Le Virtù
Si è già passato in rassegna, nella loro
natura e nei loro effetti negativi, i sette vizi capitali: orgoglio, invidia,
ira, gola, lussuria, accidia, avarizia, ossia tutte le possibili piste di
peccato che si sono aperte in noi dopo
la ribellione dei nostri progenitori o peccato originale.
Ma la vita divina che ci è stata ridonata
gratuitamente (e perciò la chiamiamo “Grazia”) nel giorno del Battesimo, tende,
per sua natura, a svilupparsi, cioè è una realtà fortemente dinamica. Ed allora
noi cercheremo ora di esaminare le varie piste positive
da seguire nel nostro cammino verso l’unione con Dio, nella nostra crescita
spirituale, così come si evince dalla Rivelazione e dalla riflessione teologica
della Chiesa, cioè il cammino di quelle che noi chiamiamo Virtù. Un discorso
quanto mai attuale ed urgente al giorno d’oggi, dove
di tutto si parla tranne che di virtù e di santità.
Ed incominciamo con le virtù cardinali o morali, che sono quattro:
prudenza, giustizia, fortezza e temperanza
PRUDENZA
Di per sè la “prudenza” potrebbe essere definita
la capacità che può avere l’uomo nello scegliere i mezzi più adatti a
raggiungere gli scopi che si prefigge. E siccome gli
scopi dell’uomo possono essere purtroppo anche cattivi, S. Paolo parla di una
prudenza carnale, che prende
consiglio dalle passioni disordinate e persegue fini peccaminosi, servendosi
anche di mezzi malvagi. Più che prudenza, dovrebbe essere chiamata
“astuzia” o sapienza diabolica, come la chiama S. Giacomo (3, 15).
Accanto alla prudenza carnale e
peccaminosa, si dà anche una prudenza del tutto naturale. Noi parliamo per
esempio di un uomo d’affari “prudente”, di uno statista, di un educatore, di un
artista, ecc. prudenti. Tutti uomini abili nel perseguire
interessi e scopi buoni, ma nell’ambito puramente naturale. Questa
prudenza umana e naturale è molto importante e apprezzabile per la vita tanto
individuale che sociale, ma non è la virtù soprannaturale e infusa di cui ci
accingiamo a parlare, che mette in cima a tutto la la salvezza dell’anima e i beni soprannaturali, rispondendo
ad un interrogativo di fondo:«A che cosa serve questo per l’eternità? Aiuta la
salvezza dell’anima o la mette in pericolo? »
Il cristiano prudente valuta ogni cosa da questo punto di vista.
Gesù stesso ha dato, in forma di domanda, un criterio da adottare nel nostro
agire: «Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà
la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in
cambio della propria anima? » (Mt 16, 26)
La virtù infusa della prudenza si ispira al Vangelo
non solo riguardo al fine dell’agire, ma anche nella scelta dei mezzi necessari
od utili per raggiungerlo. La prudenza cristiana costituisce la non facile soluzione ottimale di aspetti della vita evangelica che
potrebbero sembrare opposti. Per esempio il sapere
armonizzare l’indispensabile mitezza ed umiltà di cuore con la decisione e la
fortezza, ugualmente necessarie nella lotta cristiana. Parimenti l’ubbidienza con il senso di responsabilità, o
l’austerità della vita con la sapiente moderazione, o ancora il senso di
giustizia con quello della comprensione e della misericordia.
E’ difficile, dicevamo, compiere quest’opera di armonizzazione, ma è indispensabile al cammino della
santità. La prudenza è una compagna fedele durante tutto il cammino della
perfezione cristiana. E non solo per quanto ci riguarda
personalmente, ma anche per l’esercizio dell’apostolato, in cui, pur con tutta
la fedeltà ai principi del Vangelo, bisogna sapere tener conto delle
circostanze di vita, del grado di cultura, delle capacità di comprensione,
dello stato d’animo e delle disposizioni di coloro ai quali si vuol far
giungere la Parola del Signore. Altrimenti invece che
del bene si compiono disastri. Del resto Gesù stesso usava questa
prudente gradualità nel manifestare la Sua natura divina ed i segreti del Regno
del Padre suo alle folle e agli stessi discepoli.
