Mercoledì delle Ceneri 2008

 

Ancora una volta ci ritroviamo all’inizio di un tempo forte dell’anno liturgico. C’eravamo visti all’inizio dell’Avvento, poi prima dell’Epifania. E adesso questo primo mercoledì del mese capita il giorno delle ceneri, giorno in cui iniziamo questo cammino di conversione, cammino che ci porta a celebrare la Pasqua. Cammino di Quaresima che è metafora del  cammino della nostra vita. Cammino che ci porta, anche con le indicazioni che ci dà il Vangelo di questa sera, a celebrare la Pasqua, in vista della Pasqua eterna che il Signore ha preparato per noi e che ci vuole regalare.

Il brano che volevo leggere con voi questa sera è un brano tratto dal Vangelo di Marco, dal 3° capitolo. Avevo pensato di fermarmi al Vangelo di oggi, quello che la Liturgia fra poco ci presenta,  dal capitolo 6° di Matteo. Però, rileggendo questo brano di Marco, mi sono accorto che c’erano delle cose che mi piaceva condividere con voi.

Sono sei versetti, dall’uno al sei, e parla di un miracolo avvenuto nella sinagoga: la guarigione di un uomo che ha la mano inaridita.

 

“Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita, 2 e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. 3 Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: “Mettiti nel mezzo! ”. 4 Poi domandò loro: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla? ”. 5 Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: “Stendi la mano! ”. La stese e la sua mano fu risanata. 6 E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire”.

 

Al centro di questo brano c’è quest’uomo dalla mano inaridita. Ci possiamo chiedere che senso ha

questo miracolo che il Signore compie. Fra i tanti malati che erano presenti, fra le tante persone malate, con malattie più gravi, Gesù si ferma a guarire quest’uomo che ha la mano inaridita.

E qui vengo subito al punto  che lega quello che voglio condividere con voi con la Liturgia di questo inizio di Quaresima. Nella prima lettura, per mezzo del profeta Gioele (2,12-13), il Signore ci dice:

 

“Così dice il Signore: <Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti>. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura.

 

Quest’uomo si trova nella sinagoga, in quel luogo dove costui dovrebbe ascoltare la parola di Dio, dove dovrebbe entrare in relazione con Dio e quindi anche con gli altri. Eppure ha questa mano che lo impedisce. Gli impedisce di accogliere quello che gli viene dato, ma anche di dare quello che possiede. Quest’uomo dalla mano inaridita è l’immagine di ogni uomo incapace di amare e di lasciarsi amare, quindi è l’immagine di ciascuno di noi, della sua difficoltà a lasciarsi amare da Dio, che ci ama  in maniera infinita, e della difficoltà di amare il nostro prossimo.

Noi la mano la teniamo spesso chiusa come teniamo chiuso il nostro cuore, quindi non possiamo ricevere nulla, perchè in una mano chiusa non si può mettere nulla. Ma non possiamo fare uscire neanche quello che teniamo nella mano, i tanti doni che il Signore ci ha dato. Tutte quelle ricchezze che il Signore ha messo nella nostra vita e che, se non le usiamo, di fatto non servono a nulla, perché non sono condivise, perché non sono messe a frutto.

In questa sinagoga c’è quest’uomo al centro e intorno a lui ci sono altri uomini che guardano, guardano per vedere se riescono a mettere in difficoltà Gesù, se riescono a coglierlo in fallo, per accusarlo. Lo guardano per accusarlo. I loro occhi sono occhi chiusi, occhi che non vedono la bontà di Dio.

Poco  fa sentivo che è stato letto un passaggio dalle beatitudini ed uno dei passaggi dice:

“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”

 

Il cuore puro è quel cuore capace di donarci occhi che ci permettono di guardare intorno a noi per vedere il bene e non il male, di cercare il bene e non il male.

