GIUSTIZIA

 

Dopo aver trattato della prudenza cristiana, diciamo qualcosa della seconda virtù morale, la giustizia.

Nel linguaggio biblico la parola “giustizia” si identifica spesso con “santità” – <<Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati>> (Mt. 5,6)

Noi, invece, diremo qualcosa di questa virtù in un significato più ristretto, indicandola come quella virtù che inclina la volontà a rendere costantemente agli altri tutto ciò che è loro dovuto. E questi “altri” possono essere Dio stesso (e allora la virtù di giustizia si chiama virtù di religione), la Chiesa, la societa’ civile, il  nostro prossimo (secondo il legame più o meno stretto che abbiamo con lui).

Se si perdesse il senso della giustizia nelle relazioni umane a vari livelli, la vita della società cadrebbe nel caos e la società stessa si trasformerebbe in una giungla di bestie feroci, dove ci si azzanna a vicenda e dove domina il “diritto del più forte”. Cosa che, purtroppo, la storia, anche recente o contemporanea, molto frequentemente dimostra.

E diciamo pure che la giustizia viene ancor prima della carità. Infatti, come anche il Concilio Vaticano II ricorda, se non si adempiono prima gli obblighi di giustizia, è farisaico parlare di carità. Troppo spesso noi siamo soliti definire doni caritativi quelli che sono doveri di stretta giustizia verso i fratelli bisognosi di casa nostra e del mondo intero…

Ma allora, per meglio capirci, sarà bene distinguere una triplice giustizia: la giustizia legale, la giustizia distributiva e la giustizia commutativa.

La GIUSTIZIA LEGALE  riguarda i doveri che gli uomini hanno nei confronti del bene comune e della società civile e religiosa. Noi tutti siamo portati ad un individualismo egoista e arrivista, per cui siamo continuamente tentati di concludere: …purché questa cosa serva al mio interesse, alla mia comodità, al mio piacere, del resto non m’importa, anche se dovesse danneggiare gli altri…

E’ la distruzione della società, attraverso evasioni e violenze di ogni tipo, di cui, per esempio, la mentalità “mafiosa” e delinquenziale è classico esempio.

Per cui un concorso lo si fa vincere non a chi se lo merita per intelligenza e preparazione, ma a chi è sostenuto da interessi e spinte politiche. Ma qui forse andiamo già a sfociare nella “giustizia distributiva”.

Entra nella giustizia legale l’obbligo morale di pagare le tasse allo Stato, almeno quando non divengono evidentemente esorbitanti e di osservare le sue leggi, almeno fin quando non contrastano con la legge superiore di Dio (come nel caso del divorzio, dell’aborto e, Dio non voglia, in futuro anche dell’eutanasia).

Rientra nella giustizia legale anche la cura del bene pubblico, il rispetto dell’ambiente (ecologia) e dei servizi pubblici. Sappiamo come in altre nazioni, dove si e’ più educati a queste virtù civili, anche una piccola infrazione al bene pubblico, come gettare carta per terra nei luoghi pubblici, può essere giustamente penalizzata dalla legge.

Noi italiani, forse, siamo portati a ridere ed a infischiarcene di queste norme che regolano la vita sociale, ma non è bene, perché tutto ciò che ha valore umano ha anche valore cristiano. Insomma, per usare un’espressione evangelica, si tratta di “dare a Cesare quello che è di Cesare”.

Quanto sarebbe utile e bello che questo principio fondamentale regolasse l’impegno civico e politico di tutti! Come sarebbe bello che tutti fossimo portati a sacrificare noi stessi, le nostre soddisfazioni, il nostro tempo, le nostre cose, in vista del bene comune! Ma qui mi accorgo che la giustizia si eleverebbe a vera e propria carità (non nel senso di elemosina, ma di amore oblativo), la quale non è possibile – sia detto chiaramente anche questo – senza un riferimento più o meno diretto a Dio ed un aiuto della Sua grazia.

Vorrei anche ricordare, per noi credenti e cattolici convinti, che questa giustizia legale porta a promuovere il bene comune non solo nell’ambito della società civile, ma anche nella società religiosa, cioè della Chiesa, di cui il Battesimo ci ha fatti membri coscienti e responsabili.

Sovvenire alle necessità della Chiesa – per es. con la destinazione dell’8 x 1000 nel pagamento delle tasse - è anche un obbligo morale di giustizia per una coscienza retta e sensibile. Queste semplicissime e basilari osservazioni ci fanno capire quanto ordine, quanta armonia, quanta bellezza immetterebbe nella vita sociale una coscienza chiaramente cristiana, cioè una vita che tenda al servizio, al dono e non all’egoismo. Ma qui, lo ripeto, si sale un gradino e dalla giustizia si sale alla carità …

