Diciamo adesso qualcosa sulla virtù
cardinale della fortezza. Non è certo un
discorso facile e a buon mercato in un contesto di
rilassatezza e di smidollatezza morale come quello in
cui viviamo oggi, nella cultura del tutto facile, del tutto subito, del tutto
abbondante, del tutto dovuto, dove forse schiacciando un bottone potremo un
giorno evitare la fatica di rifarci il letto al mattino o di soffiarci il naso…
La fortezza è la virtù che spinge ad
intraprendere e a portare a termine con costanza e coraggio il bene, nonostante
le difficoltà. E’ quindi una condizione necessaria all’esercizio di ogni virtù, dovere ed opera buona. E’ un tratto
caratteristico di chi è moralmente
adulto. E’ condizione indispensabile per vivere il Vangelo autenticamente e in
pienezza, ossia per essere vero cristiano, soprattutto
in un clima post-cristiano, dove la fedeltà al Vangelo obbliga ad un vigoroso
andare contro corrente.
Non è spavalderia, avventatezza. Non
è forte (in senso cristiano) colui che, senza
riflettere e senza discernere, si espone sconsideratamente al pericolo fisico o
morale, ma colui che, dopo una giusta valutazione delle cose, sa affrontare
fatiche e dolori per realizzare il bene. Colui che
non si perde d’animo nemmeno di fronte
agli insuccessi ed è irremovibile nel portare a termine la sua missione, costi
quel che costi.
L’esempio più perfetto di fortezza,
come sempre, l’abbiamo in Gesù stesso, dalla sua
nascita nella povertà di Betlemme alla sua terribile Passione e morte in Croce,
volontariamente abbracciate, nonostante la riluttanza della sua natura umana.
Il discorso della montagna, cuore
del messaggio evangelico, è una proposta esigentissima, che non permette
titubanze ed equivoci nel nostro donarci a Dio, anche quando ciò comportasse i più duri sacrifici, come quello di “cavare
l’occhio” o di “tagliare la mano o il piede” (Mt. 5, 29)
Gesù richiedeva fortezza soprattutto
agli Apostoli: chi voleva seguirlo più da vicino, appunto come apostolo, doveva
essere disposto a vendere tutto per darlo ai poveri, condividere la sua vita
raminga e randagia e persino rinunziare a seppellire il
proprio padre o a prendere commiato da casa e, come coronamento di
tutto, abbracciando la Croce, divenire partecipe del mistero della Sua
dolorosissima Passione: <<Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua>> (Mt. 16,…)
Uno degli errori che oggi facciamo con più facilità, anche all’interno della Chiesa, e
che costituisce una vera e propria adulterazione del Vangelo e un suo svuotamento,
è quello di presentare un cristianesimo edulcorato all’acqua di rose, per non
urtare la suscettibilità dell’uomo contemporaneo, allergico ad ogni esigente
imperativo morale.
Ma così facendo, non ci rendiamo conto di presentare una
caricatura di cristianesimo, adatto a tutti i palati, anche i più schizzinosi e
perciò stesso insipido e insignificante. E così
capita, secondo la predizione di Gesù, come al sale divenuto insipido, che non
serve a nulla, se non ad essere buttato sulla strada e calpestato.
Mi ricordo la mia grande
delusione, quando ancora bambino, mi incontrai per la prima volta con un frate
francescano e già sentendo il fascino del Poverello
di Assisi chiesi se la Regola dei frati era ancora austera come ai tempi di
Francesco. Quel buon frate, forse per non spaventare una possibile vocazione,
mi rispose di no, perché bisognava adeguarsi ai tempi d’oggi ecc… me ne uscii dal quel colloquio molto triste, sperando in cuor mio
che quel frate non avesse detto il vero.
Penso che per formare una nuova
generazione di veri cristiani, per lanciare una “nuova evangelizzazione”,
più che fare sconti indebiti sul Vangelo, bisogna dare a giovani e meno giovani
il gusto delle cose difficili, ardue, generose, il gusto della
santità non i compromessi della mediocrità, giacché a tutti Gesù rivolge
l’invito–comando “Siate perfetti, com’è perfetto il Padre vostro che è nei
Cieli”.
Esistono varie virtù (o
atteggiamenti virtuosi) che sono connesse alla fortezza, come la magnanimità
(o desiderio di compiere cose grandi per il Signore) e, soprattutto, la pazienza, o capacità
di sopportare con fermezza e serenità le prove e le sofferenze inerenti alla
vita umana e cristiana. Siamo chiamati ad essere pazienti
(e forti) nella vita quotidiana portando in silenzio le fatiche del lavoro, il
peso di un servizio a favore di un anziano, di un malato da anni gettato su di
un letto e bisognoso di tutto, il disagio di accogliere con amore le asprezze,
le debolezze e le stranezze di carattere del marito o della moglie, dei figli ecc.,
gli insuccessi nella vita, la molestia delle tentazioni e, finalmente gli
inevitabili acciacchi della vecchiaia… e chi più ne ha più ne metta!.
Quanta pazienza e fortezza sono
necessarie nella vita quotidiana di quasi tutti noi!