Questi uomini, che sono intorno all’uomo dalla mano inaridita, hanno un cuore non puro, perchè vogliono vedere il male. Sono li pronti a vedere se possono trovare qualcosa per accusare Gesù, se fa qualcosa di sbagliato.

Il cuore non puro. Chi ha il cuore puro vede Dio. Chi ha il cuore puro riesce a scoprire, a cogliere la presenza di Dio  in ogni momento della sua vita, in tutto quello che lo circonda. Scoprire, vedere Dio in ogni cosa, questo significa  avere un cuore puro.

“Ritornare al Signore con un cuore puro”, ecco l’invito che riceviamo oggi, mercoledì delle ceneri. 

 

E il Signore guarisce quest’uomo, ma prima di guarirlo chiede all’assemblea se è lecito fare il bene o il male il giorno di sabato. Se si può salvare una vita, oppure  toglierla nel giorno di sabato. C’è chi trasforma la legge di Dio, che è fatta per l’uomo, per la sua salvezza, in qualcosa che diventa scelta tra il bene e il male, tra la vita e la morte. Mentre invece il dono di Dio è fatto solo per la vita. È fatto solo per il bene. Molto spesso gli insegnamenti della Chiesa, specialmente il Vangelo, li trasformiamo in motivo di condanna, come il giorno di sabato che diventa il motivo per condannare Gesù. E invece il sabato è fatto per l’uomo, la legge è fatta per l’uomo. Dio ci ha dato tutto per potere vivere e non morire

E questi tacciono, questi uomini non sanno cosa dire. Di fronte alla Parola che si fa carne, di fronte alla Parola che è presente, di fronte all’Amore che  è venuto per dare la vita, l’unica cosa che sanno fare è tacere, stare zitti. Perchè per il loro atteggiamento di chiusura, di durezza, non riescono ad ascoltare la Parola e quindi stanno muti, non riescono a parlare. Quando nasce un bambino che è sordo, poi ha anche problemi a parlare. Questi tacciono perché sono sordi.

Infatti nel versetto successivo dice:

 

E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori

 

Gesù  li guarda, Gesù si indigna, anzi, come dice il testo greco, ha uno scatto d’ira di fronte alla durezza dei loro cuori, altri dicono di fronte alla “sordità” dei loro cuori (la parola greca è praticamente uguale cambia solo una vocale tra durezza e sordità). L’una e l’altra parola dicono la stessa cosa: il nostro cuore è sordo e, proprio perché è sordo, non riusciamo a parlare, a comunicare con gli altri.

Ma Gesù è anche triste, perché lo sguardo di Dio è sempre uno sguardo d’amore. Gesù parla, si arrabbia, ma non si arrabbia con loro, si arrabbia con questo male che li attanaglia. Il Signore non si arrabbia con noi, non si arrabbia mai con il peccatore, ma con il peccato. Si arrabbia con il peccato e anche tanto: è morto per salvare i peccatori e sconfiggere il peccato

Noi a volte facciamo il contrario, ci arrabbiamo con il peccatore e siamo indulgenti con il peccato, tanto poi magari ci confessiamo.

Gesù si arrabbia, ha uno scatto d’ira per la durezza del loro cuore, e rattristato li guarda. Gesù è triste per coloro che sono nella durezza di cuore. Il Signore è duro con il peccato, ma è pietoso con il peccatore, con chi si trova nella sventura.

 

Il Signore è misericordioso e benigno tardo all’ira e ricco di benevolenza

 

Dice all’uomo di stendere la mano, quell’uomo lo fa e la sua mano è sanata.

Il Signore chiede a quest’uomo di fare quello che non può fare, gli dice di aprire la mano. Gli chiede una cosa impossibile, perché ha la mano chiusa. Ma mettendoci tutta la sua volontà e la forza, che viene dal fidarsi della Parola, perché lui ora ascolta, adesso è capace di ascoltare, apre  la sua mano e la sua mano guarisce.

