LA FEDE

 

Abbiamo parlato delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, che si chiamano appunto “cardinali” perché sono “cardini”, fondamento di tutti gli altri atteggiamenti virtuosi. Ma il nostro discorso necessita di andare più a fondo, perché la nostra vita spirituale, per essere veramente tale, deve regolare in modo giusto e conveniente innanzitutto il nostro rapporto con Dio e questo è il compito delle virtù teologali (= che si riferiscono a Dio) della fede, della speranza e della carità.

Ed incominciamo allora con la fede.

Piuttosto che dare una definizione strettamente teorica e dottrinale della virtù della fede, cercherò di esprimermi con termini semplici e con immagini tratte dalla vita quotidiana, rischiando naturalmente qualche approssimazione ed imprecisione.

A cosa posso paragonare la fede? Ad una specie di “radar” che riesce a raggiungere e percepire delle realtà che superano e sfuggono alla verifica dei nostri sensi, tanto limitati (da qui si capisce subito che il più grosso ostacolo alla fede è forse la nostra presunzione razionalistica e il nostro orgoglio, che non ammette realtà che trascendono le capacità della nostra mente ed esperienza umana. Un po’ come S. Tommaso dinanzi alla prospettiva della risurrezione di Gesù)

Ma un radar non agisce da solo: ha bisogno di qualcuno che lo voglia e lo sappia maneggiare. Così la fede è un atto dell’intelletto, perché si tratta di conoscere delle verità, ma non essendo queste verità intrinsecamente evidenti, la nostra adesione di fede non può farsi senza l’influsso della volontà.  Ma non basta. Trattandosi di verità soprannaturali deve intervenire anche la Grazia (o aiuto di Dio) per illuminare l’intelletto e aiutare la volontà nel suo assenso. La fede è, dunque, dono di Dio, ma richiede l’impegno dell’intelletto e della volontà umana. Diciamo subito anche che la fede, per essere completa e salvifica, non può limitarsi ad essere un’adesione intellettuale, ma deve essere abbandono fiducioso e confidente in Dio, cioè deve essere unita, quasi impastata, con le altre due virtù teologali della speranza e della carità.

Mi pare che in tal modo sia superfluo sottolineare quanto la fede sia essenziale ad un rapporto vitale con Dio, che senza di lei manca di fondamento.

Per questo il Concilio di Trento afferma che la fede “è il principio, il fondamento, la radice della nostra giustificazione”. Insomma, senza fede non è possibile stabilire un rapporto di salvezza con Dio.

Per focalizzare meglio il nostro discorso è forse utile spazzare il nostro cammino da false o incomplete immagini della fede:

§        La fede non è puro sentimento, emotività superficiale e passeggera. Un movimento di commozione spirituale determinato da un canto o da una situazione particolare, non può dirsi un atto di fede, anche se può esserne accidentalmente inizio, una spinta

§        Al limite opposto non si può dire fede, in senso salvifico e completo, l’assenso ad una verità, per esempio l’accettazione puramente intellettuale dell’esistenza di Dio. Scrive l’Apostolo Giacomo: “Tu ti limiti a credere che c’è un solo Dio? Ma anche i demoni lo credono e tremano” (Giac. 2,19).

§        Fede vera e vitale non è neppure l’adempimento formalistico e macchinale (per abitudine?) di riti o di leggi morali.

§        Fede non è folclore. E qui dobbiamo far bene attenzione noi che viviamo in zone in cui sono profondamente radicate tradizioni ed usanze, che hanno avuto certamente un’origine religiosa e tuttora mantengono aspetti religiosi (come la festa di un santo, una processione che parte da una chiesa ecc. ecc.), ma che, per ignoranza o fanatismo, si sono andate gradualmente svuotando di valori e sono rimaste a livello di gare sportive o di spettacoli popolari o poco più. L’aver partecipato ad una processione sgranocchiando ceci e semi di zucca  abbrustoliti, chiacchierando di tutto e su tutti o addirittura dando sguardi maliziosi a destra e a sinistra; il portare una bara facendo sfoggio dei propri muscoli e forse anche lasciando andare qualche bestemmia (cose purtroppo udite con le mie orecchie!) son cose che non manifestano una fede genuina, ma piuttosto una voglia di folclore, di festa paesana.

