LA GOLA

 

Nella nostra riflessione sui sette vizi capitale, dopo l'orgoglio, l'invidia, l'ira, siamo giunti al vizio della GOLA, o golosità. Un vizio che, a prima vista, potrà sembrare insignificante, soprattutto in una società e cultura spiritualmente grossolana e superficiale come la nostra (tra parentesi, se la qualità di un'epoca, di una cultura sta nei valori dello spirito, dovremmo dire purtroppo che l'attuale, quella nella quale noi ci muoviamo e viviamo, è un'epoca di impressionante decadenza sotto molti aspetti).

L'esperienza mi dice che se un confessore ponesse ad un penitente questa domanda: «Hai peccato di gola? », potrebbe sentirsi rispondere: «Non capisco, Padre.... », oppure: «Ma è peccato essere golosi? ». Ecco perchè conviene chiarirci un po’ le idee in materia. Perché la gola continua ad essere un peccato ed un peccato piuttosto deleterio e pericoloso proprio perchè passa inosservato e non se ne conoscono gli effetti negativi, che non sono pochi, né di poca importanza. Si dice addirittura che quello della gola è l'ultimo vizio di cui l'uomo spirituale riesca a liberarsi. Basterebbe un'osservazione: quando Gesù vuole descrivere un uomo che va diritto all'inferno, ce lo mostra come un inveterato ingordo nella parabola del ricco “epulone” (vedi etimologia di questo termine...). D'accordo, non è solo il gozzovigliare che lo rende inescusabile davanti agli occhi di Dio, ma in primo luogo la sua durezza di cuore verso il povero Lazzaro; ma intanto la gola “accompagna” l'egoismo del ricco. Qualcosa d'analogo nella parabola del proprietario ricco, che dopo un buon raccolto, dice a se stesso: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla bella vita..... », in Lc 12, 19.

D'altra parte la prima tentazione con cui il Demonio si rivolge a Gesù dopo il suo digiuno di quaranta giorni nel deserto, riguardò appunto la soddisfazione della gola mediante la trasformazione delle pietre in pane (Lc 4, 1 – 13).

Dio ha posto nell'alimentazione un certo piacere allo scopo di garantire e stimolare la funzione nutritiva essenziale all'organismo. Per sé, dunque, tale piacere non costituisce imperfezione alcuna, anzi è cosa moralmente buona. Tuttavia, dopo il peccato delle origini il desiderio del piacere non è sottomesso sempre al controllo della ragione illuminata dalla fede. Tende, perciò, ad evadere dai giusti limiti. Quando ciò avviene abbiamo un disordine morale: il peccato di gola. Possiamo definirlo: appagamento del desiderio disordinato del mangiare e del bere. Il disordine sta appunto quando il piacere viene ricercato “per se stesso”, considerato come fine e non come mezzo, secondo il ben noto detto: “Vivere per mangiare e non mangiare per vivere”... Perciò non è peccato il piacere annesso alla nutrizione necessaria alla vita, ma l'abuso di esso. Certo, non è sempre facile determinare dove finisce il bisogno e dove incomincia il superfluo e quindi stabilire una norma precisa per tutti. Ci limitiamo, allora, ad indicare alcune norme generiche che servano da orientamento per un concreto esame di coscienza su di un punto tanto trascurato:

·        Pecca di golosità chi mangia e beve più del necessario, il che può variare notevolmente dall'uno all'altro, ma in genere lo si riconosce dal fatto di alzarsi da tavola, più che ristorati, appesantiti ed aggravati.

·        Peccano anche di gola coloro che danno troppa importanza alla qualità del cibo, facendone persino una delle loro principali preoccupazioni.

·        Si può inoltre facilmente peccare di gola per il modo di mangiare o di bere, ossia per una eccessiva ricercatezza e dispendiosità, mai contenti di ciò che viene preparato. Per un'eccessiva e incontrollata voracità con cui ci si butta sulle vivande, più simili ad animali che ad esseri razionali.