Diciamo, dunque, qualcosa sulla GIUSTIZIA DISTRIBUTIVA, che è quella che inclina a dare a ciascuno il suo, non solo secondo una mentalità “contrattuale” del dare ed avere, ma tenendo conto del giusto bisogno dell’altro. Forse è qui dove la dottrina sociale cristiana si differenzia enormemente da una dottrina “capitalista” od anche al polo opposto, “collettivistica”, in cui chi  detiene il potere politico od economico dice all’individuo : “tu mi rendi tanto, io ti retribuisco tanto e non di più”. Una dottrina squallida (e perciò ingiusta) che guarda alle cose e non alla persona, valore fondamentale nella visione cristiana della vita. Pensiamo agli inizi della società industriale, quando donne e bambini erano costretti ad un lavoro massacrante con orari e condizioni ambientali disumani, con uno stipendio, a dir poco, da fame. Qualcosa che fa venir in mente le condizioni di schiavitù del popolo ebraico in Egitto al tempo dei faraoni… E i faraoni e gli schiavi non sono purtroppo solo un ricordo dei tempi pre-cristiani, ma sono giunti, qua e là nel mondo, fino ai nostri giorni. E se la storia ci obbliga a riconoscere che talvolta anche qualche cristiano si è messo dalla parte dei faraoni, è giusto ricordare come il magistero della Chiesa si sia sempre coraggiosamente pronunciato a sostegno della giustizia sociale, soprattutto nella società cosiddetta industriale, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII agli ultimi documenti ed interventi a raggio mondiale di Papa Giovanni Paolo II.

E l’azione della Chiesa non si é espressa solo in documenti scritti, ma in un’azione sociale che ha del prodigioso in tutti i settori del bisogno umano, dall’infanzia alla vecchiaia, dall’istruzione popolare all’assistenza medica, nei nostri paesi cosiddetti civili come nelle zone più depresse del terzo mondo, da Vincenzo De’ Paoli a Madre Teresa di Calcutta.

Solo la disonestà intellettuale potrebbe negare questa realtà così evidente. E se l’azione della Chiesa non è stata, e non è tuttora, sempre sufficiente a colmare e ad eliminare le ingiustizie del mondo, non sarà forse perché anch’io, così pronto nel criticare, non mi sono impegnato a vivere le conseguenze di giustizia e di amore del mio battesimo?

Ma facciamo qualche accenno anche alla terza forma di GIUSTIZIA che e’ quella COMMUTATIVA, ossia quella che regola diritti e doveri degli uomini tra loro, facendo rispettare tutti i diritti di ognuno: il diritto alla vita (in primo luogo!), il diritto alla proprietà, il diritto alla libertà, il diritto all’onore e alla reputazione.

E qui, evidentemente, si evidenza una lunga lista di peccati, che richiederebbero ciascuno una trattazione specifica: il furto, la frode, l’usura (una della più gravi, crudeli e disastrose forme di ingiustizia; più grave certamente del furto, perché esercitata metodicamente e freddamente e chissà quanto disgustosa e punibile agli occhi di Dio!), l’omicidio, l’aborto, il sequestro, le false accuse e testimonianze, le ingiurie, gli affronti, le calunnie, le diffamazioni, le insinuazioni, le derisioni… e chi più ne ha più ne metta.

Sarebbe opportuno soffermarsi su ciascuna di queste “ingiustizie”, di cui probabilmente nessuno di noi è perfettamente esente, ma lo faremo in un altra occasione.

Mi preme, invece, in questo complesso argomento, di riprendere un’affermazione fatta all’inizio di questa trattazione: sì bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare e ai fratelli quello che è dei fratelli, ma anche a “Dio quello che è di Dio”. E forse, anzi senza forse, la prima giusta relazione dobbiamo averla proprio con Lui. Affermazione della massima importanza in una società e in una cultura laicista ed agnostica, nella società della “morte di Dio”. No Dio non è morto: quella che sta morendo, senza di Lui è la nostra società secolaristica e noi in essa Quindi si connette con la giustizia la cosiddetta VIRTU’ DI RELIGIONE, che ci fa rendere a Dio, secondo le nostre minime possibilità, il culto che Gli è dovuto, allo scopo di riconoscere la Sua infinita grandezza e la Sua infinita bontà,

Il primo e più importante atto di religione è l’adorazione, con la quale tutto il nostro essere si prostra, con umiltà ed amore, dinanzi a Colui che è la fonte di ogni bene. Un’espressione liturgica e tradizionale di tale atteggiamento di adorazione è per esempio, la genuflessione lenta e profonda che dovremmo fare, entrando in Chiesa, dinanzi alla presenza reale di Gesù nell’Eucarestia e che spesso deformiamo in un rapido e insignificante sgambetto, piuttosto ridicolo che non religioso.

Sintomatico che lo spirito secolarista e dissacrante, oggi spesso introdottosi anche all’interno della Chiesa, tende ad eliminare questi segni di devozione esterna, proprio perché ha già eliminato la devozione interna alla mente e al cuore.

Non sarà inutile ricordare che il più sublime e completo atto di adorazione nella Nuova Alleanza con Dio è il sacrificio di Cristo sulla Croce, rinnovato misticamente, ma realmente, per mandato Suo agli Apostoli nell’ultima cena, in ogni celebrazione eucaristica, per cui la S. Messa, specialmente quella domenicale, incorniciata e resa possibile dal riposo festivo ed allietata dalla comunione fraterna dei fedeli, può essere considerata anche come un atto di doverosa giustizia verso Dio.

Ma in una visione più allargata e globale della vita cristiana, tutti gli atti di culto privati e pubblici, anzi tutte le giuste azioni dell’uomo, persino il mangiare e il bere, - insegna l’Apostolo Paolo – possono essere considerate, secondo l’espressione di San Pietro (1 Pt. 2, 5) “sacrifici spirituali graditi a Dio”. E allora, come conseguenza logica, la più grande ingiustizia nei confronti di Dio, dei fratelli e di noi stessi, è vivere senza Grazia di Dio, misconoscendo e vanificando il suo armonioso disegno universale di salvezza. Tragica possibilità del nostro libero arbitrio! Vale la pena farci su un pensierino…