Tutto ciò può talvolta paragonarsi
ad un martirio prolungato ed incruento che solo l’amore sa accettare, amore che
affonda le sue radici nel Sacrificio di Cristo.
Il cristiano forte e paziente si
santifica, espia il peccato proprio e del mondo, si prepara uno smisurato ed
eterno grado di gloria (cfr 2 Cor. 4,17), diviene
collaboratore con Cristo alla salvezza del mondo: <<Io completo nella mia
carne – scrive S. Paolo ai Colossesi – quello che
manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo Corpo che è la Chiesa>>
(Col. 1,2..)
Perciò S. Paolo considerava le
sofferenze come una grazia e si gloriava della sue
innumerevoli tribolazioni. Lo stesso faceva S. Pietro, quando scriveva:
<<E’ una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo
ingiustamente… A questo infatti siete stati
chiamati>> (1 Pt.
1,19). E ancora <<Nella misura in cui partecipate alle
sofferenze di Cristo rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua
gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito
della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi>>. (1 Pt. 4,13-14).
La croce produce, però, tutti questi
effetti solo se trova in noi le dovute disposizioni:
- solo se accettata umilmente dalla mano di Dio;
- solo se portata con pazienza e con sottomissione alla sua
volontà;
- solo se illuminata dalla preghiera;
- solo se messa a contatto con la Croce di Gesù;
- solo se segnata dal Suo Sangue.
Vorrei
leggervi a questo riguardo una preghiera di San
Francesco: <<Ti ringrazio Signore Dio per tutti questi miei dolori (…) e
ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io
sarò contentissimo se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena>> (Leg. M,14,2).
Interessante
ricordare che fonte privilegiata di questa fortezza cristiana dovrebbe essere
il sacramento della cresima, quando lo si riceve con le dovute
disposizioni e se ne coltiva lo sviluppo in noi. La grazia conferita dalla
cresima è simile alla potenza dello Spirito che invase gli Apostoli nel giorno
della Pentecoste: <<Avrete forza dalla Spirito Santo che scenderà su di
voi e mi sarete testimoni>>. (At. 1,8).
Lo Spirito
Santo già lo si riceve nel battesimo; nella cresima si
accentua la sua azione corroborante.
Ed, allora,
vedete, è necessario chiedere a Dio non tanto l’esenzione dalla sofferenza, ma
la forza necessaria per trasformarla in un offerta
d’amore.
Un altro
grande stimolo della fortezza cristiana è la meditazione della Passione di Gesù
perché ci spinge ad un’imitazione generosa. Per questo il pio esercizio della
Via Crucis, quando è compiuto con intimo raccoglimento, può giovare moltissimo
a rafforzare i nostri propositi di bene.
Quel grande
missionario popolare del 1700 italiano, il francescano S. Leonardo da Porto
Maurizio, fu l’inesausto propagatore della Via Crucis, proprio nella
convinzione che questa devozione costituisse una pista privilegiata per il
rinnovamento religioso e morale del popolo.
Un campo di applicazione
particolarmente attuale della virtù della fortezza mi parrebbe oggi quello del rispetto umano,
come si suol dire, cioè di quella paura che ci spinge
ad omettere dei giusti doveri religiosi o atti esterni di culto per timore
delle canzonature o dei giudizi sfavorevoli di qualcuno. In una società
secolarizzata è facile incontrare il sorrisino sarcastico o la parola pungente
se uno si manifesta cattolico praticante. E questo soprattutto tra i giovani per cui è facile che anche se uno è sinceramente convinto di
dover frequentare, per esempio, la Messa domenicale, ma si trova per strada o
al bar con un gruppo di amici, non trovi il coraggio di salutarli e dire
<<Io me ne vado, perché devo andare a Messa!>>. Oppure persino
nella chiesa stessa, uomini che potrebbero ricevere Gesù Eucaristico (e lo
desidererebbero) ma si sentono paralizzati da una
stupida forma di rispetto umano ad accostarsi all’altare. Ho visto militari,
che magari avrebbero partecipato con coraggio ad un’azione bellica pericolosa,
avere un timor panico nel manifestare pubblicamente la propria fede e
convinzione cristiana.
Per un rilancio cristiano ed umano
della nostra società abbiamo veramente urgenza di uomini
e donne spiritualmente forti, dalla spina dorsale solida e non di farfalline
svolazzanti ad ogni soffiar di vento. Gesù ha detto che sono i violenti a impossessarsi del Regno dei Cieli. Non certo i violenti
contro gli altri, perché Gesù contraddirebbe se stesso, avendo esaltato i
pacifici ed i miti ed umili di cuore, ma i violenti contro se stessi, cioè tutti coloro che sanno dominare con forza le proprie
passioni disordinate, le proprie paure, incostanze e indecisioni.
Sì, non sono forti quelli che
battono i pugni sul tavolo e sbattono le parte:
costoro sono dei poveri deboli, psicologicamente e moralmente!
Sono veramente forti coloro che
sanno porgere l’altra guancia o rispondere con un sorriso ad un insulto… Come
cambierebbe il mondo se tutti noi ci sforzassimo ad avere un po' di questa forza! Ci vogliamo provare?