I Sacramenti

 

Sacramento: giuramento, cioè impegno preso solennemente, con formula determinata e con vincolo religioso; cioè ci si appella al giudizio di Dio con questa formula: “mi punisca Dio se non mantengo la promessa”. In questo modo si rende sacra la promessa.

Cristianamente parlando i Sacramenti voluti dal Signore sono sette e sottolineano gli impegni importanti della vita del cristiano. Con essi la vita divina in noi nasce, cresce, riceve la guarigione dal peccato mortale e veniale, il dono della missione familiare o sacerdotale, la forza per affrontare la sofferenza e la malattia. Cerchiamo di prendere coscienza che la vita terrena è una piccolissima parte della nostra esistenza che è eterna, essa ci viene data per esercitarci a vincere il nostro egoismo, compiendo la missione che Dio affida a chi accetta di vivere da figlio suo e, così facendo, raggiungere la vera felicità: imperfetta su questa terra e perfetta nel Regno dei Cieli.

Con i primi tre Sacramenti, Battesimo, Cresima ed Eucaristia o Comunione, inizia la partecipazione alla natura divina. Noi, per dono di Dio, tramite Gesù Cristo, siamo invitati a non vivere secondo la nostra intelligenza umana, che è limitata alle cose terrene, ma lasciandoci guidare dallo Spirito Santo, a vivere secondo la saggezza Divina. Ricevendo questi tre Sacramenti dichiariamo dinanzi a tutti che ci impegniamo a pensare, parlare ed agire da seguaci di Cristo, come ha detto di se stesso san Paolo:”Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Il Vangelo nel credente deve diventare vita vissuta quotidianamente. Dice Gesù:”Chi mi ama, osserva i miei Comandamenti. Chi mi vuol seguire prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” Il peccato mortale, che appunto crea una situazione di inimicizia con Dio, nasce dal fatto che preferiamo le cose di questa terra al sacrificio necessario per compiere le cose giuste secondo Dio, che è verità eterna. In ogni Sacramento il credente esprime l’impegno a vivere da seguace di Cristo sia con le opere, sia partecipando ai momenti liturgici o preghiere. Il Vangelo nel credente deve diventare vita. Questo impegno si prende con Dio, con se stessi e con il prossimo (Chiesa, cioè popolo di Dio). Gli altri devono sapere la scelta di vita che abbiamo fatto, che cioè abbiamo scelto di vivere secondo i Comandamenti di Dio e che siamo disposti ad aiutare gli altri nella misura che possiamo e se sono veramente bisognosi. In sintesi: all’invito di Dio Padre, l’uomo risponde con una promessa solenne, con la formula stabilita dalla Chiesa gerarchica e Dio dà la sua grazia. L’alleanza tra Dio e l’uomo diventa operativa. Il credente, guidato dallo Spirito Santo, vive nella verità di Dio, libero dalla schiavitù dei propri istinti, dalla cattiveria del suo cuore, dal suo egoismo e dalle azioni peccaminose. Avendo scelto di fare la volontà di Dio, accetta la croce, si libera dalla paura di perdere i beni terreni e vive nella pace, perché sa con la certezza della fede che, comunque vadano le cose di questa terra, il Paradiso sarà suo. Attraverso i Sacramenti è unito in maniera reale a Cristo sofferente e glorioso.

I documenti della Chiesa fanno notare che è necessaria una adeguata conoscenza della Parola di Dio e una vita senza abitudini peccaminose; ecco perché è fondamentale la presenza alle funzioni liturgiche. La liturgia è la prima e indispensabile fonte per attingere il genuino spirito cristiano, che messo in pratica, è fonte di vita divina, che poi annunceremo agli altri. Il cristianesimo è annuncio e testimonianza.

 

 

BATTESIMO

 

Il Battesimo o immersione (S. Giovanni Battista battezzava facendo entrare nell’acqua del fiume) o lavacro o purificazione, è il segno che si accetta il dono di Dio Padre, che ci eleva alla dignità di figli suoi, ci fa diventare fratelli di Cristo ed eredi dell’eterna beatitudine divina. E’ quindi l’impegno preso solennemente di non voler vivere più a modo proprio ma secondo Dio. Impegno che rinnoviamo ogni volta che facciamo il segno di Croce. Ricevendo il Battesimo (parliamo degli adulti), si risponde positivamente al dono di Dio. E’ una risposta personale ed è la più impegnativa dell’esistenza umana che presuppone una autentica fede dimostrata con il proprio modo di vivere non più da essere umano ma da cristiano. A noi che siamo stati battezzati da bambini tocca il doveroso compito di conoscere sempre meglio la parola di Dio per viverla sempre di più. Solo così il Sacramento raggiunge in noi la sua piena realizzazione e diventa salvezza. Gesù riceve il Battesimo per dichiarare che vuole vivere da Figlio di Dio in ogni circostanza della sua vita, anche nei momenti dolorosi. E’ l’esempio da imitare. Se imitiamo Cristo veniamo liberati dal peccato originale che ci spinge a vivere a modo nostro e a dare eccessiva importanza al godersi la vita terrena senza porre alcun freno agli istinti. Imitando Cristo diventiamo creatura nuova.       

 

 

CRESIMA O CONFERMAZIONE

 

Cresima = unzione con l’olio mescolato a sostanze aromatiche e benedetto.

I confermati sono riempiti di Spirito Santo, perché ricevendo i suoi doni (Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio) vivano da figli della Luce. Questi doni, che sono disposizioni permanenti che rendono l’uomo docile ai suggerimenti dello Spirito, si acquistano con l’aiuto Divino e con l’impegno personale. Ecco perché si richiede lo stato di grazia, cioè vivere ordinatamente senza peccato mortale. Il Vescovo, durante la funzione religiosa, dà un leggero schiaffo, usanza medievale, per significare che bisogna affrontare i sacrifici necessari per mantenere l’impegno preso, testimoniando con la vita e con le parole la nostra fede. Se camminiamo nella via del Signore, come abbiamo promesso, ne avremo i frutti: amore, dominio di sé, gioia spirituale (anche se non sensibile), pace, pazienza, ecc.

 

Conosci i doni dello Spirito Santo?

 

SAPIENZA: aiuta a distinguere il bene dal male; a capire lo scopo della vita; illumina ed orienta.

 

INTELLETTO: ci fa leggere in profondità i fatti della vita; ci aiuta a valutare tutto alla luce della Parola di Dio e non secondo la nostra mente.

 

CONSIGLIO: è disponibilità a seguire i suggerimenti di Dio dati al nostro cuore. Nella Bibbia la parola consiglio ha questi significati: Disegno, Progetto, Piano divino per la nostra salvezza.

 

FORTEZZA: è costanza, tenacia, resistenza alla sofferenza e perseveranza nei propositi.

