TEMPERANZA

 

Nella trattazione delle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, ci rimane di dire qualcosa su quest'ultima, che potremmo definire “Quella virtù che ci insegna ad usufruire dei beni materiali e spirituali con discrezione ed entro i limiti voluti da Dio”. E da tale definizione si desume a volo che discorso delicato e difficile è mai questo in una società e in una cultura contrassegnate dall'impeto travolgente delle passioni più disordinate... Discorso difficile e perciò stesso più necessario ed urgente. E per rendere più concreto ed efficace questo argomento, potremmo suddividerlo in tre sottotitoli: la sobrietà, la castità e l'umiltà, a seconda appunto dei piaceri che la temperanza è chiamata a moderare.

 

LA SOBRIETA'. È una virtù morale che esercita la sua azione moderatrice in particolare verso i piaceri più connaturali all'uomo e alla donna di qualsiasi età, che sono quelli connessi all'uso del cibo e delle bevande, sopratutto inebrianti.

Piaceri che ci fanno facilmente sconfinare dai limiti imposti dalla ragione e dal vero bene dell'uomo. Questi sconfinamenti disordinati recano un danno non indifferente, specialmente per chi vuole progredire nella vita spirituale. Si pensi, ad esempio, alla devastazione fisica, morale e famigliare che può derivare dall'intemperanza nell'usare bevande alcoliche ed inebrianti. Persino molte azioni delittuose possono nascere dall'ubriachezza, come la cronaca nera quotidiana ci dimostra.

I disordini della gola nel bere e nel mangiare appesantiscono e danneggiano l'uomo (e la donna) non solo fisicamente, ma ancor più spiritualmente, in quanto producono il trionfo dell'elemento materiale su quello spirituale dell'uomo. Gesù quando vuole indicare una vita egoista ripiegata sui piaceri dei sensi ed insensibile ai bisogni altrui, la presenta nella figura del crapulone (parabola del ricco epulone che disprezza la fame e le piaghe del povero Lazzaro ai suoi piedi. E qui si vede come sono stretti i legami, i rapporti tra sobrietà e carità (amore al fratello). L'intemperante è così vivamente preoccupato di procurarsi e di non perdere il piacere della gola e garantirselo in ogni modo e con ogni mezzo da dimenticare quasi completamente il rapporto d'amore con Dio e con i fratelli bisognosi. Si va alla ricerca del ristorante raffinato e dispendioso e ci si dimentica (o si vuole dimenticare) che poco distante da noi ci sono fratelli che sarebbero felici di potere usufruire degli avanzi che noi lasciamo nel piatto per troppa sazietà. Si, è la parabola del ricco epulone che si ripete alla lettera....Ma stiamo attenti che puntualmente non si verifichino anche le conseguenze descritte da Gesù....

 

LA CASTITA'. E' quell'aspetto della temperanza che regola l'esercizio delle facoltà sessuali della persona umana secondo le norme della ragione e della fede cristiana con specifico riferimento alle diverse vocazioni e condizioni di vita, per cui si può parlare di una castità verginale e di una castità matrimoniale, notevolmente diverse nelle applicazioni pratiche, ma accomunate da uno stesso sforzo morale. Mascolinità e femminilità sono doni e vocazioni complementari, destinati a realizzarsi, ordinariamente, nella dedizione reciproca della sponsalità: la dimensione sessuale della persona è perciò un bene, che ha per fine l'amore umano.

Affinché mascolinità e femminilità, profondamente sconvolti dal peccato originale, non trasbordino dalla loro finalità provvidenziale, occorre che vengano educati ed espressi in maniera autenticamente umana e a servizio della vita nel contesto del matrimonio, per garantire la santità del quale, Gesù ha addirittura istituito un sacramento specifico. Se la persona non è padrona di sé, attraverso la virtù della castità, manca di quell’autocontrollo che la rende capace di donarsi solo nel contesto voluto e predisposto da Dio, che è quello del matrimonio monogamo ed indissolubile.

La castità è l’energia spirituale che sa attendere e che, nel matrimonio, libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività. La castità di due sposi è la padronanza di sé per il dono di sé, quindi virtù che custodisce e nutre l’amore. Nella misura in cui negli sposi s’indebolisce la castità, il loro amore diventa progressivamente egoistico, cioè soddisfazione disordinata di un desiderio di piacere e non più dono di sé.  La castità è il coraggio di dire “no” all’amore falso (o in parte falso), per avere la forza di dire “si” all’amore vero, quello con l’A maiuscola.

La castità di due sposi è la decisione tenace e fedele di rifiutare l’uso di sé e dell’altro come “cosa” e di educare e celebrare il senso della persona, il rispetto dell’altro, la vocazione alla comunione nell’ordine e nell’armonia.