Il nostro cuore ha bisogno esattamente la stessa cosa. Questa mano è l’immagine del nostro cuore.

Il nostro cuore ha bisogno di tornare a battere, ha bisogno di tornare ad essere un cuore di carne e non di pietra, ha bisogno di tornare a donarsi agli altri, di donare amore agli altri.

 

E qui vengo brevemente alle tre indicazione che nel giorno di inizio della Quaresima la Chiesa ci offre come elementi da tenere in considerazione durante tutto il percorso di questi 40 giorni.

Ci viene chiesto di fare elemosina, di farla in maniera discreta in segreto.

Ci viene detto di pregare, ma di pregare  chiudendoci nel punto più segreto della nostra casa.

Ci viene chiesto di digiunare, ma di farlo assumendo un aria gioiosa, di profumarci il capo, di presentarci con il volto pulito.

L’elemosina è la relazione con l’altro e non gli spiccioli che diamo, a volte malvolentieri.

La preghiera è la relazione con Dio, è la relazione con il bene che ci circonda.

Il digiuno è la relazione con le cose.

 

Queste cose sono bene, ma c’è bisogno che queste cose restino bene per noi, restino bene per me, perché la tentazione, il male si insinua anche nelle cose buone.

Possiamo digiunare, pregare, fare elemosina per farci vedere, per  mostrarci agli altri, per essere riconosciuti dagli altri. Oppure possiamo farle ricordandoci che l’unico riconoscimento di cui abbiamo bisogno è quello di Dio. Il Signore ci guarda  per veder cosa c’è nel nostro cuore quando preghiamo, quando facciamo l’elemosina, quando digiuniamo.

 

L’elemosina è la relazione con l’altro e significa che l’altro è fratello, quindi con lui devo condividere quello che ho. Nelle prime comunità cristiane, come si legge negli Atti degli Apostoli, nessuno era nel bisogno, perché tutti avevano quello di cui avevano bisogno, perché condividevano  i propri averi secondo le necessità di ciascuno.

 

La preghiera è relazione con Dio, è dialogo con Dio, ma è soprattutto ascolto. Prima dicevo della sordità del cuore, molto spesso trasformiamo la preghiera in monologo. Diciamo delle cose a Dio, diciamo cosa deve fare e  ci arrabbiamo se non ci ascolta

Uno dei comandamenti, il comandamento che risuona in tutta la Bibbia è  Shemà Israele”, “Ascolta Israele” e non  “parla Israele”.

Quando il giovane Samuele, nel tempio, ode la voce di qualcuno che lo chiama, va da Elì e Eli gli dice che è Dio che lo chiama e lo invita a presentarsi a Dio implorandolo di parlare: “Signore parla che il tuo sevo ti ascolta”.

Parla che il tuo servo ti ascolta. Ascoltare Dio, questo è pregare.

Ascoltare Dio. Allora non possiamo dire nulla a Dio delle nostre necessità, dei nostri bisogni? Certo che possiamo farlo, ma dopo averlo ascoltato. Perché, solo dopo avere ascoltato la parola di Dio, quello che viviamo assume il significato vero, altrimenti risulta falsato dalle nostre passioni, dalle nostre paure. Invece, ascoltando la parola di Dio, sappiamo meglio quello che facciamo e quali sono le nostre vere necessità e possiamo presentarle a Dio, perchè già purificate dall’ascolto della Parola.  

E dice ancora di non pregare facendo grandi discorsi, trovando molte parole, per farsi vedere, ma di entrare nella tua camera, anzi il testo greco dice “entra nella dispensa”. E’interessante scoprire che, parlando della  preghiera, si parli di dispensa, che contiene quello che ci permette di vivere. La preghiera è ciò che ci permette di vivere, è la dispensa della nostra fede. Il luogo dove chiuderci per potere alimentare la nostra fede. La nostra fede, senza la relazione con Dio, senza l’ascolto della parola di  Dio, diventa una  fede centrata su stessa, una fede che si chiude come quella dei pagani che dicevano molte cose a dio per farsi notare, perché avevano paura che si dimenticasse di loro e bisognava tenerselo buono,  attirandone l’attenzione con molte parole, con  molto rumore.