Certo, non ogni peccato di gola è da ritenersi mortale. Molto più spesso è peccato veniale. Si raggiunge la colpa grave solo quando si reca grave danno alla salute, alla propria capacità di lavoro o si danneggia con spese eccessive la famiglia ecc. Mi verrebbe quasi di aggiungere quando la nostra insaziabile ingordigia e ricercatezza appare un'offesa umiliante a chi non ha di che sfamarsi, in un ambiente di grande povertà, come per il povero Lazzaro che cercava di sfamarsi con le briciole che cadevano dalla mensa del ricco epulone...

I danni su elencati avvengono più facilmente con l'ubriachezza che non con il vitto. Ed è questa una piaga tanto estesa che meriterebbe una trattazione a parte.

Dovremmo anche notare che abbastanza frequentemente oggi lo stimolo a mangiare frequentemente ed esageratamente può dipendere da fattori psicologici, come il suo contrario (anoressia). Cioè la gola può rispondere a un bisogno di autogratificazione in stati di depressione psichica o di carenza affettiva e diviene un meccanismo di compensazione. In questi casi bisogna essere molto comprensivi ed aiutare con delicatezza, ma anche con una certa decisione chi è incappato in tale meccanismo.

Tuttavia, anche se non facilmente mortale in sé, il peccato di gola ( o intemperanza) è grave nelle sue conseguenze, tra le quali eccone alcune:

1.Nessun goloso riesce ad essere un uomo di preghiera. Come Esaù per un piatto di lenticchie rinunziò alla primogenitura, così i crapuloni (mangiatori e bevitori smodati e viziosi) sono dei materialisti poco inclini alle gioie dello Spirito. Dice perciò Gesù: «State bene attenti che i vostri cuori non si APPESANTISCANO nelle crapule e nelle ubriachezze e nelle sollecitudini della vita presente e che quel giorno (del Giudizio) non vi piombi addossi improvviso» (Lc 21, 34).

2.L'intemperanza infiacchisce la volontà, con conseguenze deleterie anche in altri settori morali, primo fra i quali quello della castità. Ma non solo: l'intemperante è spesso pigro, ozioso e prova repulsione per tutto ciò che richiede fatica e impegno.

3.Anche nello studio e nel lavoro intellettuale l'intemperante si ritrova intorpidito. Si direbbe che più si riempie lo stomaco e più si svuota la testa! Le facoltà intellettuali si esplicano in senso inverso allo sforzo che per la digestione deve compiere lo stomaco.

4.Quasi sempre ne risente la salute fisica. Basti ricordare il verissimo proverbio:”Ne ammazza più la gola che la spada!”

 

E' chiaro che tutti i suelencati danni si moltiplicano a dismisura quando dai disordini nel mangiare si passa a quelli del bere.                                                                                 

Perciò S. Paolo scrive (Fil 3, 18-19): «Molti, ve l'ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della Croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perchè essi, CHE HANNO COME DIO IL LORO VENTRE, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra».

Tenendo conto di tutte le cose che abbiamo detto in modo tanto riassuntivo, si capisce meglio allora l'insistenza della tradizione cristiana (che parte da Gesù stesso e dagli Apostoli) sulla prassi del digiuno, visto come salutare correttivo dei disordini della gola (chi non ricorda i “vomitori” delle case dei ricchi pagani romani, in un angolo della sala banchetti, per liberarsi del cibo ingerito e.... avere il piacere di ricominciare da capo? Negli scavi di Pompei ne sono stati ritrovati parecchi).

Tanto è bestiale e deforme l'intemperanza, tanto è nobile ed educativa la virtù opposta della temperanza, espressa dalle varie forme di digiuno, di astensione dai cibi particolarmente ricchi, di lotta contro l'alcolismo e oggi potremmo aggiungere contro il fumo, la droga ecc.