 

CONOSCENZA o SCIENZA: nella Bibbia vuol dire: comprendere attraverso l’esperienza dell’amore. E’ quindi l’amorevolezza che porta ad apprezzare Dio e il prossimo.

 

PIETA’: questa disposizione rende l'anima sensibile a tutto ciò che lo circonda. Inoltre, pieni di sottomissione filiale. la pietà ci fa accettare la volontà di Dio, anche quando non ci piace, perché ciò che accade ubbidisce alla volontà di Dio.

 

TIMORE di DIO: non è paura, ma prendere sul serio la Parola di Dio per metterla in pratica. 

EUCARESTIA O COMUNIONE

 

E’ alleanza con Gesù, figlio di Dio, per vivere secondo il suo esempio. Dice Gesù: “Chi si nutre di me, s’impegna a vivere come me, ed avrà la vita eterna”. Egli prende le apparenze del pane e del vino per farci capire che come è necessario il cibo terreno per la nostra vita terrena (perché la sola volontà non basta), così è necessario nutrirci di Lui (come insegnamento e come Sacramento) per vivere la nostra vita divina e non più umana. Il cristiano divenuto così membro della Chiesa, che è famiglia di Dio, non appartiene più a se stesso, quindi non vive più guidato dall’egoismo. Si è impegnato e fa di tutto per mantenere la promessa fatta, ad ubbidire a Dio, che è verità infallibile e fonte di felicità, e a i suoi rappresentanti (Papa, Vescovi, Sacerdoti). E’ Gesù che dice: “Fate quello che i Dottori della legge (quelli, cioè, che conoscevano bene la Parola di Dio, e oggi sono i Sacerdoti) v’insegnano e non quello che fanno loro”. Infatti non tocca a noi giudicare la vita degli altri. Infine, il vero cristiano, per amore di Dio, vuole il bene del prossimo anche a costo del proprio sacrificio, senza volere ricompense terrene né da Dio né dagli altri.    

 

 

 

CONFESSIONE O RICONCILIAZIONE

 

La misericordia di Dio

Cominciamo con l’intenderci su due parole.

Misero è colui che fa compassione; inadeguato al compito che ha da svolgere; infelice.

Misericordia è il sentimento di pietà che spinge a soccorrere o a perdonare.

Dio vuole il bene delle sue creature. E’ consapevole della nostra incapacità di conoscere ciò che è veramente giusto per noi, perciò viene in soccorso di questa miseria umana comunicandoci (rivelazione) come è giusto vivere per raggiungere la felicità eterna.

Chi è schiavo dei piaceri terreni non riuscirà mai a dare una risposta alla domanda: da cosa posso comprendere che Dio mi ama?

Propongo questa riflessione: mi sono accorto che il medico vuole il mio bene, cioè la mia salute, quando mi dice di non fumare, di non mangiare fritture, di condurre una vita regolata, ecc, Queste norme sono necessarie per conservare o riacquistare la mia salute. Perciò l’ho ringraziato e gli ubbidirò, anche se mi dovesse costare fatica e sacrifici.

Similmente, i genitori che vogliono il vero bene dei loro figli, non li devono viziare allorché chiedono cose non giuste, in quanto l’educazione è il dono più bello che devono dare ai figli. Fare ciò che è giusto, anche quando non ci piace, ci permette di vivere da persone umane e ragionevoli. Saremo ben voluti dagli altri perché non daremo fastidio in quanto bene educati.

Allo stesso modo Dio ci da le norme di comportamento necessarie per vivere sereni e felici.

I Dieci Comandamenti sono il segno concreto della misericordia di Dio. Il segno del suo amore per noi. Chi vuole essere realmente cristiano deve pregare così: Ti ringrazio mio Signore perchè mi hai insegnato ciò che per me è giusto fare. Ti prometto di vivere osservando i tuoi Comandamenti (sempre e tutti!!!), costi quel che costi.

Il credente riflette spesso sulla Parola di Dio per accettarla e metterla in pratica.

La Legge, data da Dio a Mosè, non potrà mai essere modificata in quanto è verità eterna.

 

 

 



Megjugore 25 Agosto 2001

La SANTITA' sia al primo posto nei vostri pensieri e in ogni situazione, nel lavoro e nei discorsi, così la metterete in pratica un po' alla volta. Pregare è decidersi per la santità. Non legatevi alle cose materiali. La vita terrena è passeggera come un fiore.

 

 

Il Decalogo o I dieci insegnamenti, ovvero

         I dieci comandamenti di Dio

Io sono il Signore tuo Dio. Cioè sono colui che ti guida al bene. Non avrai altro Dio, cioè altra guida ,oltre Me.

Non nominare il nome di Dio invano. Cioè non ti ribellare nel momento della prova, perchè essa è giusta.

Ricordati del giorno del Signore, per santificarlo. Per sei giorni farai ogni tuo lavoro, ma il settimo è il giorno del Signore: non farai alcun lavoro né tu né la tua famiglia, poiché il Signore ha benedetto questo giorno dichiarandolo sacro.

Onora tuo padre e tua madre. Infatti per i figli non è altrettanto naturale amare i genitori.

Non uccidere.

Non commettere atti impuri.

Non rubare.

Non dire falsa testimonianza.

Non decidere di prendere ciò che non è tuo.

Non decidere di sedurre chi non è il tuo coniuge.

                                                                          

 

Il perdono

Perdonare significa liberare dalle conseguenze che derivano dall'essere in colpa. Perdonare vuole dire anche non portare rancore, non cercare vendetta pur difendendosi da chi ci vuole male.

E' Gesù che dice: “Convertitevi (=cambiate modo di vivere), altrimenti perirete”. Parlando di Giuda disse:Era meglio per lui che non fosse mai nato!”. Gli angeli ribelli, i demoni, sono finiti tutti all'Inferno.

Amare il nemico, inteso come colui che ti provoca del male, significa:

non portare rancore (è Dio che ci mette alla prova utilizzando la libera scelta di cattiveria degli altri);

evitare le occasioni e gli atteggiamenti che potrebbero provocarlo;

aiutarlo, se è nel bisogno;

difendersi quanto è giusto;

riaccettarlo, se è possibile, quale amico se diviene una brava persona.

 

PREGHIAMO:

Ti ringrazio, Signore, per la tua Parola.

E' il segreto per la felicità alla quale tutti siamo chiamati.

Maria, Madre del Signore, che meditavi le parole e i fatti di Gesù, voglio imitarti perchè ci sia in me la Pace del Signore.

 

                                              

Il peccato

Per peccato si intende l’errore, il vizio, la trasgressione volontaria di norme giuste.