§        Fede non è superstizione, come la “catena di S. Antonio” o di P. Pio, o di S. Rita consistenti nel copiare una preghiera a detti santi un certo numero di volte ed inviarla ad altrettante persone che a loro volta…., o cose simili. Con la promessa di grazie particolari facendolo o di disgrazie e punizioni se si è inadempienti. Fede questa? No, stupida superstizione molto atta a discreditare la vera religione presso le persone intelligenti (se vi capitasse qualcuna di queste missive farete molto bene a stracciarle senza scrupolo e bloccare queste sciocchezze, sotto le quali potrebbe anche nascondersi qualche abile manovra commerciale, come la vendita di lumini ecc.).

La lista delle falsificazioni della fede potrebbe probabilmente continuare a lungo, ma a noi più che denunciare ciò che fede non è, interessa definire, invece, ciò che è la vera fede.

Lo faremo sempre con esempi pratici più che con definizioni teoriche. E con tanto più calore quanto più ci sembra di vivere in un periodo di fede debole se non proprio di eclissi della fede.

E la Parola di Dio non cambia, per cui, come leggiamo in Marco 16,16 “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”.

In riferimento al suo sviluppo in ciascuno di noi, potremmo anche paragonare la fede ad un seme divino, immesso (seminato) in noi, insieme a quello della speranza e della carità, al momento del Battesimo (di qui l’importanza del Battesimo anche ai bambini, non solo per cancellare in loro il peccato originale e renderli figli di Dio, ma per introdurli gradualmente in un rapporto intimo e personale con Lui).

E’ chiaro che ogni seme per germogliare e svilupparsi ha bisogno di trovare un terreno adatto (il clima di fede di una famiglia cristiana!), di essere protetto, coltivato, nutrito. Ma come in pratica?

§        Con la preghiera assidua (soprattutto quella di ascolto…)

§        Con la grazia dei sacramenti. Chi trascura la pratica liturgica e sacramentale con il pretesto di mantenere la fede nel cuore anche senza di essa, si potrebbe paragonare ad uno che pretendesse mantenere in vita una pianticella, magari ancora tenera (gli adolescenti che non vanno più in chiesa!) senza bagnarla mai. Potrà durare un po’, ma poi s’infiacchirà ed incomincerà a seccare. Certamente non porterà molto frutto.

§        Importante anche, per lo sviluppo della fede, la purezza dei pensieri e dei costumi, secondo la parola di Gesù: “Beati i puri di cuore, perché…”. Certe crisi di fede adolescenziali o giovanili hanno qui un motivo molto più frequente e realistico che non altre ragioni teoriche…

§        Determinante poi per la conservazione e lo sviluppo della fede soprattutto nelle nuove generazioni l’esempio reciproco. L’ambiente – soprattutto quello familiare – influisce moltissimo… Persino persone notoriamente non religiose, non possono non ricordare la fede semplice ma profonda dei propri genitori e tale commozione è indice di un segreto richiamo alle proprie radici, di cui spesso lo Spirito Santo si serve per richiamare un’anima e salvarla… E quello che si dice per la famiglia vale anche per l’ambiente parrocchiale, sociale, scolare in cui si è passati. Di qui l’urgenza di ricreare nei nostri paesi ambienti vivi di fede e di santità, che siano come fecondi vivai di nuove generazioni veramente cristiane…

§        Un ultimo accenno, riguardo a questo tema dello sviluppo della fede, non possiamo omettere l’importanza dell’istruzione religiosa. L’ignoranza religiosa non è amica della fede. La non conoscenza dei termini della fede o, forse più ancora, le mezze conoscenze in persone presuntuose, produce una nebulosità mentale dannosissima e paralizzante del nostro rapporto di fede e di amore con Dio. “Catechismo della Chiesa Cattolica”.

Come vedete, ce n’è per tutti. Se il patrimonio inapprezzabile della nostra fede cattolica va deteriorandosi progressivamente, fino al punto di far definire la nostra “un’epoca post-cristiana” o  “della morte di Dio”, questo è certamente anche colpa nostra perché non abbiamo coltivato in noi una fede contagiosa ed irradiante e non ci siamo sufficientemente impegnati a propagarla.

E qui si apre il discorso, tanto caro a Giovanni Paolo II, della “nuova evangelizzazione”.