La prima esigenza della virtù della prudenza è, dunque, che non si
agisce con precipitazione ed emotività.
Quanta gente, infatti, si lascia guidare dalle impressioni e dagli stati
d’animo del momento! Si entusiasmano o si impennano
dinanzi a qualsiasi proposta, senza esaminarla e vagliarla con calma, serenità
ed attenzione. E ciò si rivela particolarmente dannoso quando si hanno
responsabilità di autorità o di educazione: un
superiore, un genitore, un educatore emotivo ed imprudente, anche se ben
intenzionato, può produrre facilmente danni irreparabili, creando attorno a sé
un clima di tensione e reazioni rabbiose ed inconsulte. Le
passioni disordinate, la sensualità, le simpatie ed antipatie, l’ira,
l’invidia, l’ambizione ecc. sono le grandi nemiche della prudenza cristiana,
perché si elevano come un nuvolone di polvere che
offusca la vista. Quante volte, per esempio, in un impeto di collera,
abbiamo detto una parola, abbiamo scritto una lettera, abbiamo preso una
decisione della quale, tornata la calma, abbiamo
probabilmente dovuto pentirci amaramente! E’, quindi, regola elementare
di prudenza non prendere alcuna decisione importante, non mettere mano ad un
affare di rilievo, non fare una riprensione, quando si è interiormente
sconvolti da qualche passione. Lasciamo calmare le acque e si eviteranno così
molte dannose imprudenze. Ciò, evidentemente, non vuol dire cadere nell’eccesso
opposto di non sapere mai prendere una decisione. C’è una ponderazione
esagerata che diventa blocco e indecisione patologica, mentre nella vita, e, ripetiamolo, soprattutto in certi posti di responsabilità, è
necessario agire con una certa ponderata fermezza e tempestività. Pensate, per esempio, ad un chirurgo dinanzi ad un intervento
rischioso, ma urgente. Se un cacciatore mirasse
e poi mirasse ancora, senza decidersi a premere il grilletto, non avrebbe molte
probabilità di fare una buona preda…. In fondo lo afferma anche la sapienza
popolare nel famoso proverbio:”Chi non risica, non
rosica!”
Quindi, nel processo di maturazione umana e cristiana, si deve giungere
gradatamente ad una sana indipendenza di giudizio e di azione.
Bisogna imparare a camminare coi propri piedi e senza bisogno
di troppe stampelle, altrimenti siamo ancora nell’infantilismo, nell’immaturità.
Ma anche qui, attenzione alle esagerazioni! Dice la
Parola di Dio: «L’uomo assennato non
trascura l’avvertimento degli altri» (Sir 32, 18). Soprattutto quando questi “altri” non sono i primi venuti, ma
persone qualificate per saggezza, per ministero e per grazia. Ancora il Siracide ci ammonisce:
«Uno tra mille sia il tuo consigliere» (Sir 6,
6). Il vecchio Tobia raccomandava a suo figlio: «Chiedi
il parere ad ogni persona che sia saggia e non
disprezzare nessun buon consiglio» (Tob 4, 18).
Evidentemente è inutile domandare consigli se non si è interiormente disposti
ad accettarli o, almeno, a prenderli in seria considerazione. Perché vi sono quelli che domandano consiglio solo per trovare
conferma alla propria opinione e alla decisione già presa.