 

Il peccato di pensiero o desiderio

La tentazione che ci passa per la mente non è peccato, anzi rifiutandola rafforziamo la nostra fede.

È peccato decidere di fare un’azione cattiva che poi magari non riusciamo a compiere. Se ci si pente, nella confessione si dovrà dire volevo commettere questo peccato. Ora ho cambiato idea perché intendo vivere a modo di Dio.

Non è peccato giudicare una persona: nel senso che, se ha trasgredito un comandamento di Dio, ha certamente agito male. Per il resto non posso sapere quanto sia colpevole dinanzi Dio.

Non è peccato avere dei sospetti su una persona. Ma questo deve spingermi esclusivamente ad essere prudente. Per esempio: ho il sospetto che una persona sia poco onesta, nell’incontrarmi con lei, starò attento a custodire meglio le mie cose così da non essere derubato nel caso fosse realmente un ladro.

 

Il peccato veniale

Lo si commette per mancanze non gravi: giungere in ritardo alla S. Messa; uno scatto di nervi; disubbidire ai genitori; compiere piccoli gesti di egoismo. Il peccato veniale non è certo una bella cosa, ma non ci toglie l’amicizia con Dio.

 

Il peccato mortale

Ci troviamo in tale tipo di peccato, allorché non si è osservato uno o più Comandamenti. Tale grave disubbidienza a Dio provoca la morte spirituale in quanto ci si rifiuta di compiere ciò che è giusto, perdendo, appunto, l’amicizia con Dio che è il Giusto per eccellenza.

 

Il peccato di omissione

Commettiamo questo tipo di peccato allorché  ci facciamo vincere dal nostro egoismo, non compiendo il bene che era giusto fare. È bene aprire gli occhi su tale realtà: se non compiamo tutto il bene che è nelle nostre possibilità fare, andremo all’Inferno. E’ parola di Gesù. Per avere le idee più chiare su questo delicato argomento, è bene consultare un Sacerdote.

 

Il pentimento o penitenza

Pena significa purificazione. Con punire s'intende rendere puro, in quanto ha riparato lo sbaglio.

Il pentimento si ha allorchè si ripari liberamente il male compiuto, nei limiti del possibile. Chi decide di pentirsi deve impegnarsi a cambiare seriamente la propria vita ed a riparare il male compiuto.

Il peccato mortale, se si ha fede e buona volontà, può e deve essere eliminato subito. Se realmente vogliamo prendere questo impegno con noi stessi e con Dio, è bene confessarsi.

 

Conversione

Sta ad indicare il mutare natura: cambiare idea e vita; dal male volgersi al bene. Costituisce la conclusione logica e ragionevole di chi vuol comportarsi nel modo giusto secondo l'insegnamento di Gesù.

 

 

 

Il sacramento della confessione o della Riconciliazione

Confessare vuol dire riconoscere di avere sbagliato. Se ho fatto una scelta di bontà, farò di tutto per non sbagliare ancora.

E' Gesù che ha voluto questo Sacramento.

Nel Vangelo di Giovanni (20, 23) è scritto: “A chi perdonerete i peccati saranno perdonati; a chi non li perdonerete, non saranno perdonati”. Nel momento della confessione il Sacerdote è l'autentico rappresentante di Cristo e della Chiesa.

Perchè il Sacramento sia tale, il cristiano deve:

riconoscere di avere sbagliato;

essere sinceramente pentito;

essere veramente convinto che farà di tutto per non ricadere nel peccato mortale.  

In caso contrario, l'assoluzione che il Sacerdote dà non ha alcun valore: in peccato si era e in peccato si rimane!

Alcuni pensano che ricevendo l'assoluzione ci si ritrovi automaticamente in grazia di Dio tanto da poter fare subito la comunione, ciò fatto ..... si potrà tranquillamente continuare a peccare. Non è affatto così! Dio ci perdona soltanto se smettiamo di peccare.

Alla donna peccatrice Gesù dice:”Va e non peccare più”. Il peccato mortale ordinariamente, lo si commette non per debolezza, ma in quanto preferiamo pensare e comportarci come meglio ci pare e piace. Ne è significativa l'espressione: la carne è debole! La debolezza umana e la superficialità con cui si decide di vivere sono due cose diverse.

Dicevano i nostri antenati: volere è potere!

Gesù dice:”Pregate per non cadere in tentazione”. Chi è di buona volontà cerca di convincersi ad evitare l'occasione del peccato. Si sforza di persuadersi che Dio ha ragione e, quindi, fa propositi concreti per eliminare la causa del suo peccato. Questo significa pregare.                       

 

 

LA VOCAZIONE

 

Dio indica a ciascuno di noi la strada più facile da percorrere per vivere concretamente l’amore verso il prossimo, mentre noi vorremmo vivere esclusivamente per noi stessi e per le persone a noi care. Questo atteggiamento non è altro che puro egoismo! Se veramente intendiamo fidarci di Dio, se vogliamo veramente il nostro bene eterno, la preghiera da fare, spesso e volentieri, è: Signore, fammi capire quale missione mi affidi e ti dirò di sì a costo di qualsiasi sacrificio.

Un giovane universitario, alla domanda se volesse diventare sacerdote, rispose:” per il momento non sento questa chiamata, ma se il Signore mi dovesse chiamare gli risponderò di sì”.

Quando si è cristiani, si ragiona da cristiani!

 

Come individuare la propria vocazione. Ovvero, consigli per chi è di buona volontà.

 

Se Dio ci chiama alla vita consacrata (suora o sacerdote) ci mette nel cuore questo desiderio, senza peraltro annullare il desiderio umano di formarci una famiglia. Chi ha fede abbraccia la vita consacrata. Se il Signore non indica questa strada, all’età giusta, senza fretta, dopo essere diventati padroni di se stessi (non commettere atti impuri; non desiderare la persona d’altri) si darà da fare per formare una famiglia cristiana. Cercherà, dunque, di trovare una persona con la quale condividere ideali e sentimenti di vita. Cercherà di conoscerne spassionatamente il carattere, ascoltando anche il parere di altri che la conoscono. Dal canto suo, sarà sincero per manifestare quello che realmente è. Insieme si sforzeranno di amalgamarsi, concordando preventivamente come voler condurre la loro prossima esistenza insieme. Chi invece si fidanza per potere provare sensazioni emotive e sessuali, appartandosi per potere creare l’occasione del peccato, non cammina certo nella via del Signore. Se ci si accorgesse che esiste ben poco da condividere, nell’ottica di un autentico volere il bene reciproco, bisogna avere il coraggio e la forza di lasciarsi, anche se ciò costa sofferenza a uno dei due o a tutti e due.