La fede, come tutti i fenomeni divini, è una realtà dinamica. Di natura sua tende ad espandersi, comunicarsi, un po’ come il fuoco che, divampando, tende a diventare incendio; altrimenti si esaurisce e si estingue. Se pretendiamo tener la nostra fede nascosta nel nostro intimo (“Io mi faccio i fatti miei; degli altri non mi interessa…”), finiamo col soffocarla. Anche perché Dio ha voluto la comunità dei credenti come una comunione universale (Ecclesia catholica) e tutto ciò che non si apre a questa universalità voluta da Gesù (“Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” Mt 28, 19-20) non è autenticamente cristiano.

In molti di noi, che pur ci riteniamo cristiani, c’è dunque una grande conversione da operare: far passare la nostra fede da un fenomeno unicamente personale (è fuori dubbio che la fede stabilisca un rapporto personale con Dio), ad un’ardente passione, ad un bruciante desiderio di comunicare agli altri i suoi tesori.

Sarebbe anche il modo di superare la debolezza e l’anemia della nostra fede stessa, perché è donando che si riceve. Una comunità ecclesiale ripiegata su se stessa e priva di slancio missionario, è una comunità moribonda, se non già morta…

Si, ho l’impressione che la fede (cattolica) in Europa stia languendo soprattutto per mancanza di spirito missionario: sacerdoti burocrati ed “impiegati” di Chiesa, battezzati perbenisti ed individualisti, ma non evangelizzatori e diffusori del Regno di Dio…

Prova ne sia che confessando, mentre sento spesso gente che si accusa di non essere andata a Messa la domenica (e fa bene ad accusarsene!) e persino di aver trascurato la recita del Rosario, non sento mai, o quasi mai, gente che si accusa di aver trascurato occasioni per far apostolato, per annunciare Cristo ai fratelli… i cosiddetti peccati di omissione.

In genere due sono i pretesti che ci bloccano in questo nostro dovere missionario esigito dal nostro battesimo ed ulteriormente sottolineato dalla cresima: 1) Ci sentiamo incapaci a trasmettere la fede, a parlare agli altri di Dio… 2) Abbiamo paura dei rischi connessi nel prendere posizioni apertamente cristiane dinanzi a persone o in ambienti agnostici (oggi molto diffusi), se non altro del rischio di essere beffati e presi in giro come bigotti o baciapile…

Riguardo alla prima difficoltà, basterebbe ricordare che l’evangelizzazione (“fides ex auditu”, afferma Paolo) avviene a diversi livelli ed attraverso diversi canali. Non tutti certamente possiamo pretendere di avere la preparazione teologica dei grandi evangelizzatori e missionari alla S. Paolo, ma tutti possiamo dire una buona parola “ricca di fede” vissuta… Le nostre buone nonne…

E lo Spirito Santo si serve anche di questi minuscoli semi per fare germogliare la fede nel cuore dei nostri fratelli…

E poi ancora ricordiamo che anche i nostri atteggiamenti parlano: ci sono delle umili suore d’ospedale che hanno convertito più cuori induriti e lontani con il loro delicato servizio e il loro sorriso, che non forse grandi e famosi predicatori.

Sì, tutti possiamo e dobbiamo predicare con l’esempio di una vita veramente evangelica, tutti dobbiamo essere Vangelo vivente dinanzi ad un mondo che non crede più, e non crede più soprattutto alle parole, perché ne sente troppe; ma si lascia convincere e commuovere dinanzi all’esempio di una vita intessuta di valori evangelici.

E’ per questo che nella lettera pastorale “Novo Millennio Ineunte” il Papa Giovanni Paolo II dice che bisogna partire per la nuova evangelizzazione del mondo contemporaneo incominciando dalla santità…

Riguardo alla seconda difficoltà, cioè la paura di piccoli o grandi rischi cui si potrebbe incorrere nella testimonianza aperta della nostra fede, si potrebbe ricordare che Gesù stesso non ha esitato ad affrontare, fino alla morte in croce, l’avversione e l’odio della classe ebraica dirigente, e dopo di Lui tutti gli Apostoli (tranne forse Giovanni) hanno bevuto lo stesso calice del martirio; anzi che i primi tre secoli del cristianesimo (fino alla pace di Costantino) sono stati immersi in un fiume di sangue di centinaia di migliaia di martiri di tutti i sessi, condizioni di vita ed età, non esclusi i bambini. E la prova del martirio, con più o meno intensità, ha sempre accompagnato questi duemila anni di storia della Chiesa, non escluso il testè trascorso secolo XX, che è stato uno di quelli più irrorati di sangue cristiano, se si tiene conto dei milioni di persone uccise in odio alla fede cristiana, soprattutto cattolica, nelle immense regioni sottoposte al comunismo ateo, o all’integralismo mussulmano (vedi anche oggi il genocidio dei cristiani nel Sudan o in alcune zone dell’Asia come l’Indonesia). Come potremmo dimenticare l’eroismo di tanti nostri fratelli, vivendo un cristianesimo pavido, camuffato, egoista? Non ha detto Gesù che chi si sarebbe vergognato di Lui davanti agli uomini, lui stesso si sarebbe vergognato di loro dinanzi al Padre suo?     

