L'IRA
Continuiamo la trattazione dei sette vizi capitali, dopo
l'orgoglio e l'invidia, dobbiamo parlare dell'ira. Vorrei comunque ricordare che questo tipo di riflessioni
attualmente non troppo frequenti nei processi formativi del nostro ambiente,
anche ecclesiale, fortemente despiritualizzato, e perciò
più utili ed urgenti, non sono che applicazioni e sviluppi di principi
evangelici attraverso la tradizione e l'esperienza cristiana.
Dunque, che cos'è
l'IRA, su cui oggi vogliamo riflettere? Potremmo definirla come un moto
impetuoso dell'anima, un violento bisogno di reazione contro ciò
che contrasta con le proprie attese e desideri, contro sofferenze e contrarietà
fisiche o morali. Si scatena allora una forte emozione che mobilita le forze
allo scopo di vincere le suddette difficoltà e talvolta anche di vendicarsene.
Per cui, ad esempio, se si è ricevuto un torto o una umiliazione
da qualcuno, l'ira fa insorgere un desiderio violento di controbattere quel
tale e di ritorcere su di lui il torto o l'accusa subiti.
L'ira
se la prende anche contro gli essere irragionevoli
(animali) o contro le cose inanimate quando non rispondono ai nostri desideri.
Pensate come un carrettiere o un mandriano possano prendersela con delle
bestie, o come un uomo infuriato possa spaccare piatti e bicchieri quando c'è
qualcosa che gli va di traverso, o come un ragazzo possa lacerare il foglio del
compito riuscito male....
Notiamo
che vi è anche un'ira legittima, che altro non è se non un forte desiderio di
ristabilire un ordine turbato o di infliggere ai colpevoli un giusto castigo e
correzione. La Bibbia ha parecchi esempi di queste “ire sante”: l'ira, per
esempio, di Mosè dinanzi all'apostasia degli Ebrei,
che, in sua assenza, si sono costruiti un vitello d'oro, che lo porta ad infrangere
le tavole della Legge ricevute da Dio sul monte Oreb
e a ridurre in frantumi la statua idolatrica del
vitello, facendo poi uccidere tremila di quei prevaricatori (Es 32); l'ira di Elia contro i
falsi profeti, che massacra sul Monte Carmelo (1Re, 18); o l'ira di Gesù che s'indigna e scaccia i venditori che profanavano il
tempio (Gv 2). Ma perchè
l'ira sia legittima e non un vizio, è necessario che sia giusta nell'oggetto,
mirando a punire soltanto chi lo merita e nella misura in cui lo merita, possibilmente
in vista di un suo ravvedimento o di un bene comune, e quindi moderata
nell'esercizio, cioè non oltrepassando ciò che
l'offesa merita. Altrimenti siamo in quell'ira che è peccato capitale.
Gli
autori che trattano di questo argomento distinguono la
cosiddetta “ira rossa” da quella “bianca”, in base agli affetti più visibili
che essa produce nei lineamenti dell'uomo. Nell'ira rossa il sangue sale al
viso, il collo si gonfia, lo sguardo lampeggia, gli occhi paiono uscire fuori dalle orbite, le narici si dilatano, la voce diventa
rauca...... insomma l'eruzione di un vulcano! Nell'ira bianca, invece, il cuore
si serra, la respirazione si fa difficile, il viso impallidisce,
le mascelle si serrano in un cupo silenzio.
Notiamo
che l'ira è la prima passione che si manifesta nell'uomo e persino nel fanciullo di pochi anni o nel bimbo di pochi mesi, che, pur
non dando ancora segni di intelligenza, è tuttavia già dominato da questa
passione e irosamente si agita e piange. Nell'ira
sono particolarmente evidenti gli squilibri e i danni che il peccato originale
ha prodotto nell'uomo. E' passione bruttissima che porta in sé qualcosa di
diabolico, persino, dicevamo, sul viso di chi ne è
soggetto.
Purtroppo
questo vizio non domina soltanto le persone mondane, ma spesso anche quelle
“pie” e praticanti, tantochè, purtroppo, non è del
tutto raro vedere persone di comunione quotidiana che poi, per un nonnulla, si
abbandonano all'ira più sfrenata. Magari poi si tenta di camuffare questo vizio
con scuse di vario tipo:” Oggi lasciatemi stare, perchè mi sento nervoso, ho i nervi tesi....”, come se
dicessimo: la colpa non è mia; è colpa dei nervi!
Il
Dottore mistico S. Giovanni della Croce (“Notte oscura, I, 5)
nota che l'ira si manifesta persino dopo gustosi momenti di orazione, finiti i
quali, la natura resta disgustata e svogliata, proprio come il bimbo quando
viene staccato dal petto materno. E nel novero delle persone pie soggette al
vizio dell'ira il Dottore mistico ricorda anche quelle che si adirano
facilmente contro i difetti degli altri, con uno zelo inquieto e aggressivo,
come se fossero esse i padroni delle virtù. E che dire di quelle che, vedendosi molto imperfette ed
incapaci di mantenere i propositi fatti, si adirano addirittura con se stesse,
inquietandosi e senza la pazienza e l'umiltà di attendere che Dio conceda loro
i progressi spirituali desiderati.