Formare una famiglia è un impegno serio; è rendere un servizio alla vita. Come si vede, bisogna essere estremamente accorti nella scelta del coniuge. Tuttavia non bisogna pensare al matrimonio come ad un paradiso in terra o l’ambiente dove potere dare sfogo ai propri desideri terreni. Non bisogna mai dimenticare che nella nostra vita esiste sempre una croce da portare: quella giusta, voluta da Dio, per ciascuno dei suoi amati figli. Per il nostro bene eterno! Chi non accetta questa realtà, non avrà mai la pace!

Come servizio alla vita, si accoglieranno i figli che Dio vorrà affidare alla coppia, per educarli e non certo per viziarli.

Il tenore di vita dei coniugi dovrà essere quello indicato da Gesù: “Beati i poveri (in senso cristiano)”. Ciò vuol dire che occorre usare per la propria famiglia i beni terreni, che Dio ci ha affidato, nella misura giusta secondo Dio. Ciò ci consentirebbe di essere generosi con i bisognosi.

Se il Signore “mette il bastone fra le ruote”, si rimarrà singoli, o perché il coniuge abbandona il tetto coniugale o perché non si trova la persona giusta da sposare, od anche per impedimenti fisici o diversità fisiche e psichiche. Il vero credente accetta tali situazioni con serenità in quanto si tratta non della sua cattiva volontà bensì della volontà del Padre!

Il credente singolo vivrà l’amore verso il prossimo, badando a se stesso quanto è giusto ed ai propri parenti se è necessario. Per il restante si darà da fare nell’aiutare i bisognosi. In tale comportamento sarà bene che inizi dalla propria parrocchia, che non è altro che la propria famiglia ecclesiale.  

Taluni non si lasciano guidare per nulla da Dio nelle scelte della loro vita in quanto non vogliono maturare affettivamente e pensano che sposandosi avranno di che riempire il loro cuore e non dovere vivere nella solitudine. Alcuni coniugi reclamano il diritto ai piaceri sessuali  al di fuori del contesto del servizio alla vita come progettato da Dio. Altri, fallito il matrimonio, non accettano una tale prova e si credono in diritto di formarsi una nuova famiglia. Tali comportamenti sono tutti sbagliati: si è cristiani se si vive da cristiani! Non sono ammessi interpretazioni diverse, più o meno fantasiose o progressiste, né tanto meno sono prevedibili sconti a nessun titolo.

N.B. Contemplare Gesù, imparare da Lui, imitarlo, seguirlo nella Sua vita, nella Sua sofferenza, nella Sua morte. Questo vuol dire mettere Dio al primo posto!

 

Amare o Innamorarsi

 

Amare vuol dire: voglio, con le parole e con le opere, il bene di una persona, perché ho deciso di coltivare nel mio cuore sentimenti di bontà.

Volere il bene di tutti, anche del nemico, è segno di equilibrio interiore e ci permette di vivere sereni.

Amare vuol dire: non volere e non procurare danni agli altri; aiutare chi è nel bisogno (non il vagabondo!); difendersi, se necessario, ma senza portare rancore.

Non è segno di equilibro emotivo offendersi; quando gli altri ci offendono noi dobbiamo esercitare la capacità che abbiamo di ragionare, per cui se abbiamo sbagliato dobbiamo stare attenti a non ripetere l’errore, senza sentirci umiliati; se non abbiamo commesso nulla di male, dobbiamo restare nella pace, anche se gli altri non ci credono.

Il sentimento dell’amore, cioè la scelta di vita che ogni cristiano fa di volere il bene degli altri, va coltivato e vissuto nei confronti del proprio coniuge anche quando non si comporta bene, anche quando la nostra simpatia umana per l’altra persona viene meno.

Gli sposi spesso e volentieri dimenticano di avere preso l’impegno con Dio di volere il bene del proprio coniuge!

Infatti la formula del matrimonio dice:”Io prendo te come coniuge “ , viene cioè sottolineato l’impegno personale preso con Dio di versare tutto il proprio amore sull’altro coniuge per compiere la missione che Dio ci affida per guadagnarsi la felicità eterna, non terrena.

Ogni sacramento (cioè momento sacro, momento d’impegno di vita cristiana) è il segno della promessa personale, davanti a Dio e alla comunità cristiana, di volere vivere da figli di Dio e non a modo nostro, senza lasciarci condizionare dal comportamento degli altri.

Ecco perché il legame del matrimonio non può essere sciolto:”L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” Se il matrimonio fosse un contratto tra due persone allora sarebbe giusto scioglierlo quando uno dei due viene meno all’impegno preso. Gesù Cristo, verità eterna, ci ha insegnato che il matrimonio è indissolubile.

Ecco perché, chi vuole vivere con serietà e da cristiano, si prepara al matrimonio anzitutto educandosi all’amore vero ed esercitandosi al dominio dei propri impulsi e dei propri istinti.

Il dominio di sé ci permetterà di avere gli occhi aperti per valutare con serenità  e serietà se è opportuno accettare nella nostra vita un’altra persona per formare una famiglia cristiana.

Il fatto è che ci si sposa con enorme superficialità; con facilità ci si trova l’amante, perché “al cuore non si comanda…”; così alcuni si giustificano. La verità è che non pochi di quelli che a parole si dichiarano cristiani in realtà ignorano l’insegnamento di Cristo perché la loro principale preoccupazione è quella di godersi questa vita terrena, seguendo i loro istinti, perché pensano che sia il modo migliore per essere felici, e pensano che tutto sommato Cristo li inviti a fare sacrifici senza un motivo giusto.

Non accettando Cristo, che ci indica la via per raggiungere la vera ed unica felicità possibile, il fidanzamento non viene vissuto come esercizio al dominio di sé e come conoscenza spassionata dell’altra persona, ma come momento di attrazione da vivere intensamente e spensieratamente. Guai se i rispettivi genitori o parenti o veri amici si permettono di fare delle osservazioni. Dopo il matrimonio, quando i difetti divengono insopportabili, ci si giustifica sostenendo che prima era impossibile conoscere il carattere dell’altra persona. In realtà, accecati dal proprio egoismo ed immaturi affettivamente e senza una vera fiducia in Cristo, non si è fatto nulla per conoscere il carattere dell’altra persona, volendosi illudere che poi tutto sarebbe andato bene.

Chi è causa del suo male, pianga se stesso!

Ci sono casi in cui il matrimonio è riconosciuto nullo, i motivi sono elencati dal diritto canonico. In questi casi, dopo l’atto di annullamento, si è liberi e cristianamente parlando è lecito pensare al matrimonio con una persona diversa dalla precedente. E’ anche lecita la separazione a tempo indeterminato dei coniugi. Infatti nessuno è tenuto ad essere schiavo o vittima dell’altro coniuge.

