ACCIDIA

 

Nella trattazione dei sette vizi capitali ci soffermeremo oggi sull’ACCIDIA o pigrizia spirituale (“spirituale” soprattutto se riguarda la nostra vita di relazione con Dio). Come facilmente si intuisce questo vizio, che tende a paralizzare la volontà, si oppone di natura sua alla pratica di tutte le virtù e risulta quindi dannosissimo alla nostra crescita umana e spirituale.

La pigrizia si potrebbe dire un vizio radicato nelle ossa dell’uomo, conseguenza evidentissima dell’infiacchimento psico-fisico e spirituale operato in noi dal peccato originale ed aumentato dai susseguenti peccati attuali. Talora la pigrizia è alimentata anche da tendenze temperamentali o disturbi fisici dei singoli. Sta di fatto che il pigro sente una forte allergia ad ogni forma di sforzo e di impegno, sfugge ogni fatica, è discontinuo, mai puntuale, disordinato a tutti i livelli. Non si decide mai ad alzarsi dal letto, s’inchioda abulicamente davanti alla TV, non sa mai mettersi al lavoro o allo studio e, men che meno, alla preghiera. Se fa qualcosa la fa malvolentieri, con lentezza e negligenza. Sì, soprattutto nel campo spirituale il pigro non prova alcun gusto e sente solo noia, torpore, indolenza.

Tutto ciò può essere ulteriormente accentuato ed aggravato dal clima culturale e sociale in cui si vive e si respira. La società dei consumi, l’Italia delle “mazzette”, dei guadagni facili, del tutto comodo e abbondante, non è certo fatta per educare individui forti, volenterosi, costanti. E’ questo, secondo me, uno degli aspetti più preoccupanti delle nuove generazioni nei nostri paesi. E mentre, sotto certi aspetti, si direbbe che i giovani di oggi sono più sensibili ed aperti alle grandi motivazioni cristiane della vita (servizio, volontariato ecc.), di fatto li si ritrova spesso fragili, incerti, stanchi in partenza, incapaci di prendere in modo definitivo decisioni di un certo peso, soprattutto sullo stato di vita, matrimoniale o religioso. Un fatto quest’ultimo che rischia di compromettere, tra l’altro, il ricambio generazionale  nel clero diocesano e negli istituti religiosi, e ciò non per mancanza di proposte stimolanti (quanti incontri, campi-scuola, esperienze, films vocazionali oggi!), ma di risposte decise e consapevoli.

Vi sono certamente vari gradi di pigrizia e, quindi, di gravità di questo vizio, ma è importante saperlo individuare e combattere fin dalle sue prime manifestazioni, per evitare che esso prenda piede in noi e paralizzi il nostro sviluppo umano e soprannaturale. Genitori ed educatori dovrebbero essere particolarmente vigilanti in questo campo coi bambini ed i ragazzi, usando una dolce ed intelligente fermezza. Chi di noi, di una certa età, non ricorda con riconoscenza gli sforzi delle nostre mamme cristiane a non lasciarci poltrire a lungo, ma tenerci sempre occupati durante i periodi di vacanza. Pedagogia semplice, ma profondamente cristiana e tanto preziosa!

Per cogliere la gravità di questo vizio e la sua malizia, basterà ricordare che già fin da prima del peccato, Dio aveva posto l’uomo nel Paradiso Terrestre perché lo custodisse e lo lavorasse (Gen 2,15), cioè in un atteggiamento attivo di collaborazione con la sua potenza creatrice. Gestore responsabile dei doni di Dio e non pigro sfruttatore dei medesimi. I libri sapienziali  dell’A.T. esaltano la donna laboriosa, mentre leggiamo nel libro dei Proverbi, per esempio, questa gustosa immagine:«Sono vicino al campo di un pigro, alla vigna di un uomo insensato: ecco, ovunque erano cresciute le erbacce, il terreno era coperto di cardi e il recinto di pietre era in rovina. Osservando, riflettevo e, vedendo, ho tratto questa lezione: un po’ dormire, un po’ sonnecchiare, un po’ incrociare le braccia per riposare ed intanto viene, passeggiando, la miseria e l’indigenza come un accattone» (Pr 24, 30-34)

Il cristianesimo primitivo, nell’esempio di Gesù umile lavoratore di Nazaret, rivaluta enormemente il lavoro, anche materiale, nel contesto socio-culturale greco-romano, che tende invece a considerarlo un compito avvilente per gli schiavi. Chi non ricorda i rimproveri di S. Paolo a quei cristiani fannulloni, che col pretesto della prossima “parusia” (= ritorno) del Signore, se ne stavano oziosi? “Chi non vuole lavorare, non mangi” (2Ts 3,10). E di sé poteva dire:”Voi ricordate, infatti, fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio, lavorando giorno e notte per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo annunciato il Vangelo di Dio” (1Ts. 2,9).