Cerchiamo
ora di dare una valutazione morale dell'ira, esaminando
anche qualche sua conseguenza.
1. L'ira si oppone direttamente a Dio, che è il
Dio della pace e dell'amore:<Per il resto fratelli,
state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli
stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con
voi> (2Cor 13,11). <L'ira dell'uomo – scrive S. Giacomo – non compie ciò
che è giusto davanti a Dio> (Gc 1, 2). Perciò Gesù afferma
categoricamente: <Chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto
a giudizio> (Mt 5, 22). L'ira, infatti, è
incompatibile con la carità (sostanza di vita cristiana), la quale per sua natura
“non si adira” (1Cor 13, 5). In
quanto trasporto disordinato dell'animo, l'ira per sé è peccato veniale
(per cui non è il caso di tralasciare la comunione eucaristica per ogni lieve
manifestazione di irascibilità...), ma se ci si abbandona ad essa in modo grave
e prolungato, con desideri di mali e di vendetta contro il prossimo, può essere
valutata anche come peccato mortale. E' certo, comunque,
che l'ira ostacola non poco la vita spirituale e di unione con Dio, togliendo
soprattutto il raccoglimento e la pace interiori, così indispensabili per
l'intimità con Lui. Comprendiamo meglio, allora, l'esortazione di S. Paolo:<Non tramonti il sole sopra la vostra ira. E non date
occasione al diavolo.... Scompaia da voi ogni
asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza> (Ef 4,
26).
2. L'ira, poi, deforma e distrugge l'opera di
Dio nell'uomo. Dio ha impresso nell'animo umano la ragione e l'intelligenza, ma
sotto il ciclone dell'ira l'uomo può dirsi ancora un
essere intelligente e ragionevole? Non somiglia allora più ad un animale bruto
o addirittura ad un demonio? Che cosa resta di
veramente umano in un uomo dominato e travolto dall'ira? L'ira è una pazzia in
forma furiosa, anche se momentanea.
3. Ma non basta.
Dall'ira proviene ogni sorta di mali: dalle orribili bestemmie (veri sputi in
faccia a Dio!) alle risse, dall'asocialità (l'uomo è stato creato come essere socievole) ai delitti più gravi. <Mantice per
il carbone e legna per il fuoco, tale è
l'attaccabrighe (=la persona irosa) per rattizzare le liti> (Pr 26, 21) Quante volte abbiamo dovuto amaramente pentirci
e rimpiangere parole ed atti inconsulti e dannosi compiuti in un eccesso
d'ira?! In una famiglia un clima di facile e quasi continua irascibilità lascia
stigmate dolorose e turbe nervose nei figli, anche perchè
l'ira è un male estremamente contagioso. Pensate,
infatti, com'è difficile mantenersi calmi dinanzi al comportamento violento ed
aggressivo di certe persone...
La
frequenza e la facilità delle nostre cadute in questo vizio dell'ira non deve scoraggiarci, quasi ché fosse impossibile superarlo. Se
fosse davvero impossibile, Gesù
non ci avrebbe raccomandato:<Imparate da me che sono mite ed umile di
cuore!> (Mt 21,29).
La
mitezza o mansuetudine è la virtù tipicamente e luminosamente evangelica, che
frena i moti disordinati dell'ira ed imprime in noi i tratti fisionomici di Gesù, Agnello mansueto di Dio. E' la virtù dell'ordine,
dell'armonia, della bellezza spirituale, vero e prezioso frutto dello Spirito
Santo in noi:<Il frutto dello Spirito è amore, gioia,
pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé> (Gal 5,
22).
Per
questo l'Apostolo non si stancava di raccomandare ai primi cristiani (e a noi):<Rivestitevi, come eletti di Dio, santi ed amati, di
sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza,
sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di
che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi> (Col 3, 12-13). In una
parola: la mitezza è il ”biglietto da visita del vero cristiano”. E si riconosce dai seguenti tratti: alle ingiurie e alle
offese che eventualmente riceve non risponde, non si risente esternamente e nel
cuore non perde la pace, anzi si sforza di superare ogni risentimento. Risponde
sempre con amorevolezza, pacatezza e cortesia. E' pronto a ricambiare col bene
chi gli fa del male. Nelle traversie fisiche e morali mantiene
costantemente serenità e pazienza ecc. ecc.