La separazione deve aiutare a riflettere sui motivi di questa separazione. Per modificare se stessi in quello che c’è di sbagliato nel proprio modo di vivere. La separazione non dà diritto a trovarsi un altro coniuge. Il vero cristiano sa che l’amore coniugale non è necessario alla nostra vita terrena.

Dio, infatti, ci può indicare come via che conduce alla felicità eterna sia la vita consacrata a Lui, sia la vita coniugale, come servizio alla vita e non come godimento della vita terrena, sia la vita da singoli, per dedicare le ore libere dal lavoro al servizio dei nostri fratelli bisognosi. L’amore al prossimo lo devono vivere anche le persone sposate, dando quanto è giusto, secondo Dio, di tempo e di denaro alla propria famiglia e quanto è giusto, secondo Dio, agli altri, nostri fratelli in Cristo.

Inoltre, quando i motivi che hanno portato alla separazione sono stati superati, è da cristiani ricomporre l’unione familiare.

 

L’innamoramento è frutto del nostro istinto, ci procura una sensazione di gioia quando stiamo con la persona amata se ricambia il nostro amore; di dolore se ci rifiuta. La capacità che abbiamo di innamorarci deve essere tenuta sotto controllo sia per evitare le così dette pene d’amore, sia per non sconfinare nella gelosia, sia per dominare il proprio egoismo. Infatti nella fase dell’innamoramento, si ama se stessi nell’altra persona; si vuole la propria gioia. Si è gentili e premurosi, non per il bene dell’altra persona, ma per non perderne l’affetto. Ecco perché, attraverso la preghiera autentica, ognuno di noi deve educarsi e passare dall’innamoramento all’amore. Allora è possibile rispettare la libertà degli altri, per cui, se la nostra presenza non è gradita, avremo la forza di rinunciare alla persona di cui ci siamo innamorati. Anche nel matrimonio bisogna coltivare l’equilibrio affettivo, perché Dio ci può togliere le persone care quando è giusto che ciò avvenga e noi dobbiamo essere pronti al distacco. Ecco allora due ritornelli che vanno ripetuti spesso e condivisi: “Posso vivere da solo; tanto meglio se con la persona amata”. “Devo volere il bene degli altri e non il mio egoismo”.

Pregando così non si annullano i nostri sentimenti umani, ma vengono tenuti sotto controllo per vivere la propria vita affettiva con serenità. Diversamente, quando si perde la persona amata, si soffre più o meno atrocemente. L’egoismo porta sofferenza e disperazione, ecco perché Dio lo condanna!

I sentimenti cristiani, proprio perché non fanno parte dei nostri istinti, vanno conquistati con l’aiuto di Dio, che c’è sempre, e con la preghiera costante per convincerci a non affezionarsi egoisticamente agli altri. Gesù trascorre quaranta giorni nel deserto, vive solo con Dio  e così si esercita a non dipendere dagli altri. Poi ha affrontato la vita accettando l’amicizia di chi gli ha voluto bene, ma non si è turbato più di tanto per l’ingratitudine di tanti o per le calunnie subite o per il comportamento errato di Pietro o per il tradimento di Giuda. Gesù ha voluto il bene degli altri, si è nutrito dell’amore di Dio, è vissuto sereno.

 

Preghiamo come ci ha insegnato San Francesco di Assisi

Oh! Maestro, fa' che io non cerchi tanto
Ad esser consolato, quanto a consolare
Ad esser compreso, quanto a comprendere
Ad essere amato, quanto ad amare
Poiché
Sì è: Dando, che si riceve,
Perdonando, che si è perdonati,
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.

 

L’AMORE DI GESU’ deve riempire il nostro cuore per non essere schiavi degli affetti umani.

Perciò chi ama compie sempre il proprio dovere e non si lamenta dell’ingratitudine umana. Chi ama non vuole avere, ma soltanto donare. Quanto più scegli e ti convinci a volere il bene degli altri, invece di aggrapparti a qualcuno o qualcosa, tanto più sarai sereno e in pace.

Se credi che ciò sia facile, ti illudi; però non abbandonare questa strada, è l’unica da percorrere . Dio ti aiuterà e arriverai alla felicità. Egli non ti lascia solo nella fatica, ma non si sostituisce a te. Senza Dio non si può fare nulla; senza la nostra collaborazione Dio non può farci vivere con la pace nel cuore.

 

 

Il matrimonio secondo Cristo

 

Sposi al servizio della vita.

 

L’uomo e la donna appartengono alla stessa natura umana; la donna non è inferiore all’uomo.

Se sono animati da buona volontà e si lasciano guidare da Dio e non dai propri istinti possono vivere l’amore verso il prossimo disinteressatamente, senza cioè pretendere nulla dagli altri. Inoltre sono in grado di formare una famiglia cristiana, se Dio affida loro questo compito.

 Ricevendo il sacramento del matrimonio, il cristiano si impegna con Dio a volere il bene del coniuge a costo di qualsiasi sacrificio e anche se non lo merita. Gesù ha detto:”Ama anche il tuo nemico”. La formula del matrimonio, infatti, dice:”Io prendo te come… ecc.ecc.”, cioè è un impegno personale; ecco perché ad una signora che lamentava la cattiva riuscita del suo matrimonio ho detto:”Lei non vuole sacrificarsi per suo marito?” e lei: “Io sì; è lui che non fa nulla per il mio bene!” Allora ho risposto:” Se è così, lei deve dire: il mio matrimonio è perfettamente riuscito, quello di mio marito no! Speriamo che si converta, altrimenti andrà all’Inferno!”

Con il matrimonio ci si impegna a superare l’egoismo, ma l’esame di coscienza ognuno lo deve fare a se stesso. Ciò non vuol dire che non si debba far notare all’altro coniuge ciò che è sbagliato, ma senza pretendere che necessariamente si deve correggere e, senza rancore.

Il matrimonio non esiste per sfrenare i propri istinti sessuali; l’amore è rispetto per l’altra persona, non è violenza sessuale, non è egoismo, non è pretesa, ma intesa, e se ciò non è possibile, è sacrificio: E’ fedeltà e quindi dominio dei propri sentimenti e dei propri istinti.

La sessualità è un aspetto importante, ma non necessario, dell’amore coniugale. Difatti, tra i coniugi, l’unione sessuale non è sempre possibile, e allora bisogna saperne fare a meno. L’amore coniugale è orientato anche alla procreazione responsabile. I coniugi cristiani programmano, lasciandosi illuminare da Dio, quanti figli avere, tenendo conto della loro capacità di educare e nutrire eventuali bimbi, quindi non con il criterio umano: “a mio figlio non deve mancare nulla!”  Viziare i figli vuol dire renderli infelici!

Mai è lecito l’aborto! “Non uccidere!” si riferisce anche all’ovulo fecondato: è già un essere umano!