La temperanza è il miglior rimedio per conservare la salute (dono di Dio), per tenere il corpo e i suoi sensi soggetti (e non despoti) all'anima, per favorire le opere di carità (dicevano i padri della chiesa:”Ciò che togli al tuo corpo col digiuno, divenga nutrimento per il fratello affamato), per favorire la vita spirituale e il rapporto intimo con Dio nella preghiera. Nell'insegnamento di Gesù, degli Apostoli e degli autori cristiani preghiera e digiuno camminano, infatti, paralleli, come due rotaie di un unico binario, quello che porta con sicurezza alla salvezza e alla santità. I Santi, infatti, chi più, chi meno, ma tutti con grande generosità, secondo le proprie forze, hanno praticato temperanza e digiuno.

E noi?

1.Incominciamo ad inserire nel nostro esame di coscienza (nella speranza che lo facciamo tutte le sere....) anche questo punto della temperanza.

2.Abituiamoci a mangiare nei tempi stabiliti e non selvaggiamente, quando capita, ad ogni piè sospinto.... Ciò ci aiuterà molto a ricordare che si mangia per vivere (ed una alimentazione ordinata e sobria giova molto alla salute, abbiamo detto) e non si vive per mangiare.

3. Osserviamo con fedeltà i tenui ricordi di digiuno (mercoledì delle Ceneri, Venerdì santo e, possibilmente, Sabato santo) e di astinenza dalle carni (obbligatoria i venerdì di Quaresima, consigliata gli altri venerdì dell'anno da sostituirsi, però, in quest'ultimo caso con altra adeguata opera penitenziale), che la Chiesa ha mantenuto nella sua legislazione come richiamo al valore intramontabile della penitenza del corpo (sarebbe da incoscienti dimenticare il rapporto anima – corpo...).

4.Non dimentichiamo – e tanto meno irridiamo – l'esempio dei Santi, che erano di carne e d'ossa come noi, ma furono tutti generosi, e spesso eroici, nella pratica della temperanza, e sforziamoci di imitarli un poco, anche se da lontano, specialmente nei tempi forti penitenziali (Quaresima, Avvento). E se abbiamo compiti e responsabilità educativi nei confronti dei bambini, stimoliamoli fin dall'infanzia a quei piccoli “fioretti”, tanto preziosi per educare le nuove generazioni ad una maggior fortezza cristiana in mezzo alle seduzioni materialistiche ed edonistiche delle società neopagane.

 

Guardate che quest'ultimo argomento è tutt'altro che marginale e secondario. Quante volte mi sono trovato a dover assistere in qualche famiglia, anche in quelle definite più “cristiane”, a scene che avrebbero potuto, a prima vista, essere ritenute insignificanti, ma che, invece, sono tristemente significative e preoccupanti: bambini, adolescenti, e persino adulti che scartano con fare disgustato e indispettito cibi preparati con amore dalla mamma, o chi per essa, ottimi in sé ma non del tutto graditi al capriccio del momento e che, di conseguenza, devono essere gettati al cane o nel secchio dei rifiuti, offendendo la Provvidenza di Dio e centinaia di milioni di fratelli che nel mondo del sottosviluppo rischiano di morire di fame...

E' proprio qui dove il discorso della golosità si inserisce in quello più vasto e più grave del consumismo e del materialismo contemporanei, che stanno largamente soffocando i valori dello spirito nella nostra società e nella nostra cultura neopagane.

E' certo che su questa terra tutte le cose belle e santificanti hanno il loro prezzo. La sobrietà e la mortificazione cristiana nel campo della gola ci aiuteranno certamente a ricollocare il piacere del mangiare e del bere al loro giusto posto, quello di un mezzo necessario, ma non di un fine, e a riscoprire ricchezze spirituali che rimarrebbero altrimenti in noi come soffocate e neutralizzate dal torpore, dall'animalità, dal disordine del vizio della gola.