 

Digiuno è verificare il rapporto con le cose. Rinunciare a qualcosa significa dire che quella cosa non ci  fa vivere, perché è altro che ci fa vivere, ed è per l’appunto la nostra relazione con Dio. Allora i beni sono necessari, sono importanti, però non sono questi che ci danno la felicità.

Qui è importante renderci conto che non dipendiamo dalle cose, ma che dipendiamo da Dio, che la nostra vita è nelle mani di Dio.

Ed è importante l’altra raccomandazione, quella che ci chiede di profumarci il capo e di lavarci il volto; spesso assumiamo un’aria ferale, una specie di continuo mortorio e anche la Quaresima rischia di essere questo, dimenticandoci che la meta di questo cammino è la Pasqua.

La meta della nostra vita, il nostro cammino di purificazione, di conversione, questo lungo cammino ha come meta la Pasqua eterna che il Signore ha preparato per noi. Ha preparato un banchetto a cui tutti siamo invitati. Allora prepararsi a questo significa prepararsi con gioia, contenti di essere invitati.

Certo il  cammino non è facile. Gli ebrei non erano contenti quando attraversavano il deserto, anche se sapevano di andare nella terra promessa. C’erano le prove, c’erano le cadute, c’era il desiderio di tornare in Egitto. Si stava meglio, tutto sommato, quando si era schiavi. Molto spesso ci accorgiamo che la liberta ricevuta da Dio è faticosa, perché è più facile essere schiavi. È più facile abbandonarsi alle cose, lasciarsi gestire dalle cose, vivere nel proprio egoismo. Perchè quando prendo sul serio le cose, poi la mia vita diventa responsabile, diventa capace di risposta. Se ascolto il Signore, Lui  mi da anche la capacità di rispondere. Rispondendo, mi devo metter in gioco, devo cominciare ad agire.

Ecco tutto questo per noi cristiani deve essere motivo di gioia, gioia profonda e non quella felicità che dura il tempo di una celebrazione, di un incontro. Quella felicità che dura sempre, che ci permette poi, quando ritorno a casa, di vivere per tutto il tempo che devo trascorrere nel deserto. Che mi permette di essere sereno, di essere nella pace, perchè so che il Signore è con me e so che la meta che mi ha preparato è la terra promessa, la Pasqua eterna, la liberazione definitiva dal peccato.

 

Allora auguro a voi e a me stesso che possiamo vivere questa Quaresima come tempo di conversione. Che il Signore possa trasformare il nostro cuore da un cuore di pietra ad un cuore di carne. Possa aprire questa nostra mano inaridita per permetterci di accogliere il dono che vuole farci, che è Lui  stesso, e di permetterci di condividerlo con gli altri. Siamo amati per amare a nostra volta, per amare in maniera distaccata,  senza preferenze, senza differenza.

Non è facile, però è un passaggio obbligato.

Ce lo dice Dio attraverso S. Giovanni, che nella sua prima lettera (1Gv 4,20) dice:

 

Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.

 

Il Signore trasformi il nostro cuore e ci dia la grazia di vivere questa Quaresima seriamente, di  vivere questa Quaresima come l’attesa dell’incontro con Cristo Risorto, sapendo di passare anche, e di questo passaggio non si può fare a meno, dalla passione e dalla morte. E in questo passaggio non siamo soli perchè Gesù lo attraversato per noi e prima di noi, quindi possiamo attraversarlo anche noi, sicuri che Gesù ci sta accanto.

Il Signore ci dia tutto questo. Questa Quaresima sia una riscoperta dell’amore misericordioso che Dio ha per noi.