I genitori cristiani, anche se non avevano previsto questo evento, l’accettano ugualmente con entusiasmo, perché il matrimonio cristiano è servizio alla vita e non al proprio egoismo.

La vita coniugale non deve assorbire completamente gli sposi. Bisogna pensare a se stessi quanto è giusto secondo Dio, per non trascurare i bisognosi. Una eventuale mancanza di figli deve essere vista come l’indicazione di Dio che spinge i coniugi verso una maggiore carità, non solo verso i parenti,  ma in modo particolare verso i poveri. Il cristiano conosce ed accetta l’indissolubilità del suo matrimonio. Quando il dialogo risulta impossibile, si pone l’obiettivo di fare tutto ciò che è possibile per accontentare l’altro coniuge, con serenità, perché vuole guadagnarsi l’amore di Dio e perciò rifiuta sentimenti umani che spingono ad essere dispettosi, e pieni di rancore.

Ciò non vuol dire che rinuncia alla legittima difesa, per cui, se per esempio una donna si ritrova un marito violento, prepotente, ecc., che le rende la vita impossibile, può separarsi dal marito e non commettere peccato. Accetta la croce della solitudine che Dio le manda, non pretende il diritto a formarsi una nuova famiglia, né avere relazioni extra coniugali, perché dinanzi a Dio si è sempre vincolati dall’unione matrimoniale. Lo stesso legame c’è per il marito, se è cristiano.

Chi ha fede accetta le direttive di Cristo, e quando ci sono problemi ne parla subito con il Sacerdote, per avere consigli cristiani.

Quando la Chiesa riconosce che il matrimonio celebrato non era vero e vincolante, i presunti coniugi prendono atto di non essere stati mai marito e moglie e quindi possono sposarsi cristianamente con un’altra persona.

 Chiamiamo “divorziato” chi, separatosi civilmente, decide di formarsi un’altra famiglia, rifiutando l’insegnamento di Cristo. Perciò non può fare la comunione, difatti non è in unione con Gesù: vive a modo suo e non come ci ha detto Gesù.

La vita matrimoniale non è facile, specialmente se ci si illude che l’amore umano, cioè essere amati, può renderci pienamente felici.

La vita è una missione da compiere per guadagnarsi il Paradiso. Il cristiano, perciò, educa se stesso all’amore disinteressato, pensa a fare ciò che è giusto dinanzi a Dio anche quando costa. Certo, durante il fidanzamento, deve cercare di conoscere l’altra persona: il carattere, i difetti, la maturità, se è onesta, se è viziata, ecc. in modo da decidere se accettarla nella propria vita così come è, oppure lasciarsi per non intossicarsi. Perciò bisogna educare i nostri sentimenti, le simpatie, il “cuore”, altrimenti si prende la “cotta” che chiamiamo amore, e allora non si ragiona più.

Se ci riempiamo di Dio, pregando, sarà più facile il dominio dei nostri sensi; sarà più facile rinunciare all’altro, se giusti motivi lo richiedono, o se si è abbandonati o se Dio lo chiama all’altro mondo. La vita coniugale, la vita in genere, non è fatta di sole rose! Ecco perché nelle nostre case l’immagine del Crocifisso non deve essere un ornamento, ma un richiamo costante alla vita cristiana. Nella prova necessaria il credente sa di non essere solo; Cristo è sempre vicino e dà forza, conforto e speranza cristiana. Ciò non vuol dire accettare passivamente la croce. Bisogna cercare di costruire e custodire ad ogni costo la famiglia felice; ma se ciò non è realizzabile, e non per colpa propria, non ci si deve disperare. La disperazione rende insopportabile la croce, e non risolve nessun problema.

Chi, guidato dalla fede, è abbastanza padrone di se stesso e sceglie con la dovuta serietà la propria metà, realizzerà una famiglia cristiana. La vita sarà vissuta con amore vicendevole e ci si aiuterà a portare l’inevitabile croce, fonte di salvezza eterna.

La famiglia come l'ha ideata Dio è un valore, è un bene, è a vantaggio dei coniugi e dei figli. E’ basata sull’amore vicendevole, deve essere una piccola Chiesa: ogni famiglia dovrebbe stabilire un breve momento di preghiera comune, non è possibile dirsi cristiani e poi essere totalmente presi  dalle cose di questa terra da non trovare nemmeno cinque minuti per pregare insieme!

E’ compito dei genitori educare bene i figli, per il bene dei figli e dei genitori stessi.

Bisogna tenere presente TRE REGOLE: dare un ideale; esigere con serenità e costanza; dare l’esempio.  Bisogna inculcare il senso del dovere, cioè fare ciò che è giusto anche se non piace, il senso del lavoro, il senso della responsabilità. Bisogna far capire nei momenti sereni il perché è giusto ubbidire ai genitori, perché è utile scegliere Dio come guida della propria vita. Bisogna insegnare ai figli a vincersi, a superare le piccole difficoltà: quanto più ci si esercita a superare le piccole difficoltà, tanto più sarà facile superare le grandi.

Il bambino nasce egoista, attenti a non assecondarlo sempre, bisogna educarlo anche alla rinuncia.
 

Norme per una “cattiva” crescita dei figli:

·Fin dall’infanzia date al bambino tutto ciò che vuole.

·Non dategli alcuna educazione ed esempio religioso.

·Fate voi quello che dovrebbe fare lui.

·Date tutto il denaro che vi chiede per divertirsi.

·Soddisfate ogni suo desiderio per il mangiare, bere e per tutte le comodità.

·Difendetelo quando si comporta male con gli altri, con gli insegnanti, ecc.

·Fategli vedere sempre la televisione.

·Occupatevi la giornata in modo da non avere tempo per stare e parlare con i vostri figli.

 

…DOPO DI CIO’ PREPARATEVI AD UNA VITA DI AMAREZZE: L’AVETE VOLUTA E NON VI MANCHERA’…!!!

 

Non è questo l’augurio che Gesù rivolge ai genitori che vivono secondo l’insegnamento divino.

                           

 

 

Ordine Sacro o Gerarchia ecclesiastica: uomini al servizio di chi vuole imitare Cristo.

 

Il cristiano, colui che vede la realtà terrena con gli occhi di Dio, sa che esistono tre diverse vocazioni:

formare una famiglia, come servizio alla vita

restare singoli per dedicarsi ai bisognosi

sacerdozio come servizio spirituale all'umanità: annunciare la Parola di Dio, amministrare i sacramenti e guidare verso la Salvezza Eterna.

E' Dio che indica a ciascuno di noi la Missione (o Vocazione) da compiere per il proprio bene e per il bene dei nostri fratelli. Il cristiano ha scelto Dio come guida della sua vita e perciò con coerenza cerca ed accetta la vocazione divina a costo di qualsiasi sacrificio.