Un discorso delicato e difficile oggi questo, in questa violenta pressione della cultura materialistica contemporanea, ma che la Chiesa di Cristo non può tralasciare, nella fondata speranza di incontrare accoglienza in persone di retto e nobile sentire. E noi ci auguriamo, anzi siamo sicuri, che ce ne sono molte tra noi, ringraziando Dio.

A questo punto sarebbe doveroso un accenno anche alla verginità consacrata, cioè scelta per ragioni superiori di intimità con Dio e di dedizione totale a servizio dei fratelli, profumo delicato e divino che ha avvolto di sé tutti questi 2000 anni di storia ecclesiale, partendo dalla verginità purissima e feconda della Madre di Dio (è l’unico privilegio a cui Gesù non ha rinunciato: quello di avere una madre vergine!) per giungere a M. Teresa o alla suora, che, tra noi o in terra di missione, offre la sua verginità di cuore e di corpo a servizio dell’Amore. Chi può comprendere, comprenda, direbbe oggi Gesù.

Anzi è tanta la fecondità spirituale della verginità consacrata che la Chiesa la richiede come disposizione oblativa al dono totale di sé, nonostante le immancabili difficoltà in materia, ai suoi sacerdoti, almeno quelli di rito latino. Grande forza quella del celibato sacerdotale e per questo accanitamente contestata dai nemici della Chiesa, oggi più che mai. Ma la Chiesa non cede su questo punto, anche se non è, strettamente parlando, un’esigenza dogmatica unita all’esercizio del ministero sacerdotale, ma solo una ricchezza preziosa della sua tradizione spirituale.

 

Tutto questo discorso sulla temperanza nelle sue espressioni di sobrietà e castità esigerebbe come preliminare un allenamento della volontà che il linguaggio cristiano è solito indicare con i termini mortificazione o penitenza, entrambi molto ostici alla sensibilità del materialismo e edonismo contemporanei. Ma è evidente che è assai arduo mantenersi sobri e casti, data la forte ed irruente attrazione dei piaceri sensibili, senza tale allenamento alla mortificazione e alla penitenza. Del resto qualsiasi forma di agonismo sportivo implica un allenamento, spesso prolungato ed esigente. E la gioia del risultato o della vittoria raggiunta ripaga ad oltranza l’atleta dello sforzo di allenamento compiuto.

E’, dunque, indispensabile educare noi stessi e le persone affidate alle nostre cure, iniziando proprio dai nostri bambini mai contenti, a non assecondare ogni desiderio con la prassi dei piccoli fioretti volontari, tanto in auge in tempi di maggiore autenticità cristiana.

 

L’ UMILTA’. Per completare questo nostro discorso sulla temperanza, dovremmo fare un breve cenno anche alla virtù dell’umiltà, che modera l’impulso istintivo dell’uomo (dopo il peccato originale) all’affermazione esagerata e vanagloriosa di sé. L’umiltà, che in fondo è verità e retta conoscenza di sé, ci aiuta a stimarci per quello che veramente siamo e valiamo e quindi a cercare il nascondimento e perfino il disprezzo, ad esempio di Gesù volontariamente umiliato. Se esaminiamo con sincerità e chiarezza la nostra realtà personale, ci accorgeremo che ciò che vi è di buono in noi viene da Dio. «Che hai tu che non abbia ricevuto? » (1Cr 4,7).

Di veramente nostro, e soltanto nostro, c’è il peccato! “Ahimè, si domanda S. Francesco di Sales, forse che i muli cessano d’essere bestie rozze e maleodoranti per il fatto che vanno carichi di mobili preziosi e profumati di un principe?”.

L’umiltà è la chiave che apre i tesori della Grazia:«Dio resiste ai superbi, ma dona grazia agli umili». (1 Pt 5,5). Essa è il fondamento di tutte le virtù, che con lei divengono più perfette e si radicano più profondamente in noi. Essa è come il sale in cucina…

Comprendiamo, allora, perché S. Agostino dica: « Vuoi elevarti? Comincia con l’abbassarti». Pensi di costruire un edificio che tocchi il cielo? Pensa prima a porre le fondamenta. Tanto più alto vuol essere l’edificio, tanto più profonde dovranno essere le fondamenta.

A proposito vorrei, terminando, leggervi alcune righe su questo argomento di quel concretissimo e sapido autore che è S. Francesco di Sales (“Introduzione alla vita devota”):«Diciamo spesso di essere nulla, di essere la miseria in persona e la spazzatura del mondo, ma resteremmo ben male se qualcuno ci prendesse in parola e pubblicamente ci trattasse secondo quanto andiamo dicendo di noi stessi. Anzi, facciamo finta di fuggire di nasconderci solo perché ci corrano dietro e vengano a cercarci; ci diamo l’aria di volere essere gli ultimi, seduti all’ultimo posto della tavola, ma solo per passare con più onore ai primi posti».

Ah, com’è difficile essere veramente limpidi e puri di cuore agli occhi di Dio.