Qui sarebbe opportuno spendere qualche parola sulla salutare pratica della
DIREZIONE SPIRITUALE, terreno privilegiato per il fiorire e il fruttificare
della prudenza cristiana. La storia della Chiesa, anche recente, ricorda uomini
di Dio particolarmente datati del dono del consiglio (che perfeziona la virtù
della prudenza) e ricchi di una intuizione
soprannaturale che permetteva loro di indicare con certezza ciò che era più
conveniente fare in casi anche molto delicati e difficili. E’ impossibile
calcolare il bene operato da tali direttori
o consiglieri spirituali con chi si rivolgeva a loro e la grazia di
incontrarli sul nostro cammino. Ma anche qui l’ottimo potrebbe essere nemico
del bene, come si dice, perché non è sempre pensabile di trovare a portata di
mano un San Padre Pio o un S. Leopoldo Mandic da
Padova e sarà allora saggio e prudente sapersi
avvalere di qualche buon sacerdote, dotato di pietà e di saggezza.
Potremmo anche dire che normalmente una confessione sacramentale celebrata
con calma potrebbe anche essere un’ottima occasione per una qualche forma di
direzione spirituale…. Anzi la direzione spirituale richiesta ed esercitata
nella Grazia specifica del Sacramento della Riconciliazione dovrebbe avere una
speciale efficacia, come l’esperienza conferma. Tra l’altro una buona direzione
spirituale dovrebbe aiutare ad evitare un’altra grande
nemica della prudenza e, in genere, della vita cristiana: l’INCOSTANZA.
E’ incostante quell’uomo che cambia da un momento
all’altro e senza motivi profondi il suo
giudizio, l’orientamento della sua volontà, il suo modo di agire. Oggi è tutto
fuoco per un’idea, domani la condanna e la combatte. Oggi è
entusiasta per un progetto, domani l’abbandona. Oggi è
sicuro della propria vocazione, domani è dubbioso e vacillante.
L’incostante muta spesso (o addirittura abbandona) le sue pratiche di pietà, i
suoi impegni parrocchiali, il suo confessore. Il Signore non
può prendere saldamente per mano l’incostante e condurlo alla santità: gli
sfugge continuamente, simile ad un bambino che sfugge di mano alla mamma
tutte le volte che vede una farfalla… Ecco perché Gesù afferma: «Nessuno, che
ha messo mano all’aratro e poi si volta indietro, è adatto per il regno di Dio»
(Lc 9,62).
Una tendenza all’incostanza è propria di tutti. Il grado dipende in gran
parte dall’emotività e dal temperamento. Ecco perché
l’ubbidienza al direttore spirituale educa alla costanza e quindi rende
possibile il progresso spirituale.
A formare un’anima costante e prudente vale, poi, moltissimo la preghiera,
soprattutto l’orazione mentale, pratica molto diffusa, nei decenni scorsi,
specialmente tra i membri, anche giovanissimi, dell’Azione Cattolica e di altre associazioni laicali, ma oggi necessitante di un
rilancio su larga scala. Quanto più le motivazioni naturali e soprannaturali,
acquisite nella preghiera, diventano sangue del nostro sangue e norme
ispiratrici della propria vita, tanto più andrà
diminuendo e sparendo ogni vacillamento e incostanza. E’ l’orazione mentale che
radica sempre più il nostro pensiero e la nostra volontà nella luce e
nell’amore di Dio, cioè in Dio stesso.
Concludiamo. Troppo spesso ci
lasciamo condizionare dal nostro modo di pensare e di comportarci dal e dalle
chiacchiere degli altri. Pensiamo di essere liberi, ma
in realtà siamo pilotati dall’opinione pubblica prevalente. Dobbiamo,
certamente, tenere prudentemente conto del modo di vedere degli
altri, quando è saggio e corretto, ma non bisogna dimenticare che è impossibile
accontentare tutti e che ciò che più conta è accontentare Dio. Nel nostro modo
di pensare, di parlare, di agire dobbiamo essere, come ci dice Gesù, “semplici
come colombe”, cioè lineari e schietti nella nostra
personalità evangelica, così come “astuti come serpenti”, cioè prudenti e
perspicaci nell’individuare ed evitare tutto ciò che può intaccare e menomare
la nostra testimonianza cristiana, che mai come oggi, in una società ed in una
cultura che sta diventando pagana, deve essere chiara, forte e senza
compromessi.