Così chi è chiamato al Sacerdozio s'impegna con giuramento sacro a compiere la Missione Sacerdotale. Così Cristo continua a costruire e guidare la Chiesa visibile sparsa nel mondo, perchè è il solo maestro di verità ed esempio da imitare; il sacerdote è il suo portavoce; agisce in nome di Cristo e per volere di Cristo.

E' Gesù che dice agli Apostoli di insegnare ad osservare tutto ciò che ha comandato a loro . Leggi Matteo 28,18-20; Luca 24, 45-48; Giovanni 20, 21.

La validità dell'insegnamento del Sacerdote non dipende dall'onestà della sua vita. Dice Gesù: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei (erano coloro che conoscevano bene la Bibbia, oggi sono i Sacerdoti), quanto vi dicono fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere” (Matteo 23, 2-3).

San Paolo scrive (2Cor 4,5): Noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù.

Per lo stesso motivo i Sacramenti amministrati sono validi anche se il Sacerdote è in peccato. Vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica al nr. 1550. Tuttavia la grazia del Sacramento non si riceve automaticamente , ma è necessario che chi lo riceve, e non il Sacerdote che lo amministra, viva abitualmente senza peccato mortale (Catechismo della  Chiesa Cattolica nr 1310).

Perciò chi riceve un  Sacramento deve fare l'esame di coscienza a se stesso e non al Sacerdote!

Dicono alcuni:- Perchè confessare i peccati al Sacerdote, che è come noi?-.

E' Gesù che ha voluto così, Vangelo di Giovanni 20, 2: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete non saranno rimessi”.

I veri cristiani accettano la Parola di Gesù.

Si dice anche: - Perchè dobbiamo accettare l'insegnamento del Papa e non possiamo capire il Vangelo a modo nostro?

Matteo (16, 17-19) e Giovanni (21, 15-17) riportano le parole di Gesù che dà a Pietro l'incarico di guidare, dando delle direttive, verso la salvezza. Ecco perchè chiamiamo Protestanti quei cristiani che hanno rifiutato il Papa come guida religiosa della Chiesa. L'aspetto negativo è che i cristiani si sono divisi. Abbiamo i seguaci di Lutero, di Calvino, ecc. e per ultimi i Testimoni di Geova; ogni gruppo è convinto di essere formato dai veri seguaci di Cristo! Gesù, invece, non ha scritto niente, ma ha lasciato una persona viva, Pietro e i suoi successori, perchè insegnassero la verità della fede.

I Vangeli hanno valore perchè approvati dal Papa che ne resta l'unico vero interprete.

E' compito suo dare direttive alla Chiesa Universale che devono essere accettate e non criticate. Il Papa nomina i Vescovi come suoi collaboratori. I Vescovi nominano i Parroci come loro collaboratori. Perciò i Sacerdoti esercitano il loro ministero in unione con il loro Vescovo, e i Vescovi in unione con il Papa.

Gesù paragona la Chiesa alle pecore guidate dal pastore, per indicarci che i cristiani non solo devono vivere pacificamente tra di loro, ma con la dovuta docilità devono seguire l'autorità religiosa. Solo i cristiani falsi, perchè non accettano la Parola di Dio, passano il loro tempo a criticare tutti. A volte ingrandiscono i fatti, a volte li deformano, a volte addirittura l'inventano.

Ne renderanno conto a Dio! Chi invece vuole salvare la propria anima cerca di raggiungere la virtù che vorrebbe vedere negli altri.

S. Ignazio di Antiochia così scrive ai cristiani di Smirne: - Ubbidite sia al Vescovo che ai Sacerdoti. E' Dio che lo comanda.-

Non si tratta di ubbidire ad un uomo, ma di vivere l'ubbidienza al Signore, che da ai suoi seguaci una garanzia: SE FANNO QUELLO CHE UN SACERDOTE DICE LORO DI FARE, VANNO IN PARADISO.

Questa garanzia Gesù la dà anche ai Sacerdoti, perchè si è Sacerdoti per gli altri e non per se stessi. Difatti il Sacerdote, in quanto cristiano, ha come guida spirituale un Sacerdote e non se stesso, così per ricevere il Sacramento della riconciliazione, per l'Unzione degli infermi, ecc.

I Sacerdoti non sono cristiani speciali con più doveri degli altri cristiani!.

Inoltre è bene sapere che Gesù ha invitato alla povertà, come uso cristiano dei soldi, tutti i cristiani, così come ha invitato tutti alla castità (non commettere atti impuri) e all'ubbidienza al Sacerdote. Nella famiglia di Dio non ci sono figli e figliastri. Tutti siamo invitati a imitare il più possibile Gesù. Chi lo imita di più sarà più felice per tutta l'eternità! Semplice!

Anticamente c'erano persone sposate, buoni cristiani, con figli maggiorenni, che venivano incaricati del servizio sacerdotale; erano consacrati e venivano chiamati PRESBITERI, cioè anziani. Ma anche i giovani, che rinunciavano a formarsi una famiglia, per dedicarsi completamente al servizio sacerdotale, venivano consacrati. In seguito, nel IV secolo, il Papa stabilì che il Sacerdote o Prete dovesse vivere in castità per pensare solo al servizio sacerdotale. Nel X secolo la norma si eclissò nella pratica. Un secolo dopo ritornò in vigore.

Oggi è stato riscoperto il DIACONATO PERMANENTE, che viene conferito agli uomini sposati. Essi si mettono al servizio della Chiesa collaborando nella vita liturgica e pastorale e nelle opere sociali e caritative.

                                              

 

UNZIONE DEGLI INFERMI

 

Augurio cristiano

Non mi auguro una vita come il sole: sarebbe troppo lunga;

non mi auguro una vita come una farfalla: sarebbe troppo breve;

comunque me la auguro eterna, da Dio, illuminata e colorata dalla scelta di bontà.

 

La malattia e la sofferenza mettono alla prova la vita umana. La persona fa esperienza della propria debolezza, dei propri limiti  e della possibilità della morte. Ci si sente prigionieri di una forza che causa debolezza e dolore, E’ certamente una situazione indesiderabile, come ogni croce. E’ bene notare che non stiamo parlando della sofferenza causata dal nostro egoismo: questa viene eliminata vivendo con sentimenti cristiani! Chi soffre per causa non sua, può disperarsi, oppure, animato dalla fede, conservare una certa serenità o, ancora, iniziare la ricerca di Dio. Infatti, la malattia o sofferenza, che Dio certo non ignora, ma dalle quali non libera, costituiscono delle prove necessarie per il raggiungimento del nostro bene eterno. “Sopportate le sofferenze con cui Dio vi corregge. Egli vi tratta come figli”, è scritto nella lettera agli Ebrei (Eb 12, 7-11). Nel Deuterenomio (8, 2-5) è scritto:Dio ti ha posto in difficoltà per metterti alla prova e vedere se ugualmente avresti osservato i Comandamenti”.