Abbiamo già iniziato a parlare della virtù teologale della fede, che, essendo (come la definisce il Concilio di Trento) “il principio, il fondamento, la radice” del nostro rapporto con Dio e, quindi, della nostra salvezza (=giustificazione) e della nostra santificazione, fondamento di tutto le virtù cristiane, richiederebbe un discorso senza fine. Ma noi non vogliamo fare una trattazione esauriente e completa di argomenti di teologia cattolica, ma ben più modestamente dire qualcosa in stile semplice e comprensibile a tutti, per alimentare un pochino la nostra vita cristiana, oggi purtroppo notevolmente denutrita.

Per esempio, vorrei accennarvi qualcosa su quello che siamo soliti chiamare Spirito di Fede, ossia l’abitudine (acquisita, e dunque virtù…) a guardare e giudicare tutto secondo i principi di fede: cose, persone, eventi. Un modo di pensare e giudicare che va oltre le apparenze immediate e si riporta alle parole e agli esempi di Gesù (un Gesù, certo, ardentemente amato – ecco perché la virtù teologale della fede non può in pratica, ma solo concettualmente, essere separata dalle altre due virtù teologali della speranza e della carità…), conosciuto e ricercato nella Sua parola e nei Suoi esempi; un Gesù divenuto punto di riferimento costante e centro dei nostri pensieri ed aspirazioni; un Gesù incontrato continuamente nella preghiera, soprattutto nella preghiera di ascolto). Facciamo un esempio pratico: nel cammino della vita ci incontriamo in momenti difficili, in difficoltà molto dolorose, in prove che non ci saremmo aspettati (dal campo fisico – la morte di persone care – a quello affettivo e persino spirituale, per non dire quello economico…). Chi di noi può ritenersi totalmente esente da simili prove? Ma come si reagisce a tali difficoltà? L’uomo di mentalità materialista e pagana (anche se va in chiesa) si ribella, si dispera, si deprime e può giungere persino all’orribile stupidità della bestemmia (cioè sputare in faccia a Dio) o a dichiarare di aver perso la fede (ma ce l’aveva?). L’uomo di fede, il vero cristiano, invece, si rapporta immediatamente a Dio e al Suo amore paterno e fa questo semplicissimo ragionamento: se Dio, che mi ama come un padre (e di questo non dubito minimamente), ha permesso questa prova, ci sarà certamente un bene per me e per altri, che forse mi sfugge, ma che non devo lasciar passare invano. Anzi, in questi casi, il pensiero dell’uomo di fede corre spontaneamente al Fratello ed Amico Divino, Gesù, l’Uomo dei dolori e si sente da Lui interpellato, come se Gesù gli chiedesse: “Non vuoi aiutarmi a portare la croce per la salvezza del mondo?”. Ed allora non ribellione e rifiuto – neppure momentanei – ma accettazione amorosa, l’abbraccio alla croce (“se uno vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”). Certo, la natura geme (“se è possibile, passi da me questo calice...”), ma la forza della fede giunge al “sì” senza riserve. Si compie allora uno dei miracoli più evidenti della vita autenticamente cristiana: la gioia profonda ed indistruttibile pur nella sofferenza… Maria……padre Pio….. S. Paolo (“sovrabbondo di gioia nelle mie afflizioni…”).

Non è masochismo! E’ fede congiunta, come spesso abbiamo ripetuto, alla speranza ed all’amore. E quanta luce per chi vive nello spirito di fede! Mentre per gli increduli gli eventi della vita sono spesso oscuri e deprimenti, l’orizzonte dell’uomo di fede è sempre luminoso e si può ben dire che per lui la vita terrena, anche se prova dolorosa (anzi, soprattutto se prova dolorosa), è anticipazione del gaudio della Gerusalemme Celeste.

