto non solo per il nostro cuore, ma anche per la nostra società, che oggi più che mai ha bisogno di portatori di speranza, di persone che non si arrendono all’egoismo, che è la logica perversa di questo mondo. Se il seme sta per conto suo e non muore non porta frutto.
2 Non
conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro
modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui
gradito e perfetto. (Rm
12, 2)
Dobbiamo cercare di essere diversi, osservando il mondo con occhio critico e non assuefatto alla realtà che bene o male ci circonda. Dobbiamo, con l’aiuto del Signore, essere dei veri cristiani. Dobbiamo essere diversi nel modo di affrontare i problemi, nel cercare e trovare soluzioni. Non dobbiamo lasciarci prendere dall’emotività, dalla paura, dallo scoramento. Questi sono sentimenti che non devono abitare nei cristiani.
Il cristiano è coraggioso. E’ forte di quella fortezza che è dono dello Spirito Santo. E’ coraggioso pur sapendo di essere debole, pur sapendo che ci sono le difficoltà, le incomprensioni, l’avversione e persino la persecuzione.
Il Signore l’ha
detto:” 11
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni
sorta di male contro di voi per causa mia”. (Mt
5, 11)
Avere la forza e il coraggio che viene dal Signore. Sapere che non siamo soli, che siamo nelle Sue mani e se siamo nelle Sue mani non ci può succedere nulla di male.
Dice san Paolo:
35 Chi ci separerà dunque dall’amore di
Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità,
il pericolo, la spada?....
37 Ma in tutte queste cose noi siamo
più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. 38
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né
angeli né principati, né presente né avvenire, 39 né potenze, né
altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore
di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore. (Rm 8,
35 e 37-39)
Riponiamo la nostra fiducia nel Risorto, in Gesù, che è morto ed è risorto per noi, aprendoci la strada. Siamo chiamati a seguirlo, a metterci alla sua sequela e percorrere lo stesso cammino che ha percorso Lui.
Padre
Enzo Greco S.J.