Il monachesimo primitivo – e di sempre -, conscio del valore umano e soprannaturale del lavoro serio ed assiduo, ha coniato il motto programmatico “Ora et labora” (= prega e lavora). S. Francesco, che dedica un intero capitolo, il v°, della sua Regola definitiva per i Frati minori al tema del lavoro, lo definisce addirittura “grazia”.

Tenendo conto di tutti i dati scritturistici e della migliore e costante tradizione cristiana comprendiamo  con quanta salutare decisione siamo chiamati a combattere quell’ozio che è veramente “il padre dei vizi”. Come? Proviamo ad accennare ad alcuni rimedi dell’accidia o pigrizia.

·        Le forti convinzioni della mente. “Nihil volitum quin praecognitum” (Non si può volere nulla se non lo si conosce), affermavano i filosofi scolastici. Sono le idee chiare che possono imporsi risolutamente alla volontà recalcitrante e la determinano a perseguire fortemente il bene, nonostante tutte le remore della pigrizia e della nostra congenita fiacchezza. Senza queste forti convinzioni ciascuno di noi resta in balia di se stesso, succube di tutti i capricci e gli alti e bassi di una volontà tarata e finisce di concludere ben poco o nulla di buono. Quali sono queste forti convinzioni di base, non è difficile capirlo: il senso cristiano della vita come dono, servizio, missione; il valore preziosissimo del tempo; i talenti da trafficare intensivamente, la corresponsabilità ecclesiale e missionaria ecc., ecc. Senza di esse manca proprio la “pedana di lancio” della nostra vita spirituale. E siccome, in genere, le forti convinzioni di base si formano nella meditazione o orazione mentale quotidiana è lì che dobbiamo soprattutto esaminarci.

·        Un allenamento progressivo. Basterebbe uno sguardo anche superficiale alla vita e alla realtà di moltissimi giovani (e non solo) oggi per renderci conto della quasi totale diseducazione della volontà e della conseguente istintività del loro agire. Una intelligente pedagogia, che dobbiamo sapere adottare anche con noi stessi, ci insegna ad usare una certa gradualità nell’impegnare la nostra volontà. Non si potrà normalmente pretendere, per esempio, che una ragazza abituata ad alzarsi ogni mattina non prima delle 10, proponga di punto in bianco di alzarsi alle 6, ma si dovrà puntare in un primo momento alla misura intermedia delle 8. Così ad un giovane che non prega mai non chiederò l’assistenza alla S. Messa quotidiana, l’orazione della Liturgia delle Ore, la meditazione quotidiana e il Rosario, ma punterò sul minimo indispensabile di un momento quotidiano di preghiera, breve ma intenso. Oppure ad un giovane   vissuto finora totalmente ripiegato  e rinchiuso nel proprio egocentrismo, non chiederò un’attività quotidiana in parrocchia, in uno dei tanti movimenti ecclesiali e magari anche in qualche forma di volontariato, ma mi limiterò a suggergli di partecipare a un incontro settimanale del gruppo giovanile…. Poi, si sa, da cosa nasce cosa…. Sono convinto che molte, troppe volte, i nostri insuccessi nel progetto spirituale, nella vita cristiana dipendono dal non avere usato questa prudente e saggia gradualità e di avere preteso utopisticamente troppo  e troppo in fretta. “Chi troppo vuole, nulla stringe”, dice il vecchio proverbio.

·        Un ordine di vita. Il treno ha bisogno di un binario per correre veloce e giungere con sicurezza alla stazione di arrivo. Se il binario non ci fosse, il treno non potrebbe neppure partire; se il binario si interrompesse, il treno deraglierebbe. Tutti i propositi d’impegno, di diligenza, di operosità, di costanza nel bene, rimarrebbero lettera morta – e forse addirittura odiosa ipocrisia – se io non cercassi d’incanalarli e di precisarli in un certo programma di vita spirituale. Vi immaginate un qualsiasi commerciante o industriale che pretendesse di portare avanti la sua attività senza un minimo di programmazione? Possibile che solo per gli interessi dell’anima – i più importanti  e i più vitali! – si debba procedere con superficialità, “alla carlona”, come si dice? E non c’entra niente qui il discorso della spontaneità (“Se faccio un programma, se m’impongo dei propositi, manco di spontaneità”..), che non va confuso con lo spontaneismo”…. E allora? Allora bisogna mettersi di buona volontà e delineare un programma di vita, con impegni e punti fermi quotidiani e periodici; puntando sull’eliminazione dei difetti principali e più dannosi, ben diagnosticati e puntualizzati; usando i mezzi più adatti e i propositi più efficaci e calibrati ecc. ecc. Tutto un lavoro in cui è molto utile, e quasi indispensabile, confrontarsi e verificarsi con il direttore spirituale o, perlomeno, con un quotidiano e calmo esame di coscienza . L’avere abbandonato o l’usare superficialmente questi mezzi classici di vita spirituale (direzione spirituale, esame di coscienza, meditazione, lettura spirituale – quanto stimolano gli esempi dei santi - , ritiri, esercizi spirituali ecc.), preziosissimo patrimonio spirituale di secoli e secoli di esperienza di santità , è stato causa di inaridimento, tiepidezza e fallimento per tante anime, tanto da cambiare regioni cattoliche, che apparivano come zone fertilissime della Vigna del Signore, in zone desertiche e sterili…. Un vero e proprio dramma storico, quello della scristianizzazione dell’Occidente, che ha anche le sue radici nell’eventuale pigrizia di ciascuno di noi. I santi si sono formati così. E oggi il mondo ha bisogno di nuovi santi e non di esseri smidollati, di invertebrati morali.