La conclusione pratica, allora, quale dovrebbe essere? Che chi vuol fare un vero cammino cristiano non può limitarsi ad una fede teorica, cioè a non negare le verità rivelate, ma deve vivere una vita di fede, come scrive S. Paolo ai Romani: “Il giusto vivrà mediante la fede” (1,17). S. Tommaso d’Aquino, esprimendosi con la sua nitida chiarezza, dice “L’atto di fede del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà enunciata”, trasfondendola nella propria vita.

Ciò non toglie che l’enunciazione della fede sia cosa estremamente importante e delicata. Fin dalle sue origini apostoliche, la Chiesa, che è “colonna e sostegno della verità” (1 Tim. 3,15) conserva gelosamente il deposito della fede ricevuto da Cristo e dagli Apostoli e contenuto nella Parola di Dio scritta nel Vecchio e nel Nuovo Testamento e nella Tradizione (parimenti apostolica) trasmettendolo di generazione in generazione con scrupolosa fedeltà. S. Ireneo di Lione, testimone di questa fede, dichiara: “In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino all’estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede…, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una stessa anima e un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” (Adversus Haereses).

Lo stesso prosegue: “Infatti, se le lingue del mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (= in Gallia), né quelle dell’Oriente, dell’Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo… Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza” (Ibid.). “Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l’azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso (il magistero?), continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene” (Ibid.).

Credere, dunque, è anche un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede (personale). La Chiesa è la madre di tutti i credenti e per questo S. Cipriano di Cartagine (un altro grande Padre dei primi secoli cristiani) afferma categoricamente: “Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre”.

Per questo, nel rituale del Battesimo, il ministro chiede al battezzando o al suo padrino o madrina: “Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?” e la risposta è: “La fede”. “Che cosa ti dona la fede?” “La vita eterna”.

Il prezioso deposito della fede è, dunque, affidato alla Chiesa, che lo trasmette e lo difende con l’assistenza dello Spirito Santo. E’ un deposito definitivo, non passerà mai, né potrà essere aumentato o modificato da altre “rivelazioni”, né pubbliche, né “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’Autorità della Chiesa (per esempio, le rivelazioni del S. Cuore a S. Margherita M. Alocoque a Paray lo Monial). Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica (vedi il Giansenismo al tempo di S. Margherita M. Alocoque).

La fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione (con la R maiuscola!) di cui Cristo è il compimento definitivo, com’è il caso di alcune recenti sette che si fondano su tali “rivelazioni”. Dio ha detto tutto nel Suo Verbo, che è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre. Perciò il dottore mistico San Giovanni della Croce scrive, nel suo libro “Salita al Monte Carmelo”: “Chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità”. Utilissimo avvertimento per un certo prurito misticheggiante oggi abbastanza di moda…

Ciò non toglie che, grazie all’assistenza dello Spirito Santo, l’intelligenza, la comprensione, l’esplicitazione dell’immutabile deposito della fede possa crescere ed approfondirsi nella Chiesa. E’ il cosiddetto “sviluppo dogmatico”, che permette al Magistero della Chiesa, per il bene della nostra vita spirituale, di definire come dogma di fede (cioè da accettarsi con irrevocabile adesione di fede) verità contenute nella Rivelazione (cioè nella S. Scrittura e nella Tradizione Apostolica), oppure verità che a quelle sono necessariamente collegate. E’ stato, per esempio, il caso dei dogmi dell’Immacolata Concezione di Maria (1854), dell’infallibilità del Papa nelle solenni definizioni in campo di fede o di morale (1870), dell’Assunzione della Vergine (1950).

Il Concilio Vaticano II (Costituzione “Dei Verbum”, 10) così afferma: “E’ chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”. Sta qui una delle principali, se non la principale, differenza tra cattolici e protestanti.

Sarà ancora utile ricordare che, nel corso dei secoli, la Chiesa ha sintetizzato l’enunciazione delle principali verità di fede in alcune formulazioni, le principali delle quali sono due: il Simbolo (= riassunto) degli Apostoli e il Credo - un po’ più diffuso - di Nicea – Costantinopoli, che proclamiamo nella liturgia eucaristica ogni domenica o solennità.

Penso che, nonostante che le nostre non pretendono di essere più che “briciole”, dovremmo ritornare sull’argomento della fede, per esempio per riflettere sul rapporto spesso esasperato tra ragione e fede. Ma, per ora, concludiamo dicendo che qualsiasi menomazione dell’integrità della fede produce inevitabilmente l’abbassarsi, o addirittura il crollo, della spiritualità cristiana. Tanto basti per renderci molto vigilanti su questo tema.