LA CARITA

 

Dopo aver detto qualcosa sulle due prime virtù teologali (che hanno direttamente Dio per oggetto) della fede e della speranza, ci rimane da soffermarci un poco sulla terza, che è la Carità.

            E siamo al cuore del cristianesimo e dell’Incarnazione del figlio di Dio, che è venuto tra noi proprio per questo: per riaccendere in pienezza il fuoco dell’amore a Dio e ai fratelli nel cuore dell’uomo, raggelato dal lungo dominio del peccato, che è essenzialmente il contrario dell’amore. Tutto il messaggio dell’A.T. non era che una preparazione a questo riaccendersi della pienezza dell’amore: “Pieno compimento della legge è l’amore!” (Rom 13, 10).

            Anzi, l’apostolo Giovanni insiste che la stessa vita del Dio Trino ed Unico è l’amore nella sua pienezza divina: “Deus charitas est!” (1 Giov 4, 16). E questo amore viene partecipato e diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo, per i meriti infiniti di Gesù, che si è cruentemente offerto al Padre per amore di Lui e di noi, sue creature, divenuti in Maria suoi stessi fratelli. L’amore è il centro focale del cristianesimo, è il punto di raccordo di tutti i suoi aspetti, la linfa vitale e profonda della vita della Chiesa, comunità d’amore, e, nella sua pienezza beatificante nella Gerusalemme del Cielo, il punto di tensione massima dell’anima cristiana.

            Il discorso qui non finirebbe mai, perché ci troviamo dinanzi a panorami eterni ed infiniti!

            L’amore (o carità), nella sua sostanziale unità, ha però due direzioni, una verticale, l’altra orizzontale, come le braccia della Croce: l’amore verso Dio e l’amore verso i fratelli. Due aspetti che non si possono mai separare, perché presi a sé stanti, risultano incompleti o addirittura falsificati: “Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da Lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Giov. 4, 20-21).

            E ancora: “Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di Lui è perfetto in noi” (1 Giov. 4, 11-12).         In altre parole, l’amore ai fratelli è il banco di prova (di autenticazione) dell’amore a Dio.

Ma qui il discorso deve farsi molto concreto, com’è concreto “il prossimo” che ci circonda. In nessun altro punto come in questo un discorso evanescente risulterebbe farisaico. Ricordate la domanda di un dottore della legge, che voleva mettere alla prova Gesù (Lc. 10, 25-37)? “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge (mosaica)? Che cosa vi leggi?". Costui rispose (esattamente, dal Deuteronomio e dal Levitino, da buon dottore della Legge): "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; questo e vivrai". Ma quegli, volendo giustificarsi (certo molti interrogativi e molti dubbi che portiamo spesso in ballo non sono che un larvato tentativo di mascherare le nostre inadempienze e il nostro peccato…), disse a Gesù: "E chi è il mio prossimo?". Sappiamo che nella mentalità ebraica, ancor tanto imperfetta nei confronti della pienezza evangelica,  che “prossimo” erano i membri del Popolo di Israele. Gli altri erano i “goim”,  gli infedeli, spesso odiati e combattuti.

Gesù rispose:

"Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?". Quegli rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' lo stesso".

La conclusione? "Và e anche tu lo stesso", vale anche per noi!

Facendo attenzione a tutto l’insegnamento di Gesù sull’amore al prossimo, vi potremmo individuare tre livelli progressivi:

1.                    Amare il prossimo come noi stessi… E’già molto, certamente, data l’attenzione e la preoccupazione egocentriche che noi spesso manifestiamo…

2.                    Nel discorso d’addio: “ Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come Io vi ho amati” (Giov. 15, 12). E’ un salto qualitativo enorme… Divenire “eucaristia” per i fratelli…

3.                    Quando il discorso d’addio ai discepoli si trasforma in preghiera al Padre, Gesù dice: “Come Tu, Padre, sei in Me e Io in TE, siano anch’essi UNA COSA SOLA perché il mondo creda che Tu mi hai mandato” (Giov. 17, 21).

L’unione tra i discepoli di Cristo dovrebbe essere talmente profonda, totale ed indissolubile da non poter avere altra immagine e punto di confronto adeguati se non la perfetta unità di natura divina tra le tre Persone della SS. Trinità! Meta sublime e praticamente irraggiungibile su questa terra, ma che risulta un continuo stimolo a non adagiarci soddisfatti sui risultati raggiunti. E’ qui dove probabilmente faremmo bene a prendere come schema del nostro esame di coscienza il famoso “inno alla carità” nel cap. 13 della prima lettera ai Corinzi: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

Se  avete contato bene, sono quindici aspetti o prerogative della carità, che costituiscono altrettante sferzate al nostro amor proprio e dalle quali nessuno di noi, proprio nessuno, credo, può ritenersi immune. E sarà bene ricordarcene quando andiamo a confessarci e diciamo di non aver nulla da accusare…

            E’ sul banco della carità, com’è presentata dalla Parola di Dio, che si gioca e si misura l’autenticità del nostro cristianesimo, non su santini, apparizioni (con tutto il rispetto per quelle vere…), veggenti, devozioncelle varie. Ci sono persone che vanno a Messa tutte le domeniche e le feste di precetto e poi non danno la giusta mercede ai propri operai ed impiegati, obbligandoli a lavorare in nero. Ci sono persone che ci tengono a definirsi cristiani praticanti, ma tutto praticano tranne la carità e la delicatezza per il prossimo più prossimo, che è quello di casa. Ci sono coloro che si credono buoni e disprezzano gli altri. E l’elenco potrebbe continuare. Bigotti, abitudinari, ipocriti non presentano che una grottesca caricatura del cristianesimo. Già nell’A. T. agli Ebrei che praticavano il digiuno e, nello stesso tempo, angariavano gli operai, Dio diceva (cfr. Isaia 58, 4-5): “Ecco, voi digiunate tra litigi ed alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi… E’ forse questo il digiuno che bramo?”

            Chi manca di carità una pessima contro testimonianza alla propria fede cristiana e probabilmente allontana parecchi da essa, tanto quanto era, invece, proprio lo spettacolo dell’amore fraterno dalle prime comunità cristiane quello che attirava molti pagani alla fede cristiana “Guarda come si amano!”, dicevano. E si convertivano.

La tradizione racconta che Giovanni l’evangelista, vescovo della comunità cristiana di Efeso, giunto ad estrema vecchiaia, veniva trasportato a braccia a presiedere la celebrazione eucaristica…

E’ quello che auguro a me e a voi, qualunque sforzo di conversione dovessimo fare nella nostra vita quotidiana a questo riguardo. Altrimenti non ci sarebbe neppure senso che continuassimo a parlare di “spiritualità”. Neppure in “briciole”.