·        L’inserimento in un gruppo ecclesiale vivo ed esigente. Quanto più l’ambiente generale anche dei nostri paesi cattolici va perdendo di spessore spirituale e va inquinandosi di spirito mondano e paganeggiante, tanto più nasce la necessità di sentirsi sostenuti e stimolati dalla comunione di ideali con altri battezzati. Se, per esempio, la nostra Italia non è caduta a livelli così bassi di pratica e di vita cristiana come altri paesi dell’Europa, ciò probabilmente lo si deve anche, e non in piccola parte, alla presenza attiva di forti  movimenti ecclesiali, vivaci ed esigenti. L’inserirsi in uno di essi, secondo la propria propensione spirituale ed anche le opportunità locali, non è più un “optional”, ma una precisa volontà di Dio, che chiede a ciascuno di noi di usare i mezzi più idonei per raggiungere il fine  di bene generale che egli propone. E questo per due motivi: per ricevere, come abbiamo detto, gli aiuti necessari a vivere una vita cristiana felice e fervente e per offrire il proprio contributo, forse molto esiguo, ma coordinato, e quindi potenziato (l’unione fa la forza!), a quello di altri. In una situazione di despiritualizzazione come l’odierna è più che mai pericoloso battere i sentieri dell’isolamento, dell’anonimato e della solitudine, cui fa quasi sempre riscontro l’indifferenza e il disimpegno . Anche perché nella Chiesa sembra suonata l’ora dei laici, che in nessun modo devono considerarsi ospiti sonnacchiosi ed irresponsabili della comunità ecclesiale, ma attori creativi e coraggiosi della “nuova evangelizzazione”, valorizzando sempre più quella piccola Pentecoste personale che è stato l’avere ricevuto la cresima nella Chiesa e per la Chiesa.

L’umanità contemporanea, sempre più presente alla nostra coscienza anche in forza della sua globalizzazione e dell’intensificazione straordinaria dei mezzi di comunicazione e dal travaso di popoli e culture, si apre ai nostri sguardi cristiani come un immenso cantiere di lavoro che attende operai volenterosi e qualificati . O se vogliamo un’immagine più biblica, quella usata da Gesù, come una grande vigna trascurata  e semiabbandonata: quanto lavoro da compiere! Perché starcene seduti ed oziosi in piazza, mentre il Padrone della Vigna ci ricerca e ci invita con tanta insistenza? “Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi” (Mt 20). Certo, la nostra giornata terrena corre veloce, ma fossimo anche ormai giunti al tramonto, il suo invito è più che mai pressante: “Andate anche voi nella mia vigna!” E al vertice della Chiesa un Papa, evidentemente segnato dagli anni e da gravi indisposizioni fisiche, ci dà un esempio di instancabile zelo e dinamismo, visitando ogni parte del globo ed inserendosi apostolicamente nel dialogo con ogni popolo e cultura. Che vergogna per noi il rimanere così lungamente inerti ed abulici! Mettiamoci, dunque, in cammino sulle strade del nuovo millennio: forse è solo il primo passo che costa. Dopo un po’ di sforzo il cammino diventa più facile; si riacquista il fervore, anche se non sempre sensibile, e si ritrova la gioia e lo slancio di sentirsi realizzati nel piano e nel progetto di Dio. I nostri giovani, nonostante forse apparenze contrarie, sono in ansiosa ricerca di punti di riferimento credibili e validi, di ideali per cui valga la pena di donare e rischiare la vita: se non li troveranno gioiosamente e generosamente vissuti in noi, cristiani adulti, non rimarrà loro che buttarsi nella droga per stordirsi e dimenticare una vita senza significato, o nelle violenze di vario tipo per sfogare la loro delusione e la loro rabbia. Vedete che grossa responsabilità ci addossiamo con la nostra inezia di cristiani in pantofole e in poltrona? Lo Spirito Santo faccia irruzione nel nostro cuore perché possiamo rendercene conto e convertirci!