A
questo punto potrei anche intuire un'obiezione in qualcuno di voi: “Ma mettendo
in pratica il Vangelo su questo punto si rischia per passare da deboli e da
stupidi!”. E' vero, invece, proprio il contrario: è la mitezza o dominio di sé
la vera forza dell'uomo ragionevole ( e per di più credente), mentre gli scoppi
d'ira, lo sbattere le porte, il battere pugni sul tavolo, il gridare come
ossessi sono segni evidenti di debolezza psichica e morale. Nessuno, infatti,
ammira la terribile forza di un energumeno scatenato in un reparto di un
ospedale psichiatrico, perchè si tratta di una forza
solo apparente, brutale, devastatrice per sé e per gli altri... La fortezza
umana e cristiana è ben altra cosa e trova un modello ineguagliabile in Gesù Crocifisso e nei martiri. E
chi di noi, se siamo sinceri, non può dire di avere ammirato chi, in
circostanze difficili, ha saputo mantenersi calmo e sereno, mentre abbiamo
certamente provato un senso di disagio, di pena, di repulsione e forse anche di ilarità (vicina al disprezzo) per le smanie di un
collerico o di un rissoso?
Conclusione:
Uso le parole stesse dell'Apostolo Pietro:<E' una
grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente; che
gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la
sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti
siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio,
perchè ne seguiate le orme: egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi,
e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che
giudica con giustizia.....> (1Pt 2, 19 – 23).
E con l'esempio di Gesù quello dei
santi, come un S. Francesco di Sales, pare di
temperamento collerico, ma maturato nel quotidiano e perseverante sforzo della
virtù, che si era imposto come regola impreteribile
di non lasciarsi mai scappare una parola, quando l'animo suo non fosse in
perfetta calma. Una volta un nobile, invelenito contro il santo per non so quale motivo, si portò sotto la finestra gridandogli ogni
sorta di ingiuria, aiutato dai servi che aveva con sé. Ma il Santo, dentro, non
si mosse neppure per vedere chi fosse. Allora quel
gentiluomo(?) s'infuriò a tal punto che gli salì in casa e andò a vomitargli la
sua rabbia persino in camera. Ma il Santo rimase calmo
e non aperse bocca. Ascoltava e taceva. Infine quel disgraziato, piuttosto
avvilito, se ne andò. Qualcuno, a conoscenza di questa
triste scenata, domandò a Francesco come avesse potuto
frenarsi in quella situazione. E il santo Vescovo
rispose:<Dovete sapere che io e la mia lingua abbiamo fatto un patto che non
possiamo mai più infrangere: che quando il mio cuore è agitato (santità non è
insensibilità!), la mia lingua debba sempre tacere e possa incominciare a parlare
solo quando il mio cuore è tornato in perfetta calma. Che
avrebbe giovato il mio parlare, quando l'altro era fuori di sé e non mi capiva?
Il mio silenzio fu quello che lo indusse al silenzio. In poche parole egli
tornerà da me a chiedere perdono, e se egli non verrà andrò io da lui e lo
pregherò di perdonarmi> Il Santo non si sbagliò,
poiché il gentiluomo ritornò davvero a chiedergli scusa...
A me
basterebbe che prendeste come proposito di contare fino a 10, prima di
rispondere a qualche persona aggressiva! Un filosofo aveva consigliato ad
Augusto (e siamo ancora in epoca pagana, ma il buon senso è di tutti i tempi!)
di non prendere nessuna decisione, quando si sentiva adirato, prima di aver
pronunciato a bassa voce tutte le lettere
dell'alfabeto.
Voglio
chiudere con l'esempio di un'altra Santa, Giovanna Francesca di Chantal. Rimase tragicamente vedova, fu obbligata da suo suocero,
uomo aspro e severo, ad andare ad abitare con i suoi figlioletti nel suo
castello, minacciando altrimenti di diseredarli. Lì, per sette anni e mezzo, fu
vittima di una servente, che possedeva la confidenza del vecchio signore e si
sentiva la padrona incontestata della situazione. La serva-padrona non risparmiava ingiurie a Giovanna, che, impotente, doveva
assistere al dissiparsi anche economico e amministrativo della casa, totalmente
in balia di quell'energumena. La quale le lesinava ( a lei che in fondo era la padrona e la signora!)
anche il necessario per vivere, negandole persino il permesso (!!) di dare da
bere a un messo senza chiederlo a lei.... Essa imponeva che non vi fosse
distinzione tra i propri figli e quelli della baronessa de Chantal, la quale,
non contenta di serbare silenzio e pazienza, si vendicò nel modo insegnato dal
Vangelo: facendosi maestra di scuola e serva dei figli di quella donna. Nel
tempo stesso dimostrava al suocero tutto quel riguardo che può
ispirare un affetto filiale, senza mai lasciarsi sfuggire un minimo lamento.
Così agiscono i Santi ad imitazione di Gesù. Così
dovremmo agire noi.... almeno da lontano!