Per chi ha fede la prova è un momento privilegiato; infatti se accettiamo la sofferenza come ha fatto Cristo; parteciperemo alla stessa gloria (Rm 8, 17). Questa mentalità cristiana si acquista con la vera preghiera. Gesù nel deserto per quaranta giorni, pregando si è preparato a vivere da figlio di Dio; nell’orto degli ulivi si è preparato a morire da figlio di Dio, ed è morto sereno; chi prega come Gesù, vive e muore serenamente. Ecco perché Gesù ha voluto l’unzione degli infermi e non dei moribondi (San Giacomo 5, 13-15). Con questo SACRAMENTO il cristiano vero conferma l’impegno a vivere secondo Dio anche nel momento della sofferenza e della malattia.

La grazia del Sacramento, purificandolo dai peccati, lo libera dalla debolezza e lo prepara, con fede e con serenità, ad accettare la sofferenza e anche a lasciare questo mondo per entrare nella gloria eterna se è giunta l’ora.

La fede nella resurrezione di Cristo e nella nostra resurrezione, la fede nella felicità eterna salverà il malato, cioè gli darà serenità e pace e certezza di giungere in Paradiso quando Dio vorrà.

La grazia di questo sacramento è conforto, pace, coraggio perché accettando la sofferenza come dono di Dio per il nostro bene eterno, ci fortifica contro la tentazione dello scoraggiamento e dell’angoscia.

La grazia del Signore vuole portare l’ammalato alla guarigione dell’anima; non esclude, però, la guarigione del corpo perché la serenità interiore aiuta il processo di guarigione. Non bisogna però considerare il Sacramento come rito per acquistare la salute del corpo.

Nel documento del Concilio Vaticano II si legge:

Con la sacra unzione degli infermi (non dei moribondi!) e la preghiera del Sacerdote, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato perché alleggerisca le loro pene e li salvi; li esorta a unirsi alla passione e morte di Cristo, cioè ad accettare la propria croce, per contribuire al bene spirituale proprio e del popolo di Dio. Perciò è necessario ricevere il Sacramento dell’Unzione in piena lucidità mentale per esprimere la propria fede ed offrire a Dio la sofferenza accettandola con gioia spirituale come purificazione dei peccati e come prova necessaria per guadagnarsi il Paradiso, e chiede anche la guarigione se ciò fosse utile per la salvezza eterna.

 

Umanamente parlando, cioè da egoisti, consideriamo la malattia una disgrazia e la salute un bene: errore! Il Cristiano sa che la malattia come la salute, la miseria o il benessere sono una prova per superare l’egoismo e fare ciò che è giusto secondo Dio. Chi vive nel benessere deve dare del suo tempo e del suo denaro agli altri bisognosi quanto è giusto secondo Dio, altrimenti andrà all’Inferno. Così è beato, chi nel malessere, accetta la prova. La disperazione o la ribellione a Dio non dà la felicità né su questa terra né all’altro mondo! Un tale cammino di fede non può essere percorso in un solo giorno. Occorre che lo si cominci subito; anche perché il problema del dolore e della malattia è sempre presente.

 

La fede, cioè accettare Dio sia nella buona che nella cattiva sorte, la preghiera, cioè lodare e ringraziare Dio in ogni momento della nostra vita, nella salute come nella malattia, nella sofferenza e nella gioia (vedi il Prefazio comune ottavo), ci preparano a vivere il mistero del dolore  con serenità e fortezza cristiana.

 

E’ giusto che i sani si prendano cura degli ammalati. E’ giusto lottare contro le malattie ed adoperarsi per conservare la salute (cosa che spesso non facciamo  perché schiavi della golosità) per compiere la missione che Dio ci affida, ma dobbiamo essere pronti a fare la sua volontà anche quando non ci piace.

 

Il cristiano vero non deve vedere la croce come qualcosa di abominevole o assurda, bensì necessaria per il proprio bene eterno. Egli, animato da spirito cristiano, saprà essere di aiuto spirituale a se stesso ed anche al fratello che soffre. Non dimentichiamo che Gesù ha detto: beato chi soffre”, e non: beato chi sta bene! Finché saremo su questa terra non lo capiremo, lo capiremo bene in Paradiso. Per ora dobbiamo esercitare la fede riconoscendo che Dio fa tutto, ma proprio tutto, con saggezza ed amore, cioè per il nostro vero ed eterno bene. Chi vuole il benessere terreno non riesce ad essere credente, cioè ad accettare la croce.

 

Chi è credente esprime la propria fede in Cristo sofferente e chiede l’Unzione degli infermi come impegno ad imitare Cristo anche nel dolore. Questo sacramento, destinato a confortare chi è provato dalla malattia, può anche essere ricevuto più volte. Se l’ammalato vive in peccato mortale è necessario Confessarsi come impegno ad abbandonare il peccato mortale. Se ha solo peccati veniali, Confessarsi risulta utile ma non necessario.

 

Si usa ungere con l’olio benedetto per simboleggiare il sollievo spirituale che arreca il Sacramento. Una volta l’olio era impiegato quale medicinale per alleviare i dolori fisici.

Da notare che la vita del cristiano è suggellata dalle sacre unzioni. Nel Battesimo, che ci da la vita nuova di figli di Dio. Nella Cresima, che ci fortifica per combattere contro l’egoismo, origine di ogni cattiveria e della nostra infelicità terrena ed eterna. Infine nell’Unzione degli infermi, come aiuto nella lotta per accettare la sofferenza, quale salvezza e non disperazione; come distacco sereno dai beni terreni e desiderio di giungere in Paradiso al più presto.

 

Ecco perché possiamo capire il valore di questo Sacramento. Pensarci spesso in modo da essere pronti a riceverlo in piena coscienza e con vera fede, non spinti dalla paura, dell’ultimo momento, di un tragico ignoto, bensì serenamente certi di raggiungere finalmente il meritato ristoro in una beatitudine senza fine!

 

Preghiamo:

 

Padre mio

Io mi abbandono a te:

fa di me ciò che Ti piace!

Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio.

Sono pronto a tutto,

accetto tutto,

purchè la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature.

Non desidero niente altro, mio Dio.

                                                                                    

 

Signore,

poiché ignoro in quale stato d’animo sarò in punto di morte,

Ti offro fin d’ora la morte che vorrai,

l’accetto perché ho fede nella resurrezione,

perché per amore mi associo alla tua Croce per riparare i peccati.

Ora ti chiedo perdono dei lamenti che farò nei momenti del dolore.